mercoledì 13 luglio 2011

Milanese, il servo di scena di Tremonti

LUCA TELESE

Va detto chiaramente. C’è qualcosa che suona falso nella mitologia assolutoria che sta crescendo intorno allo scandalo della casa romana in cui viveva Giulio Tremonti. C’è una favola ufficiosa e inverosimile, veicolata nei pour parler e persino nei conciliaboli semi-ufficiali sul rapporto fra il ministro e il suo più stretto collaboratore Marco Milanese.

Per spiegare come sia possibile che “uno dei principali contributori d’Italia” (ipse dixit), per giustificare come possa vivere in una casa pagata da altri un signore che nel 2008 dichiarava 4,5 milioni di euro, infatti, nasce la leggenda dell’“amicizia affettuosa”, della “cameriera di Tremonti”. Nasce il ritratto ossimorico congiunto, come quello che ci ha regalato ieri sul Corriere della Sera
Aldo Cazzullo, quello delle “vite opposte”, del ministro e del consulente: il primo virtuoso e virginale, il secondo consumista e kitsch. Uno quasi francescano fra pastasciutte cucinate con “sughi portati da casa”, veglie in baita o nella caserma dei finanzieri, l’altro quasi osceno, nella sua vita di yacht e nel suo tourbillon di carte di credito e di vacanze supercafone con suite al Plaza.

Ma anche questa leggenda del Tremonti puritano, alla fine, ha bisogno di essere in qualche modo conciliata con i conti che non tornano. E allora ecco che nell’Italia del governo più omofobo di tutti i tempi (persino la Dc, come ci hanno raccontato Vendola e Formica, aveva le sue diversità accettate), ecco che in questa Italia saltano fuori i mezzi toni e le perifrasi felpate, per girare intorno al presunto indicibile. Leggete qui:
Anche un uomo schivo ha bisogno di qualcuno che gli stia accanto, a sciare, nelle scarpinate in montagna, nel penitenziale e infinito viaggio in treno sino a Reggio Calabria, affrontato – come racconta Cazzullo con la compagnia non proprio amena dei leader confederali di Cisl e Uil. Insomma: la coppia di fatto invocata per spiegare ed esorcizzare la strana coppia, negli stessi articoli in cui, per di più si cita sempre come fidanzata di Marco Milanese, la stessa portavoce del ministro, Manuela Bravi.

E invece nessun retroscena in relazione spiega la presumibile debolezza di Tremonti, che non è per nulla privata ma è tutta pubblica, e tutta spiegabile con le malattie ricorrenti del potere nella Seconda Repubblica. Sembra anzi che nel suo rapporto con Milanese, Tremonti si avvicini al rivale ed ostile Silvio Berlusconi, seguito anche per strada dagli “ufficiali pagatori” che lo seguono quando lui entra in una boutique e saldano il conto delle sue spese.

Nell’era neo-medievale inaugurata dal berlusconismo, infatti, il sovrano è tale se è separato dalla materialità dei suoi sudditi. Già
Bettino Craxi raccontò più volte che girava senza denaro in tasca, e magari si contornava di faccendieri che gestissero con tutto altro appiglio le vicende dei denari. E Berlusconi ha elevato persino i suoi vizi a sistema parallelo, se è vero che del gineceo dell’ Olgettina resterà la figura splendidamente tragica del ragionier Spinelli, l’ufficiale pagatore sempre alle prese con buste, bonifici e richieste di mantenimento. Anche senza addentrarsi nelle ipotesi correttive, c’era la celebrazione del potere nel sistema Anemone e nelle “ripassatine” organizzate per Bertolaso, nelle “tapparelle” riparate, nei tanti favori e nel mistero della casa a sua insaputa di Scajola.

Persino la sinistra – con tutt’altro grado di gravità e senza addebiti penali – ha provato l’ebbrezza dell’emancipazione dal problema del denaro.
Fausto Bertinotti raccontò di non sapere con quanti soldi girava in tasca: “La mattina Lella prende i calzoni, e se vedo che non ne ho mi mette cinquantamila lire nel portasoldi”. Il re taumaturgo diventa potente quando può perdere contatto con il denaro, o ancora meglio, quando può esserci qualcuno che paga per lui. Il ministro Alfonso Pecoraro Scanio lasciava sempre che a pagare fosse il suo segretario Francesco Alemanni, e anche Livia Turco spesso e volentieri – anche se innocentemente – lasciava che a saldare i conti fossero i suoi collaboratori.

A volte è per un problema di praticità, molto più spesso è un bisogno psicologico di tipo simbolico. Il paradosso del collaboratore libertino e del ministro asceta, dunque, non è una disgrazia o un dettaglio intimo da velare, ma una responsabilità pubblica da spiegare: soprattutto quando nel Parlamento dei nominati, quel collaboratore lo si fa diventare “onorevole” per investitura. Il collaboratore che paga per te e ti ospita non è spiegabile con la categoria dell’“amicizia affettuosa”, che anche se fosse tale, potrebbe benissimo essere paritetica. Dietro l’ospitata nella casa affrescata, invece, c’è l’idea del dresser, il servo di scena che l’occhio visionario di Joseph Losey ha trasformato in una maschera. Poi se uno vuole essere affettuoso faccia pure:
purché paghi per sé.

Il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2011

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