martedì 31 maggio 2011

BELLO CIAO

Da Milano a Napoli passando per Trieste e Cagliari: il Caimano bastonato L’opposizione: è una sfiducia, si dimetta

di Eduardo Di Blasi

Il muro viene giù in una manciata di minuti, quando a metà pomeriggio si concretizzano i risultati di Milano, Napoli, Cagliari e Trieste. Quattro città lontane geograficamente, per tradizione e per orientamento politico: quattro sconfitte ugualmente nette per la maggioranza che sostiene il governo.

Pdl e Lega non riescono a tenere in piedi neanche la roccaforte di Novara, feudo del Carroccio. Non è un dato isolato. Più a sud, a Crotone, l’esperimento Dorina Bianchi, passata dal Pd all’Udc fino all’abbraccio mortale con Silvio Berlusconi, finisce con un 40,58 contro 59,41: un’altra disfatta.

E POI, VIA VIA, i mattoni del centrodestra si sbriciolano nelle province di Mantova, Macerata, Pavia, ancora Trieste.

Trema anche Rovigo: il Pdl vince il Comune per lo scarto di uno 0,1% e 512 voti di distacco dopo che al primo turno contava un vantaggio di ben 16 punti percentuali. Anche la Provincia di Vercelli rimane al centrodestra, ma sempre per un pugno di voti: c’erano 19 punti di distacco dopo il primo turno, ridotti allo 0,1% dopo il ballottaggio. Non è una questione di vento che soffia da una parte o dall’altra: è una tempesta che si abbatte violentissima sul governo del Paese.

Se dopo il voto amministrativo di due settimane fa qualcuno poteva anche parlare di “pareggio”, giustificando le sconfitte al primo turno di Torino e Bologna, eccependo sul risultato di Milano, e rimandando comunque al ballottaggio la partita politica vera, adesso che una dopo l’altra sono davanti agli occhi i crolli nelle grandi città e nei bastioni simbolici di Gallarate (Lega) e Arcore (residenza brianzola di Berlusconi), è evidente la rotta.

Limpida fin nei numeri: a Milano undici punti separano il candidato del centrosinistra Giuliano Pisapia da quello del centrodestra Letizia Moratti. A Napoli Nicola Lettieri, uomo di Gianni Letta e vicino al coordinatore del Pdl Nicola Cosentino, finisce per essere quasi doppiato da Luigi De Magistris: 65,4% a 34,6%. A Cagliari Massimo Zedda distanzia di sedici punti lo sfidante di centrodestra Massimo Fantola. A Trieste sono quindici le lunghezze che Roberto Cosolini mette tra sé e Roberto Antonione (Pdl). Due settimane fa la forbice era assai minore. Due settimane di campagna elettorale su rom, comunisti, estremisti, omosessuali e trasferimenti di ministeri nel nord del Paese, non ha raccolto nessun consenso in nessuna città d’Italia. Nè a Nord, nè a Sud.

LA CONTA è impietosa. Dei 13 comuni maggiori ancora da contendere, il centrodestra ne ottiene appena quattro: Cosenza (presa al centrosinistra), Iglesias, Varese e Rovigo. Cui aggiunge Ragusa, dove ieri, seguendo il calendario elettorale siciliano, si teneva il primo turno delle comunali ed ha trionfato il sindaco Pdl uscente.

Delle sei Province in ballottaggio, invece, il centrosinistra ne prende quattro: Macerata (dove il Pd vara un’alleanza con l’Udc), Mantova, Pavia e Trieste. Il centrodestra si tiene Vercelli e avanza a Reggio Calabria. Troppo poco per parlare di pareggio. Sufficiente invece per usare la parola “batosta”, come fa il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Rispetto al 2006, conta il segretario dei democratici Pier Luigi Bersani, il centrosinistra ha guadagnato undici Comuni: erano 55 allora. Sono 66 oggi, e dentro ci sono i pezzi pregiati di Milano, Trieste, Cagliari, dove la sinistra sembrava destinata a un destino di opposizione. Dopo aver personalizzato lo scontro elettorale al primo turno, e averlo polarizzato soprattutto sul terreno di casa, vale a dire Milano, da due settimane Silvio Berlusconi recita il mantra contrario, sul voto che non dipende dal governo e non ne sposta gli equilibri. È una tesi politica, quella ripetuta ancora ieri, che, con questi dati, non sta in piedi.

Così le opposizioni, dal Pd all’Idv, passando per Sel, i Verdi e l’Udc, chiedono le dimissioni del presidente del Consiglio, bocciato dall’elettorato delle città italiane. “Il voto è una chiara richiesta di dimissioni del governo Berlusconi” , dice Massimo D’Alema. “Berlusconi deve lasciare il governo perché ha perso la fiducia dei cittadini e la perderà definitivamente con il referendum del 12 e 13 giugno”, afferma Antonio Di Pietro guardando al prossimo appuntamento elettorale, quello che potrebbe rendere irreversibile la crisi politica di questa maggioranza che non ha più il consenso degli italiani.

2 commenti:

zicin ha detto...

L'Italia s'è desta!!!

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

vero! Che sventola ragazzi! Ora ci vuole l'uno-due, il colpo del K.O., per restare nella metafora sportiva (boxe).