

di Bruno Tinti
Un mese fa ho fatto un lungo soggiorno in Israele, sul Mar Morto. Già non ero di buon umore per i fatti miei e forse per questo sono stato poco disponibile con gli altri frequentatori del mio albergo, israeliani, naturalmente, e arabi. Molto simili: quando arrivava l’ascensore entravano senza aspettare che quelli dentro uscissero; al buffet, dove si dovrebbe fare la coda con il piatto in mano, si inserivano al primo posto, se necessario spingendoti; quando parlavi con un impiegato alla reception ti scavalcavano e gli sottoponevano la loro richiesta. Arabi e israeliani uguali, come ho detto. Con una differenza che mi ha fatto arrabbiare ancora di più: il trattamento riservato alle donne arabe. In un ambiente di infradito, calzoncini e magliette, le poverette avviluppate in vestaglie orribili, con veli o cappucci a chiudere ermeticamente collo e capelli. Sempre un paio di passi dietro il loro uomo in calzoncini e canottiera, che naturalmente si serviva per primo al bar, si sedeva al tavolo senza controllare che fine aveva fatto la sua donna e si guardava bene dal versarle un bicchiere d’acqua; veri trogloditi.
Sono tornato a casa pensando che, se questa gente era rappresentativa dei popoli di appartenenza, non valeva la pena di scaldarsi tanto per i loro conflitti. Che andassero tutti al diavolo.
Insomma, mi sono scoperto razzista.
Qualche giorno fa ho preso un volo di una compagnia aerea che fa pagare 20 euro per l’imbarco prioritario. Passi prima degli altri e, siccome non ci sono posti preassegnati, scegli il sedile che ti piace di più, in genere davanti. Due file dunque, una piccolina per lo speedy boarding e una lunghissima per l’imbarco normale. E decine di tentativi di quelli che non avevano pagato i 20 euro per infilarsi nella fila piccolina.
Tutti italiani. Mi sono scoperto esterofilo.
Al ritorno (ero in Spagna) stessa scena. Che vergogna questi spagnoli!
Di nuovo razzista.
Ma insomma, a quale comunità appartengo? Anzi, a quale comunità appartengono quelli come me? Ci sarà un posto per noi? Così ho pensato che io – noi apparteniamo al mondo delle regole; meglio, al mondo dove le regole si rispettano. E da qui è partito un lungo soliloquio, probabilmente banale, che cerco di riassumere.
Perché è bene che ci siano le regole? Perché altrimenti il troglodita forte e prepotente si assicurerà beni e risorse sottraendoli ad altri che ne avrebbero diritto.
Perché è importante rispettare le regole? Perché altrimenti quelli che sono prevaricati reagiranno con la violenza (se non ci sono regole non c’è altro modo di reagire) per riprendersi quello che gli è stato tolto.
Perché la reazione violenta è un male? Perché, anche senza scomodare principi etici e sociali, è distruzione di ricchezza: la gente muore e i beni sono distrutti.
Come si fa a convincere la gente che le regole si debbono rispettare? Li si deve educare da piccoli e si deve dare il buon esempio.
Quindi, è stata la mia conclusione, tutte le regole sono necessarie ed importanti.
Non ci sono regole piccole e regole grandi.
Non si salta la fila e non si falsificano i bilanci.
Non si mente e non si usa violenza.
Posso stare bene solo se non ho fatto stare male qualcun altro.
Alla fine il massimo bene coincide con il massimo utile; e questo si ottiene con il rispetto delle regole.
Però, come siamo arrivati lontano: non lo diceva già Tommaso d’Acquino?

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