martedì 12 luglio 2011

I ladri della Patria

di Marco Travaglio

In questi giorni di angoscia per i bollettini di guerra di Piazza Affari, non c’è nulla di meglio, per tirarsi un po’ su di morale, che la lettura dei giornali. I bollettini di Mediaset, Il Giornale e Libero, hanno le idee chiare sul vero motivo delle turbolenze di Borsa: non la crescita zero del Paese e la credibilità zero del governo, ma la sentenza Mondadori e, dietro, la solita terribile sinistra che riesce addirittura a pilotare “gli speculatori per mandare a casa il premier”.

Le vecchie volpi rosse hanno colpito ancora: una ne fanno e cento ne pensano.

Non per nulla, grazie a loro, ci siamo ciucciati 50 anni di Democrazia cristiana e 17 di Berlusconi.

Il meglio, però, sono le soluzioni miracolose che dovrebbero prodigiosamente salvarci dal default (ma la maggioranza non era “solida e coesa”? ma i conti pubblici non erano “in ordine”? ma la manovra non era “severa ma equa”?): l’immancabile “dialogo” tra governo e opposizione auspicato dall’ermo Colle e lubrificato dal solito Letta. Il quale – scrive il sempre urticante Verderami sul Corriere – “rientra in gioco” come “ufficiale di collegamento per Palazzo Chigi nelle relazioni con il Colle e con le forze di opposizione”, insomma “si riappropria della cabina di regia politica di Palazzo Chigi”, mentre Tremonti è out per le “vicende giudiziarie”.

Invece, com’è noto, Letta con le vicende giudiziarie non c’entra: i fondi neri Iri li incassava Pulcinella, le tangenti Fininvest ai politici le portava la cicogna, Bertolaso e la cricca riferivano alla befana, Bisignani sussurrava all’orecchio di mia zia.

L’idea che nelle alte sfere si conti di scongiurare la tempesta finanziaria aumentando le dosi di saliva e vaselina di Letta-Letta, la dice lunga su come siamo ridotti.

Lo sanno anche i bambini che il crollo dei titoli di Stato, anche se frutto di diaboliche manovre speculative, non dipende tanto dai fatti e da numeri, quanto da fattori psicologici come l’affidabilità e la reputazione di chi dovrebbe risanare i conti.

Un Paese derubato per 70 miliardi l’anno dalla corruzione, per 130 dall’evasione e per 150 dalle mafie, ma governato da un imputato per evasione e per corruzione per giunta amico di noti mafiosi.

Il problema dunque non è l’opposizione, che fra l’altro non è mai esistita.

È il governo. Il premier è il politico più sputtanato dell’universo, detto anche “utilizzatore finale” di prostitute (Ghedini), “culo flaccido” (Minetti), “malato” (Veronica e Briatore”), “corruttore attivo” (sentenza Mondadori).

Letta è Letta.

Tremonti aveva affidato tutte le chiavi – delle nomine, delle Ferrari e dell’appartamento – a tal Milanese, ora a un passo dalla galera.

Alla Giustizia c’è un fumetto di nome Alfano, che in tre anni non ha combinato una beneamata mazza, lasciando alla deriva tribunali, procure e carceri e ora si crede il segretario del Pdl.

A proposito di giustizia, alcuni ministri sono inseguiti dalla gendarmeria: Fitto, imputato per associazione a delinquere, corruzione e altre cosette; Matteoli, imputato impunito per favoreggiamento; Romano, primo caso di ministro imputato per mafia; Maroni, ministro dell’Interno, che prima mena i poliziotti poi li manda a menare i manifestanti; Bossi, quello delle Riforme, pregiudicato per mazzette e istigazione a delinquere, che ormai parla solo col dito medio (il famoso digitale terrestre); e alcuni “ex” da tempo irreperibili, come Brancher, Scajola, Bertolaso, Cosentino.

Poi c’è l’angolo del cabaret: il ministro Frattini Dry, noto come “il fattorino” nei cablo dell’ambasciata Usa; il ministro Brunetta, apostrofato “cretino” dal collega Tremonti mentre il collega Sacconi assicura “io manco lo sto a sentire”; la Prestigiacomo – “la matta”, per il collega Romani – che come la Carfagna e la Gelmini era in perenne pellegrinaggio al santuario di San Bisi; e la Brambilla, simpaticamente considerata “la più mignotta di tutte” dal buongustaio piduista.

Più che un governo, una comunità di recupero.

E il problema sarebbe la mancanza di “dialogo”?

Ma andè a ciapà i ratt.

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