lunedì 18 luglio 2011

Mondadori e il silenzio degli intellettuali

SILVIA TRUZZI

Sabato scorso una sentenza ha spiegato ai cittadini italiani che il loro premier è stato il “dominus” della corruzione che gli ha consentito di mettere le mani sulla Mondadori. Nello stesso provvedimento si ordina, per il danno arrecato a De Benedetti da Fininvest, di pagare 560 milioni. Un passo indietro: qualche giorno prima della sentenza, a insaputa di mezzo governo, lo stesso premier aveva infilato una norma che gli avrebbe consentito di non sborsare subito quei soldi nella manovra finanziaria. Nota bene: manovra finanziaria che blocca il turnover e inchioda gli stipendi del pubblico impiego, reintroduce l’odioso ticket sanitario, non taglia un tubo alle spese della politica, ma indebolisce le famiglie a medio-basso reddito. Il premier, imputato per reatucoli come concussione e prostituzione minorile nonché frode fiscale, è definito corruttore (in atti giudiziari) e nessuno fa una piega.

Poi Marina B., in qualità di figlia e di presidente di Mondadori, si fa intervistare da Panorama (la famosa intervista sulla refurtiva) e rincara la dose: “È stato fatto scempio della verità e si sono piegate le regole del diritto a logiche che sono totalmente estranee ai criteri di equità. Ma riusciremo a sopportare anche questa enorme ingiustizia. Ci siamo abituati, noi Berlusconi. Non è la prima volta che ci succede, ci hanno già provato in passato anche con altri tentativi di esproprio più o meno mascherato”. Poi ricorda ai lettori “la delusione e l’amarezza” di suo padre per la spartizione della Mondadori, nel 1991, “che ci venne imposta dalla politica. Fu una vera e propria estorsione”. Dalla corruzione all’estorsione il passo è breve: il capovolgimento della realtà è la cifra degli ultimi vent’anni. Vale tutto: dalle nipoti di Mubarak, alla prescrizione Mills, diventata assoluzione per l’augusta bocca di Minzolini.

Nessuno o quasi (vedi il pezzo di Evelina Santangelo sul Fatto) tra gli autori Einaudi e Mondadori si è sentito chiamato in causa. L’anno scorso, di questi tempi, Vito Mancuso annunciava il suo abbandono a puntate su Repubblica: lasciò Mondadori per via di una norma che agevolava fiscalmente l’azienda. Seguì un dibattito travagliato tra gli scrittori progressisti del gruppo sull’etica, sui valori, sull’opportunità di restare. Restarono praticamente tutti, tranne Corrado Augias, rara avis. Al Salone del libro 2010, quando si discuteva di carcere per i giornalisti e multe milionari agli editori, qualche autore (Gustavo Zagrebelsky capofila) tirò le orecchie ai vertici dello Struzzo. Tanto che Ernesto Franco, direttore di Einaudi, fu costretto a una specie di endorsement su Repubblica, tra mille imbarazzi e distinguo. E adesso? Qualcuno spera che Segrate torni nelle mani di De Benedetti, qualcun altro sostiene di resistere dall’interno, altri ancora pensano che la faccenda tocchi esclusivamente dell’editore.

Zagrebelsky, Scalfari, Revelli, per non dire di Roberto Saviano troverebbero facilmente un’altra casa editrice. Ma a parte questo, farebbero un favore a se stessi e alle idee che portano avanti dando almeno un segnale. Non trincerandosi sempre dietro un “no comment”, “ho da fare”, “non voglio intervenire”. Come se questa vicenda non li riguardasse. Invece li tocca due volte, come cittadini e come scrittori del gruppo. La diserzione silente è un’abdicazione al ruolo dell’intellettuale, chiamato a trasmettere saperi, valori e coscienza critica. Sapere, qualche volta non basta. E poi non ci vuole chissà che: Antonio Tabucchi si è rifiutato di intervenire al festival letterario di Paraty perché in disaccordo con l’atteggiamento del governo brasiliano sulla vicenda Battisti.

Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2011

Nessun commento: