

di RODOLFO SALA
L'uno-due è stato micidiale. Prima la Bicameralina che boccia il federalismo municipale, poi Napolitano che definisce "irricevibile" il provvedimento partorito nella notte dal governo per superare in modo disinvolto quello scoglio. Micidiale per i leghisti, che per la prima volta dopo una lunga serie di successi guardano smarriti al domani. Lo scossone, oltre a provocare la reazione furibonda di una base sempre meno disposta a seguire Berlusconi in un "pozzo senza fondo" (copyright di un dirigente lumbard), ha già cominciato a produrre qualche crepa nella "governance" del Carroccio.
La leadership di Bossi resta intatta, e nessuno la mette in discussione. Ma sta di fatto che anche tra le prime file adesso si guarda con malcelato scetticismo al cammino tortuoso intrapreso dalla Lega per "portare a casa" la madre di tutte le riforme. E si guarda anche a chi, ai piani altissimi del movimento, in queste ultime settimane non ha fatto mistero di considerare un inutile accanimento terapeutico la rinuncia a staccare la spina al governo in caso di mancata approvazione del federalismo in sede di Bicamerale. Il grande scettico si chiama Roberto Maroni, di certo il meno entusiasta, tra i leghisti che contano, della piega che ha preso la pratica-federalismo.
Un sindaco lombardo lo dice senza tanti giri di parole che in questa vicenda la Lega, discostandosi dal mantra "o la Bicamerale approva il decreto o si va a elezioni", si è un po' incartata: "In una situazione così delicata non puoi ricorrere ad artifici procedurali: se non ha il consenso politico è meglio lasciar perdere". È questa l'essenza del Maroni-pensiero, evidentemente non condiviso dall'intero stato maggiore leghista. La settimana scorsa il ministro si era pure beccato gli strali di Calderoli, che per assicurarsi il sì di Di Pietro al federalismo municipale aveva definito "improvvido diktat" l'aut aut posto dall'inquilino del Viminale. Una distinzione, non certo una guerra tra i due, che però dentro e fuori la Lega ha fatto parecchio rumore. E che, inevitabilmente, ha finito per saldare gli umori di una base sempre più inquieta con quelli di "Bobo". Non è un mistero, come raccontano i suoi amici, che sul federalismo Maroni avrebbe preferito cercare un dialogo più serrato con il Pd: "Peccato che Bersani non abbia capito niente, perché se vuoi avere un buon rapporto con noi devi dire sì all'unica cosa che ci interessa: il federalismo", si tormenta un maroniano acceso.
Insomma adesso è lui, l'antiribaltonista del '94, a incarnare una possibile alternativa nella Lega e nel centrodestra. Fondata sul superamento del berlusconismo. Con lui ci sono pezzi importanti di leghismo lombardo, a cominciare dal segretario Giancarlo Giorgetti, e parecchi sindaci che non hanno esitato a marciare contro le finanziarie di Tremonti. E a lui guardano con crescente interesse i rocciosi veneti, su tutti il sindaco di Verona Flavio Tosi. Dall'altra parte ci sono quelli che, per portare a casa il massimo dei "risultati" continuano a considerare imprescindibile il rapporto strettissimo con Berlusconi, come i capigruppo di Camera e Senato, Reguzzoni e Bricolo. E Calderoli? Nonostante il recente battibecco, tra i due Roberti i rapporti restano buoni, le ruggini appartengono ormai al passato. "Maroni - dice compiaciuto un big del Veneto - sta cercando di posizionarsi come leader, di governo o di partito: per questo guarda avanti". Ma senza congiurare, fedele al profilo istituzionale che da tempo si è imposto.
(05 febbraio 2011)
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