martedì 20 dicembre 2011

Ritorno di spread Lo spettro di una manovra bis




IERI HA VIAGGIATO DI NUOVO A QUOTA 500 IL NODO-CRESCITA E L’INCOGNITA DEL MILLEPROROGHE

Rieccolo. Ce l’eravamo già un po’ dimenticato, ma lui non si è scordato di noi: lo spread è tornato sopra quota 500 punti. Anzi, è arrivato a 520 per poi chiudere a 496, come dire che i nostri titoli di Stato a 10 anni rendono fino al 5,2 per cento in più degli omologhi tedeschi, per la precisione il 7,22 per cento.
Solo motivazioni tecniche, non è un tracollo di fiducia, avverte il ministero del Tesoro che, già la scorsa settimana, aveva messo le mani avanti: la colpa è tutta “da ricondurre ad un aggiornamento dei sistemi informativi di una delle principali piattaforme elettroniche che fornisce tale informazione al mercato e alla stampa”.
In vista dell’anno nuovo cambia il parametro di riferimento con cui misurare la distanza di credibilità dalla Germania, non più il Btp che scade nel 2021 ma quello che scade nel marzo 2022.
Tutto normale, quindi. Come è normale, per quanto inedito, che l’Istat non abbia ancora dato le stime di crescita del Pil sul 2012, e neppure sull’ultimo trimestre del 2011: anche in questo caso c’è una motivazione tecnica dovuta a un aggiornamento della base di dati su cui si misura, l’Istat minaccia addirittura di querela chi azzarda retropensieri. Però un effetto collaterale di questo ritardo è stato che il governo ha potuto impostare la manovra “salva Italia” con una previsione di recessione ferma al -0,5 per cento stimato qualche mese fa. Ben diverso sarebbe stato il quadro aggiornando la frenata del Pil al -1,6 per cento calcolato da Confindustria pochi giorni fa.
   “É MOLTO PROBABILE che ci sia un’altra manovra in base a questi dati. Penso che non sia giusto farla ma è probabile che ci sia”, ha commentato un redivivo Giulio Tremonti intervistato da Lucia Annunziata su Rai3, domenica. L’ex ministro del Tesoro, pur avendo lasciato una situazione infelice al suo successore Mario Monti, critica i contenuti del decreto “salva Italia” e ipotizza correttivi già entro fine anno, magari con lo strumento in perfetto stile prima Repubblica del decreto Milleproroghe, salsicciotto istituzionale adatto a raccogliere le frattaglie dell’attività governativa e parlamentare che non hanno trovato altra collocazione.
“Nessuna manovra ulteriore, abbiamo messo l’Italia in sicurezza”, ha replicato sempre domenica e sempre su Rai3 Corrado Passera, ministro dello Sviluppo. Mentre ieri Silvio Berlusconi, in una pausa del processo Mills in cui è imputato, ha sottolineato l’ovvio: “Tutte le manovre portano alla recessione. Può darsi che si debba vararne un’altra”. E poi, concedendosi un po’ di revisionismo storico forse precoce o di propaganda pre-elettorale: “Con il mio governo siamo riusciti a tenere i conti in ordine senza imporre nuove tasse, soltanto con il taglio delle spese”. Giudizio su cui in pochi, perfino nel suo partito, concorderebbero.
L’altra manovra è probabile ma non scontata: Monti si è impegnato a raggiungere il pareggio di bilancio (deficit zero) nel 2013, passando per il risultato del rapporto tra deficit e Pil nel 2012. É chiaro che se la crescita sarà -1,6 per cento invece che -0,5, questi obiettivi sfumano. Due opzioni: o si interviene con altri tagli e tasse (che nella manovra attuale pesano per 30 miliardi) o si spera nella crescita.
SEMPRE CHE LE COSE non degenerino in fretta a livello europeo: “L’euro non sopravviverà se l’Italia sarà costretta al default perché il suo governo non riesce a rifinanziare i 1500 miliardi in scadenza ogni anno”, ha scritto ieri sul sito Voxeu.org  l’economista Daniel Gros, da sempre uno degli osservatori più scettici sulle prospettive dell’Italia. Il presidente della Bce Mario Draghi, ha ribadito per l’ennesima volta che la Bce si limiterà a fornire liquidità illimitata alle banche, non agli Stati, nella speranza che queste poi usino i soldi a basso costo ottenuti da Francoforte per sottoscrivere debito pubblico ad alto rendimento (Nicolas Sarkozy ha invitato gli operatori a farlo). Ma è Draghi stesso ad ammettere che non c’è alcuna garanzia che lo facciano e che la Bce non pone alcun vincolo in questo senso: “Saranno loro a decidere l’uso migliore di questi fondi”. Le banche italiane beneficeranno di un doppio aiuto, i soldi della Bce e la garanzia dello Stato offerta dalla manovra per le passività di nuova emissione. Anche di questo hanno parlato Mario Monti e il governatore di Bankitalia Ignazio Visco nell’incontro di ieri.
   Ma nessuno è sicuro che queste misure siano abbastanza. E quindi i ministri economici della zona euro ieri hanno attuato le decisioni prese dai capi di governo la settimana scorsa: daranno 150 miliardi al Fondo monetario internazionale, che li potrà usare nel caso all’Italia o alla Spagna serva un prestito di emergenza. E l’Italia dovrà pagare un premio salato per questa assicurazione sulla vita: la sua quota da versare e di 23,5 miliardi di euro. Dove Monti li troverà, per ora, non è chiaro.
   Ste. Fel.

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