mercoledì 28 dicembre 2011

Evasione, la grande fuga dei capitali 11 miliardi all'estero illegalmente




di CARLO BONINI

VIA DALL'ITALIA. In qualsiasi modo. In questo anno che si sta chiudendo, la Grande Fuga dei capitali all'estero - e parliamo soltanto di quella accertata dalla Guardia di Finanza - ha raggiunto gli 11 miliardi di euro, più o meno un quarto dell'intera base imponibile evasa individuata dai controlli (46 miliardi). Di questi 11 miliardi, il 26 per cento è stato sottratto al Fisco attraverso società con sede legale all'estero e attività produttive stabili ma occulte nel nostro Paese. Il 18 per cento con l'antico strumento elusivo della cosiddetta "estero-vestizione" di società e persone fisiche, lo specchietto per le allodole necessario a fissare fraudolentemente oltre confine la residenza fiscale di chi le tasse dovrebbe pagarle in Italia. Il 17 per cento, con quel gioco di vasi comunicanti detto "transfer pricing", la cessione di quote di reddito tra consociate con la cessione di beni o prestazione di servizi, per concentrare gli utili soggetti a tassazione sulla società del gruppo che gode di un regime fiscale estero di favore. Il 39 per cento, con "altre manovre evasive".
Ma c'è di più. Dal pozzo nero della nostra memoria degli anni '70 e '80 riaffiorano gli spalloni. Riempire una ventiquattr'ore destinata oltre frontiera con banconote da 500 euro (riescono a starcene fino a 12 mila pezzi, per un valore di 6 milioni di euro) è tornata ad essere un'opzione ricorrente. E, per quanto empirici, i dati dei sequestri di valuta negli ultimi tre mesi ai valichi normalmente utilizzati dagli spalloni (Ponte Chiasso e gli aeroporti di Malpensa e Fiumicino) crescono fino al 50 per cento rispetto alla vigilia dell'estate. Con picchi significativi tra ottobre e novembre scorsi, le ultime settimane dell'avventura berlusconiana, quando il Paese si è trovato dinanzi all'abisso del default (in questo periodo, soltanto al confine svizzero, sono stati sequestrati 2 milioni e 600 mila euro, mentre a Malpensa, si sono toccati i 3 milioni). La nuova stagione del governo Monti e la stretta fiscale sono evidentemente percepite come una minaccia. "E' ben possibile - chiosa il generale Bruno Buratti, comandante del III reparto Operazioni della Guardia di Finanza - che l'esportazione illegale di valuta riprenda a crescere con dati statisticamente significativi".

L'investigatore la dice come fosse un eccentrico paradosso. "Ricorda l'Hawala? Dopo l'11 Settembre, il mondo scoprì che Al Qaeda e il network del radicalismo islamico raccoglievano e trasferivano contante tra i quattro angoli del pianeta con una rete informale di mediatori che non lasciava traccia né elettronica, né cartacea. I mediatori erano legati tra loro da un sistema di compensazioni che rendeva superfluo il movimento del contante. E dunque quegli stessi mediatori, proprio in ragione delle compensazioni, potevano rendere disponibile ai loro clienti qualsiasi cifra a destinazione senza che un solo euro o dollaro si fosse mosso. Bene, oggi funziona così in Italia per molti esportatori illegali di valuta. L'Hawala è diventato un italianissimo strumento di "spallonaggio". Il denaro non è più di Mohammed o di Kalil. Ma del dottor Mario, del signor Luigi". Semplice a dirsi. E, a quanto pare, anche a farsi. Perché per chi vuole far sparire denaro oltre confine o farne rientrare quando serve, è sufficiente appoggiarsi a organizzazioni in cui il mediatore italiano A (avvocato d'affari o commercialista che sia), chiede al suo reciproco professionista svizzero B di depositare presso un conto elvetico un cifra X per conto del suo cliente italiano signor Rossi. La somma depositata in Svizzera uscirà dalle disponibilità del mediatore B e dunque si muoverà solo all'interno dei confini di quel Paese, regolarmente. Ma quella somma, in realtà, da quel momento sarà nella esclusiva disponibilità del signor Rossi, cittadino italiano, che l'avrà consegnata in contanti e per equivalente, in Italia, ad A, il suo mediatore. A e B, a quel punto, regoleranno "in compensazione" quella somma. Come fossero due banche. Le "commissioni" per questo "spallonaggio" silenzioso, che
non sposta fisicamente denaro ma lo materializza a destinazione, frequente per chi muove in nero fino a 1, 2 milioni di euro, oscillano tra il 2 e il 5% e sono pagate "alla fonte". Più convenienti di un vecchio "scudo" alla Tremonti. E con un solo nemico: le indagini di polizia giudiziaria. Quelle fatte di intercettazioni, pedinamenti, fonti confidenziali. 

Come un pesce pilota con lo squalo, l'esportazione illegale di valuta e in genere l'accumulazione nera di capitali in contanti destinati allo "spallonaggio" oltre frontiera offrono una traccia che le indagini e i sequestri della Guardia di Finanza hanno dimostrato in questi anni essere inequivocabile:
le banconote da 500 euro. Un taglio sproporzionato e pressoché invisibile nella routine delle transazioni quotidiane per contanti. Con una significativa concentrazione nella sua circolazione. Proprio sulla base delle segnalazioni del circuito bancario alla Finanza, si scopre infatti che oggi, all'interno dei nostri confini, i quattro quinti delle banconote da 500 si concentrano in tre aree: i comuni a ridosso del confine italo-svizzero, la provincia di Forlì (la porta di accesso alla Repubblica di San Marino, al segreto delle sue banche e delle sue finanziarie), il tri-Veneto. Guarda caso le tre "rampe" di fuga dei nostri capitali verso l'estero, così come del loro rientro clandestino. In un Paese che per legge ha abbassato da 2.500 a mille euro la soglia massima delle transazioni per contanti, il pezzo da 500 dovrebbe avere vita impossibile. E lo stesso dovrebbe dirsi dell'intera area dell'Unione, dove per altro il ricorso alla moneta elettronica e dunque la tracciabilità dei pagamenti presenta percentuali decisamente superiori alla media italiana (nel nostro Paese, quello con una delle più alte concentrazioni di bancomat in Europa, il contante resta il principale mezzo di pagamento). Al contrario, come documentano i dati della Banca d'Italia, il numero di banconote da 500 circolanti all'interno dell'Unione Europea, è passato dai 167 milioni di pezzi del 2002, ai 600 milioni di pezzi del novembre di quest'anno. Con un significativo incremento dell'incidenza percentuale del valore complessivo delle banconote da 500 sull'intera massa liquida in euro in circolazione. Dal 23,27%, al 34,57%. Un punto percentuale in più dei pezzi da 50, la banconota con maggiore circolazione. 

In fondo, per capire come siamo ridotti, basterebbero due parole. "Tango" e "Cash". Sono i nomi dei due giovani "Labrador" dell'unità cinofila della Finanza all'aeroporto di Malpensa. I due cani non annusano né cocaina, né hashish, né eroina. Sono addestrati per impazzire se all'olfatto avvertono l'odore di inchiostro e filigrane delle banconote. Euro, dollari, franchi svizzeri, nascosti in valige, cinture, scarpe, container, biancheria intima. L'Italia è uno dei cinque Paesi in tutto il mondo (con noi, l'Inghilterra, dove i cani anti-banconote sono stati testati la prima volta, Sud Africa, Israele, Stati Uniti) ad aver deciso che sono ormai una necessità e, dall'autunno scorso, altri otto "Labrador" hanno raggiunto i valichi di Chiasso (Svizzera), degli aeroporti di Torino, Venezia, Roma e Napoli. Perché - dicono - "funzionano". E perché gli spalloni hanno ripreso a viaggiare. Soltanto tra giugno e novembre scorsi, nell'intero Paese, sono stati sequestrati 27 milioni e 300 mila euro di valuta, con picchi tra settembre e novembre scorsi, quando il cielo dell'Italia si è fatto nero e il "nero" d'Italia ha ripreso l'antica strada dei conti in Svizzera, Lussemburgo, Liechtenstein. L'ultimo "acchiappo" di "Tango" e "Cash" è stato del 12 novembre scorso. A Malpensa. Due milioni di euro. Negli stessi giorni, "Zeb", il nuovo "cucciolo" di Ponte Chiasso, ha annusato nel reggiseno e nelle scarpe di una distinta signora 65 mila euro.


(28 dicembre 2011)

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