lunedì 31 ottobre 2011

Borse europee in calo. Spread oltre 400 Milano chiude a -3,82%, peggiore d’Europa



Piazza Affari trascinata al ribasso dal comparto bancario. Schizza in alto anche il differenziale tra i titoli a cinque e due anni rispetto ai bund tedeschi

La borsa cola a picco, lo spread sale alle stelle. I listini del vecchio Continente registrano tutti il segno meno, e Piazza Affari si aggiudica ancora una volta la maglia nera d’Europa. Ma l’attenzione oggi si è concentrata soprattutto sul debito italiano, con il differenziale fra i Btp a dieci anni e gli equivalenti Bund tedeschi che è risalito fino a sfiorare quota 410, con un rendimento del 6,16%. L’allarme non riguarda solo la lunga scadenza, perché anche il rendimento del Btp a cinque anni è volato al massimo storico dall’introduzione dell’euro e quello a due anni ha superato la soglia del 5%, il massimo dal 2008. L’interesse è infatti schizzato al 5,85% (record dal 1999). Tutto questo nonostante gli ulteriori acquisti sul mercato secondario dei titoli di Stato italiani da parte della Bce. Con quelli italiani, sono sottopressione anche i titoli di stato spagnoli: lo spread tra i bonos e il bund tedesco è salito a 354 punti base.

Non è andata meglio sul fronte delle quotazioni in borsa: a Palazzo Mezzanotte il Ftse Mib è arrivato a cedere il 3,82% e il Ftse All Share -2,99%. A trascinare al ribasso sono stati soprattutto i titoli del comparto bancario, con Banca Intesa San Paolo che ha ceduto il 6,81%, Banco Popolare il 4,53%, Mediobanca il 4,31%. Bpm, finita in asta di volatilità intorno alle 15, è arrivata a cedere il 3,77%. Male anche Fiat, che ha accusato un arretramento dell’8,38%, Fiat Industrial a -7,89% ed Exor a -6,08%, complici anche i report negativi dopo la trimestrale, che puntano il dito sull’aumento dell’indebitamento e sul rispetto dei target per il 2012.

Una brutta giornata anche per le altre piazze europee: Londra ha chiuso a -2%, Francoforte -2,68%, Parigi -2,53% e Francoforte -2,68%. La Spagna, con Madrid a –2,59%, è insieme all’Italia sorvegliata speciale in attesa del G20 di Cannes.

La giornata ora per ora:

17.00 – Piazza Affari si avvicina alla chiusura e arriva a cedere quasi 4 punti percentuali
Trascinato dalle banche in perdita vertiginosa, il Ftse Mib arriva a cedere il 3,82%

16.54 – Euro in calo sotto 1,40 dollari
I timori dei mercati per la crisi del debito spingono al ribasso l’euro che, dopo i forti guadagni delle scorse sessioni, chiude in calo a 1,3954 dollari

16.35 – G20, la Bce potrebbe decidere il taglio dei tassi di interesse
In concomitanza con il G20 del prossimo 3 e 4 novembre il neo-presidente della Bce Mario draghi potrebbe decidere di tagliare i tassi. Lo ha detto, nel Monthly Bulletin di Cmc Markets, l’analista Michael Hewson, secondo cui questa scelta sarebbe “una mossa che allevierebbe certamente la pressione sui rendimenti dei titoli di Stato italiani, che continuano a rimanere ostinatamente elevati”. Se invece il G20 dovesse chiudersi con un nulla di fatto, ha aggiunto Hewson, “aspettiamoci ulteriore volatilità sui mercati e nuovi ribassi dell’euro”

16.15 – Nuovo acquisto di titoli di Stato italiani da parte la Bce
Bloomberg
ha reso noto che anche oggi la Banca Centrale Europea è intervenuta sul mercato secondario dei titoli di Stato per acquistare debito italiano


15.53 – G20, prima di Cannes Obama incontrerà Merkel e Sarkozy
Il presidente Usa Barack Obama terrà degli incontri bilaterali in Francia, con il presidente Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel, prima del vertice G20 a Cannes. Lo ha reso noto la Casa Bianca precisando che i colloqui avranno luogo prima dell’inizio del G20 di Cannes incentrato sui modi per combattere la crisi del debito europeo

15.05 – Ghizzoni (Unicredit): “Lo spread riflette la crisi del Paese, non delle banche”
“Ridurre gli spread, che riflettono esclusivamente il rischio sovrano italiano e non quello delle banche è un imperativo”. Lo ha detto l’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni che ha ricordato come “il costo dei CDS è aumentato dai 100 punti base del 2010 ai 400/450 punti base di oggi, con incrementi del costo della raccolta che ci spiazzano rispetto ai concorrenti europei”. Ghizzoni ha anche bollato come “incomprensibili” le recenti “richieste di ulteriore capitale che penalizzeranno ancora di più le banche italiane”. Richieste sulle quali ormai non è possibile tornare indietro, ha spiegato il banchiere, “perché i mercati hanno di fatto già assimilato quanto è stato annunciato”. Se le banche italiane presentano un livello di patrimonializzazione inferiore ad altri paesi europei – come Gran Bretagna, Svizzera o paesi del Nord Europa) ciò è “giustificato da un bilancio molto meno rischioso” ha argomentato ancora

15.00 – Le borse ampliano il calo, Milano sfiora il -3%
Con l’avvio in calo di Wall Street aumentano le cessioni nelle principali piazze europee: Milano perde il 2,59%, ma scivolano in calo di oltre il 2% anche Francoforte e Stoccolma. Londra -1,25%, Parigi -1,80%, Madrid -1,36%

14.34 – Apertura in negativo per Wall Street
Apre con il segno meno anche la borsa statunitense. Il Dow Jones perde lo 0,65% a 12.145,21 punti, il Nasdaq cede l’1,15% a 2.705,73 punti mentre S&P 500 lascia sul terreno lo 0,80% a 1.273,88 punti

14.28 – Prosegue il calo dei bancari
Fra le banche Intesa Sanpaolo, dopo essere stata sospesa in asta di volatilità, cede il 6,03% a 1,31 euro. Male anche Mps (-4,11%), Unicredit (-3,56%), Banco Popolare (-3,11%) e Ubi Banca (-2,08%). In controtendenza si muovono Bper (+0,43%) e Bpm, nel giorno dell’avvio dell’aumento di capitale da 800 milioni di euro. Dopo non essere riuscita a fare prezzo in avvio con un balzo teorico del 28%, la popolare milanese ora guadagna il 2,09% a 0,484 euro.

14.00 – Spread a 410 punti
Sale ancora lo spread fra btp e bund. Attualmente la differenza tra i due rendimenti si attesta a 409,23 punti. Il rendimento del Btp a due anni vola oltre la soglia del 5% sul mercato secondario al 5,044%, segnando i massimi da luglio 2008.

13.32 – Rendimento Btp a 5 anni sfiora il 6%
Sfiora la soglia del 6% il rendimentodel Btp a cinque anni sul mercato secondario, segnando un nuovo massimo storico dall’introduzione dell’euro nel 1999. L’interesse sul quinquennale è infatti schizzato al 5,99% con lo spread con l’equivalente bund tedesco a 476 punti base.

13.17 – Bce, drenati 173,5 Mld di euro
La Banca Centrale Europa la scorsa settimana ha drenato dai mercati 173,5 miliardi di euro per sterilizzare la massa di extra liquidità creata attraverso gli acquisti di titoli di Stato. Lo ha reso noto l’Eurotower in una nota.

13.11 – Milano resta la piazza peggiore
Il Vecchio Continente sconta il calo dei mercati asiatici e una serie di indicazioni sullo stato economico europeo, come la disoccupazione che a settembre è tornata a salire con un balzo per l’Italia che con la Spagna è, in generale tra i paesi sorvegliati speciali. Le piazze finanziarie guardano poi con un certo interesse al prossimo G20 di Cannes. Sotto pressione in particolare Milano (Ftse Mib -2,53%) con le vendite su Intesa (-5,45%) e Fiat (-6%) e lo spread tra btp e bund che ha sfondato quota 400 punti base. Sfiorano una flessione del 2% Parigi e Francoforte. A zavorrare i listini sono i pesanti cali di materie prime (-3,34%), banche (-3,28%) e auto (-2,98%). Di seguito, gli indici dei titoli guida delle principali borse europee: – Londra -1,24% – Parigi -1,79% – Francoforte -1,73% – Madrid -1,32% – Milano -2,37% – Amsterdam -0,70% – Stoccolma -1,55% – Zurigo -1,14%.

12.55 – Spread a quota 407
Prosegue senza freni la corsa al rialzo dello spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp e il bund tedesco vola a 407 punti base col rendimento sul decennale italiano che sul mercato secondario balza al 6,16%. Il bonos tra decennale spagnolo e Bund è a 355 punti.

12.50 – Spread a 405 punti
Lo spread fra btp e bund sfonda quota 405 punti, attestandosi al massimo di giornata. Rispetto all’apertura a 382 punti, l’incremento è di 21 punti.

12.06 – Ancora tensione sui titoli di stato
Tutti i titoli del Tesoro sono sotto pressione sul mercato secondario, colpiti da una pioggia di vendite. Lo spread tra il Btp decennale e il bund tedesco ha sfondato di nuovo i 400 punti base, mentre sul mercato secondario il rendimento del titolo italiano è schizzato al 6,14%, avvicinandosi pericolosamente a quella soglia del 6,5% ritenuta da diversi analisti come punto di non ritorno. L’interesse sul Btp quinquennale ha segnato il record storico dall’introduzione dell’euro nel 1999 al 5,90%, con il differenziale con l’equivalente bund tedesco a 465 punti base. In forte rialzo anche il rendimento del titolo a due anni al 4,83%, mentre lo spread con l’analogo bund si è allargato in questo caso a 426 punti.

12.00 – Bazoli: “O riforme o intervento dello Stato nelle banche”
“Se le banche non raccolgono capitali sui mercati, l’unica prospettiva è l’intervento dello Stato in maniera diretta o attraverso fondi sovrani”. Lo afferma il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, secondo il quale per questo servono “riforme per abbattere il debito e rilanciare la crescita”. E aggiunge: “Dal mercato ci sono pressioni e penalizzazioni sulle banche italiane che non trovano giustificazioni nei fondamentali e nella patrimonializzazione”.

11.49 – A metà seduta, borse negative
Piazza Affari resta pesante a metà seduta. Sugli indici pesano il dato sulla disoccupazione balzata all’8,3% e l’ennesimo strappo tra btp e bund. Il Ftse Mib cede il 2,4% a 16.254 punti e il Ftse All Share il 2,14% a 17.060 punti.

11.38 – Fiat -5,20%
Fiat torna in negoziazione a Piazza Affari dopo essere finita in asta di volatilità, colpita da forti ordini di vendita. Il titolo del gruppo automobilistico segna una flessione del 5,20% a 4,59 euro, dopo essersi mossa fra un massimo giornaliero di 4,814 euro e un minimo di 4,56 euro. nella media i volumi di scambio.

11.24 – Bce compra titoli di stato spagnoli
La Banca Centrale Europa ha acquistato titoli di Stato spagnoli. Intanto nel continente ristagna la crescita economica nel terzo trimestre dell’anno, dopo il +0,2% dei tre mesi precedenti. E’ la stima della Banca centrale iberica, che prevede inoltre un +0,7% su base annua. La domanda interna, spiega la Banca, segna un forte calo nel terzo trimestre mentre le esportazioni e il turismo danno una boccata di ossigeno all’economia spagnola.

11.12 – Bpm in controtendenza
Bpm guadagna lo +4,5%. Il gruppo bancario ha avviato oggi l’aumento di capitale. Il titolo è andato in asta di volatilità, poi ha aperto in rialzo. Male invece i diritti.

11.05- Trichet: “Alcuni paesi dell’Eurozona sono fragili”
“L’Eurozona è solida ma ci sono alcuni Paesi fragili”. Lo ha detto il presidente uscente della Bce, Jean-Claude Trichet, in una intervista a Bbc radio 4. Il presidente ha inoltre sottolineato che i “Paesi dell’eurozona devono rispettare gli impegni presi e che la Grecia è un caso speciale”. Tutti i membri della Ue “diedero il via libera all’ingresso di Atene nell’euro, ma col senno di poi si sarebbero dovute applicare le rigide norme esistenti al tempo”, ha concluso Trichet.

11.00 – Peggiorano le borse europee
Scivolano le Borse europee conl’indice d’area che cede oltre un punto percentuale. La maglia nera va a Milano (-2,65%) che accumula perdite con Intesa SanPaolo (-6,5% teorico), Unicredit (-5,01%) e Fiat (-4,79%). Sotto pressione anche Parigi (-1,78%), Francoforte (-1,42%) e Madrid (-1,39%). I listini sono zavorrati da materie prime (sottoindice dj stoxx -2,55%), bancari (-2,44%) e auto (-1,95%).

10.52 – Piazza Affari aumenta le perdite
Il Ftse Mib segna un calo del 2,64% a 16.217 e l’All Share del 2,31% a 17.030. Intesa Sanpaolo, maglia nera del listino, è in asta di volatilità, con una flessione teorica del 6,67%. Fra i bancari male anche Unicredit (-5,06%), Mps (-4,55%), Mediobanca (-3,65%) e Banco Popolare (-3,20%).

10.43 – Spread a 404
Torna sopra quota 400 (per l’esattezza 404 punti) il differenziale fra i Btp a dieci anni e gli equivalenti Bund tedeschi, mentre il rendimento del decennale italiano è salito al 6,12%. Forte crescita anche lo spread dei Bonos spagnoli, passato da 332 a 354 punti.

10.42 – Borse asiatiche chiudono in calo
La borsa di Hong Kong segna una flessione dello 0,77% a 19.864 punti. Dopo il rally degli ultimi giorni a Seul il Kospi cede l’1,06% a 1.909 punti, mentre la borsa di Taiwan lascia sul terreno lo 0,37% a 7.507 e la piazza del Vitnam chiude a 420 punti, in flessione dello 0,30%.

9.53 – Listini europei negativi
Borse europee in deciso calo inapertura di settimana. Molto debole Milano, così come Parigi (-1,37%) e Francoforte (-1,06%). In calo anche Madrid. Italia e Spagna sono sorvegliate speciali in attesa del G20 di Cannes.

9.44 – I bancari trascinano il ribasso
A Milano Intesa Sanpaolo guida i cali del settore, con una flessione del 2,94%. Male anche Mps (-1,80%), Unicredit (-3,78%), Banco Popolare (-1,69%) e Ubi Banca (-1,25%) Anche nel resto d’Europa i titoli dei gruppi del credito sono in difficoltà. A Parigi Bnp Paribas perde il 3,71%, Sociètè Gènèrale il 3,57% e Crèdit Agricole il 3,33%. A Francoforte Deutsche Bank lascia sul terreno il 3,04% e Commerzbank il 2,62%, mentre a Londra la situazione è migliore con Barclays in rialzo del 2,63% dopo i conti del trimestre. In calo Lloyds (-1,15%) e Rbs (-1,33%). Secondo l’agenzia di rating Moody’s un campione di 252 banche europee sono esposte nei confronti dell’Italia per 275 miliardi di euro, il valore più alto in assoluto. Segue l’esposizione verso la Spagna (176 miliardi), Belgio (98 miliardi) e Grecia (80 miliardi, la più elevata rispetto al Pil).

9.24 – Spread Btp-Bund a 393
Apertura in forte salita per il differenziale fra i Btp a dieci anni e gli equivalenti Bund tedeschi. Da un valore di partenza di 382 punti, in pochi minuti lo spread fra i due titoli è salito a 393 punti. Forte crescita anche per il differenziale dei Bonos spagnoli, passato da 332 a 342 punti.

FEROCI DETERMINAZIONI

Renzi lancia “Wiki Pd”, ma sbaglia l’etimologia


Nella vecchia stazione Leopolda di Firenze, il sindaco del capoluogo toscano, Matteo Renzi, ha radunato coloro che vengono considerati i “rottamatori” del PD. L’obiettivo è quello di ringiovanire – dal suo punto di vista – quello che doveva essere il maggiore partito della coalizione di centro-sinistra, sempre più ingabbiato nella morsa di Sinistra Ecologia e Libertà e dell’Italia dei Valori. Serviva una canzone persuasiva per dare un senso all’evento: “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang“, uno degli ultimi singoli di Jovanotti, è un simbolo di novità che fa da sfondo a un prosperoso crescendo di neologismi e nuovi paragoni.

Quelli chiamati una volta “sepolcri imbiancati” vengono identificati ora come “dinosauri” nella convention, con le immagini dei rettili arcaici proiettate alle spalle del leader. Le critiche non vengono risparmiate e sul palco si alternano i rampanti Pippo Civati (blogger e consigliere regionale in Lombardia) e Giulia Innocenzi (già opinionista da Santoro e rappresentante dell’area radicale). Ne emerge un attacco generalizzato ad una politica che deve essere fatta dai “giovani” e deve essere rivolta ad essi. Ma sul palco fiorentino sono attesi anche Parisi o Chiamparino, non propriamente la “new-generation” della lista. Prima ancora il parallelo tra D’Alema o Veltroni e i Gormiti.

Eppure Renzi avrebbe voluto parlare “non di polemiche, coalizioni, alleanze” ma “delle questioni vere, degli italiani”. Difficile, se l’obiettivo di fondo è quello del “rottamare”, del fare una sorta di “rivoluzione interna” – seppur pacifica – dei democratici. Un altro segnale evidente per dimostrare il concetto è il ricorso alle nuove tecnologie: per concretizzare l’idea, il primo cittadino fiorentino non esita a parlare di “Wiki-PD”. Con molta probabilità, il senso con cui Renzi intende la parola “wiki” è quello di “facilità”, di “comunità” (sul modello islandese, come è stato più volte detto). Tuttavia, per avvicinarsi e parlare al mondo web bisognerebbe conoscerlo in modo corretto. L’etimologia di “wiki” deriva infatti dalla lingua hawaiiana e significa “velocità”: la rapidità, in tal senso, non va pienamente d’accordo con la nostra politica né con le dinamiche interne del PD.

Una scommessa, quella di Renzi, che dovrebbe essere fondata su basi solide. A partire dalla conoscenza del vero significato dei termini usati per “raccontare” la comunità in cui – a suo giudizio – dovrebbe trasformarsi il PD. Il resto è politica.

Fotografia delle carceri italiane, tra sovraffollamento e suicidi


Il rapporto ''Prigioni Malate'' di Antigone Onlus parla di un tasso di sovraffollamento secondo solo alla Serbia e di un suicidio ogni cinque giorni

Sovraffollamento. Un suicidio ogni cinque giorni. Scarsità di misure alternative e di recupero. Parole che potrebbero far pensare ad un Paese dittatoriale del terzo Mondo e che invece parlano di una situazione tutta nostrana: quella delle pessime condizioni detentive nelle carceri del Belpaese. A tornare a denunciarlo è l’VIII Rapporto Nazionale “Prigioni Malate” sulle condizioni di detenzione redatto dall’associazione Antigone Onlus e presentato lo scorso 28 ottobre a Roma.

Il nostro Paese deterrebbe infatti in Europa un primato ben poco invidiabile, battuto solamente dalla Serbia: le sue carceri (206 su tutto il territorio nazionale) risultano tra le più affollate del Vecchio Continente, con 67.428 detenuti in un totale di 45.817 posti e un tasso di sovraffollamento di 147 carcerati ogni 100 posti. In Serbia, la percentuale è del 157,9%. Dati che confermano quelli già raccolti al primo settembre 2009, data dell’ultima rivelazione ufficiale del Consiglio d’Europa, quando in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito il tasso di sovraffollamento nelle carceri era stato stimato rispettivamente al 123,3%, 92%, 141% e 98,6%, per una media europea che si attestava al 98,4%. Un dato che stride con i tassi di criminalità piuttosto bassi – 4.545 reati registrati ogni 100 mila abitanti, secondo dati Eurostat utilizzati nel rapporto – rilevati in Italia rispetto ad altri Paesi europei, quali ad esempio Germania a Regno Unito (8.481 e 7.436 reati registrati per 100 mila abitanti).

Il rapporto evidenzia anche tutta una serie di altre anomalie nella realtà della carceri italiane rispetto a quelle europee, a cominciare dalla mancanza di sentenza definitiva per una larga fetta di detenuti per arrivare infine alla scarsità di misure detentive o penali alternative al carcere e all’elevatissimo numero di suicidi in prigione. Secondo l’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone Onlus – che dal 1998 cura regolarmente un rapporto sulle problematiche del sistema detentivo in Italia – al primo settembre 2009 in Italia il 50,7% dei detenuti non aveva una sentenza definitiva, contro il 23,5% dei detenuti in Francia, il 16,2% in Germania, il 20,8% in Spagna e il 16,7% nel Regno Unito. Allo stesso modo, «il giro di vite sulle droghe ha avuto sul sistema penitenziario un impatto fortissimo», ha affermato il presidente di Antigone Onlus Patrizio Gonnella: sempre alla data di riferimento del primo settembre 2009, infatti, nel nostro Paese la percentuale di persone condannate per reati previsti dalla legge sulle droghe si attestava al 36,9%, molto più alta rispetto alla media europea (in Spagna, ad esempio, la stessa percentuale era del 26,2%, mentre in Francia del 14,5%). Per quanto riguarda invece l’applicazione di misure alternative al carcere, nel 2009 in Italia hanno iniziato a scontarle 13.383 detenuti, contro i circa 120 mila della Germania o le 197.101 persone solo in Inghilterra e Galles.

Il nostro Paese è un bollettino di guerra anche per quanto riguarda le morti dietro le sbarre: nei nostri penitenziari infatti si suicida circa un recluso ogni mille, rispetto ai dati nazionali che registrano fra la popolazione un suicidio ogni ventimila persone. Secondo il rapporto “Prigioni Malate”, sono 154 le morti contate nelle carceri italiane dall’inizio del 2011 ad oggi, di cui 53 per suicidio. Uno scuro trend confermato dalle ultime cronache: il 27 ottobre, a Livorno, un detenuto si è tolto la vita. Gli mancavano solo 48 ore prima di recuperare la libertà. «Ogni suicidio – ha commentato al riguardo il capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria Franco Ionta – è una sconfitta per il sistema».

Bruno Vespa contestato: «Venduto»

Bruno Vespa è stato contestato e insultato davanti al Teatro Valle a Roma. È quanto documenta un video, messo in rete dagli stessi autori della protesta, che sta girando su Facebook e mostra il giornalista alle prese con un gruppo di persone inferocite che gli urla «venduto, la Rai è servizio pubblico». Contro il conduttore di Porta a Porta si sono levate parolacce, fischi e cori.

LA RICOSTRUZIONE - Secondo quanto riferiscono i lavoratori dello spettacolo che dal 14 giugno scorso stanno occupando il teatro Valle di Roma l'episodio è accaduto sabato sera verso 20.30 circa. A contestare Bruno Vespa, che stava passeggiando vicino lo storico teatro romano, sarebbero state una trentina di persone. Tutto sarebbe iniziato da una frase, appunto «La Rai è un servizio pubblico», indirizzata al conduttore di Porta a Porta e partita dalle persone in fila per assistere allo spettacolo serale del Valle. Da lì poi il coro di urla ed insulti è andato via via aumentando coinvolgendo gran parte degli spettatori in attesa fuori dal teatro, alcuni occupanti del Valle ed anche, secondo quanto si apprende, diversi commercianti della zona. Il video della contestazione è stato pubblicato alcuni minuti dopo l'accaduto sulla pagina Facebook del Teatro Valle occupato.

LA REPLICA DEL GIORNALISTA - Lo stesso Bruno Vespa è intervenuto domenica sera sull'accaduto, facendo notare che «il video mostra soltanto gli ultimi secondi, quando io mi sono allontanato». «In realtà passando davanti al teatro Valle insieme con mia moglie - ha precisato - sono stato insultato alle spalle. Sono tornato indietro per affrontare chi mi insolentiva chiedendone le ragioni e dicendomi pronto a una franca discussione. Non è stato possibile e per almeno un quarto d'ora sono stato violentemente insultato da almeno una trentina di persone che urlavano come ossesse. Ci sono testimoni che possono confermarlo». Quanto a «chi mi diceva di essere venduto a Berlusconi - ha evidenziato il giornalista Rai - ho chiarito che io non gli devo niente e anzi sono io che ogni anno gli do una discreta paghetta con i miei libri come editore di Mondadori. Quando ho dovuto allontanarmi perchè alcuni ospiti ci aspettavano ormai da tempo in un ristorante vicino, mia moglie si è fermata altri venti minuti affrontando gli occupanti del Valle e alla fine, quando tutti se ne erano andati, ha dato agli ultimi il suo biglietto da visita del ministero della Giustizia invitandoli a chiamarla quando avessero voluto fare un dibattito». (con fonte Ansa)

Redazione Online
30 ottobre 2011

Il «vaffa...» di Iacchetti ai ministri Brunetta e La Russa

Enzo Iacchetti si indigna contro i costi della politica via Facebook. Posta così un video sulla sua pagina del popolare social network: t-shirt bianca e occhialini, il comico insulta i ministri della Pubblica amministrazione e Innovazione, Renato Brunetta, e della Difesa, Ignazio La Russa. «Questa settimana - esordisce Iacchetti nel video - mi dice un mio confidente e amico, poi se non è vero lo smentiamo, che alla Camera dei Deputati, che ha già 4.600 dipendenti, sono stati assunti altri 33 dipendenti quindi: vaffanculo Brunetta». Poi, prosegue Iacchetti «leggo sul Corriere di ieri che La Russa ha comperato 19 Maserati blindate per trasportare dei generali e allora diciamo: vaffanculo anche a La Russa. In questo modo - aggiunge - si possono scrivere tutte le lettere del mondo (probabilmente il comico allude alla lettera d'intenti all'Unione europea ndr.) ma fra una quindicina di mesi saremo andati affa... pure noi. Bisogna cominciare a incazzarsi un attimino», conclude Iacchetti.

LA CAMERA - Immediata la smentita dalla Camera che con una nota comunica che le notizie «fornite da Enzo Iacchetti sono completamente false». Non è vero, si legge che alla «Camera dei deputati i dipendenti sarebbero 4600 e altri 33 ne sarebbero stati assunti in questa settimana», come ha scritto il comico. «Niente di più falso: alla Camera i dipendenti sono 1648 e non c'è stata alcuna assunzione».

Redazione online
30 ottobre 2011

INDECENTE !

L'Europa ci protegge ma diffida di lui


di EUGENIO SCALFARI

L'ORMAI famosa lettera di intenti firmata da Berlusconi e approvata dai 17 Paesi dell'Eurozona e soprattutto dalla Germania, dalla Francia e dalla Commissione di Bruxelles, fu riscritta e corretta in una lunga telefonata con Gianni Letta, avvenuta la mattina e consegnata a Bruxelles nel pomeriggio da Berlusconi. Questa cronaca è ormai ufficiale. Di fatto la lettera fu scritta dai destinatari e poi riconsegnata con la loro approvazione al mittente. In più ci fu la decisione europea di affidare al presidente del Consiglio europeo e al capo della Commissione un monitoraggio costante sull'adempimento degli "intenti" indicati in quella lettera con tanto di cifre e calendario. Ieri, tra l'altro, è arrivata la proposta dell'Fmi, e accettata dalle autorità europee, di creare una rete di sicurezza aggiuntiva per Italia e Spagna, il che conferma che le misure finora prese non sono sufficienti perché affidate a un governo di dubbia credibilità. Il commissariamento dell'Europa nei confronti dell'Italia è dunque fuori discussione ed equivale a quello già in atto nei confronti della Grecia, dell'Irlanda e del Portogallo. Questa conclusione che emerge dai fatti significa che quando discutiamo della lettera di Berlusconi non stiamo esaminando la sua politica economica che non esiste, ma quella delle autorità europee. Stiamo cioè esaminando il contenuto del cosiddetto "vincolo esterno" che l'Europa ha costruito per istigare i Paesi recalcitranti ad accettare la disciplina imposta dai "Protettori" se accettano d'esser protetti per non far saltare in aria Eurolandia.

Questa è la realtà, dalla quale emerge la prima domanda:
è necessario per l'Italia avere un vincolo esterno? La nostra risposta è sì, è necessario. L'hanno ricordato sia Ciampi sia Prodi, in aperta polemica con Berlusconi che aveva appena dichiarato quanto l'euro sia dannoso alla vita dell'Europa.

È opportuno tuttavia ricordare che i governi di Prodi e di Ciampi che portarono l'Italia nell'euro non erano commissariati dall'Europa. Avevano accettato le regole europee per rendere possibile la moneta unica, dopo averle a lungo discusse con gli altri Paesi membri dell'Eurozona: le regole di stabilità, la supervisione della Commissione sul loro rispetto e sull'indice che ne era il misuratore, cioè il rapporto tra Pil e deficit di bilancio con le sanzioni comminate a chi sforava quei limiti.

L'attacco ai debiti sovrani e a quello italiano, che non può e non deve diventare insolvibile perché provocherebbe in quel caso il disfacimento dell'intero sistema economico occidentale, ha segnato la data di inizio dello speciale vincolo esterno a noi riservato, l'inizio del "Protettorato" o commissariamento che dir si voglia. La data di inizio si colloca alla fine di luglio di quest'anno, il primo documento dei "Lord protettori" è la lettera firmata da Trichet e Draghi e diretta al nostro governo (un documento analogo viene spedito anche al governo spagnolo); l'effetto consiste nella seconda manovra dello scorso agosto varata da Tremonti, poi corretta e rinforzata poche settimane dopo da un'altra manovra e infine da ulteriori correzioni, sicché il nostro Parlamento stava appena approvando la prima mentre già aveva in lettura la seconda e la terza.
Adesso c'è stata la lettera d'intenti scritta dai destinatari e accettata dal mittente, cui si affianca il monitoraggio dei "Lord protettori" e dei loro delegati.
Se tutto questo è chiaro, procediamo.
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La lettera di intenti contiene varie promesse e impegni, alcuni dei quali del tutto ornamentali rispetto ai veri intenti dei "Protettori". Esaminiamo dunque qual è l'essenza del documento che disegna una complessa politica economica: l'eliminazione del deficit entro il 2013, il pareggio del bilancio entro lo stesso anno, la diminuzione del debito sovrano che dovrebbe scendere al 90 per cento del Pil entro il 2014 (adesso siamo al 120 con tendenza ad aumentare), la crescita del Pil che è sostanzialmente ferma da dieci anni, la diminuzione della disoccupazione e in particolare di quella dei giovani, l'adeguamento della pensione alle mutate aspettative di vita e infine la massima equità sociale come indispensabile lubrificante per una politica che impone scelte severe senza dover mettere a rischio la coesione sociale.

Con un governo come il nostro è evidente che un progetto di tali dimensioni sarebbe stato impossibile da mettere in moto senza quel vincolo esterno di cui si è detto e senza il diretto intervento dei "Lord protettori". Perciò, per quanto ci riguarda, fin qui piena lode al vincolo, piena lode al programma, ai tempi di realizzazione e piena lode al monitoraggio.
Avanziamo l'ipotesi (ma di pura ipotesi si tratta) che i "Protettori" avrebbero preferito un governo più credibile di quello in carica, ma questo è fuori dalle loro competenze. Da questo punto di vista Scilipoti ha maggior potere di Barroso, di Sarkozy e perfino di Angela Merkel e la vince anche - Scilipoti - su Lavitola e perfino su Putin. Almeno nel breve periodo. Solo Bossi è più forte di lui e infatti lo dice tutti i giorni. Salvo incidenti di percorso.
* * *
Per realizzare quegli obiettivi i "Protettori" hanno messo in pista alcuni strumenti. Una parte di essi rimonta alla manovra di agosto e sono il taglio (lineare) di risorse ai Ministeri, agli enti locali, alle protezioni sociali, per accelerare di un anno il pareggio del bilancio. Fu prevista anche una riforma del mercato del lavoro che spostasse la contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale. La ciliegina sulla torta doveva infine essere un "contributo di solidarietà", in pratica una maggiorazione di imposta che gravava in modo diverso a partire dai redditi di 90 mila euro annui, aumentando dai 110 mila in su.

Il totale delle risorse in tal modo ottenute avrebbe dovuto essere di 40-50 miliardi nel biennio 2012-13, più altri diecimila da incassare fin dall'esercizio corrente con accise ed altre furberie dell'Agenzia delle entrate. Tremonti gioì di questo vincolo esterno, ancorché la sua manovra precedente di pochi giorni la lettera di Trichet avesse diluito quelle cifre spostandone il grosso al 2014. Berlusconi non gioì invece affatto, lui non ama l'austerità e l'ha scritto l'altro ieri al Foglio. Lui ama improvvisare e la gabbia predisposta dai "Protettori" gli andava stretta.

Adesso le cose sono cambiate: la gabbia dei "Protettori" a lui va bene perché può prolungare la vita del governo; invece non va per niente bene a Tremonti che infatti la lettera di intese non l'ha neppure firmata. A chi gli chiedeva se il programma dei "Protettori" gli andava bene, ha risposto: "Mi va bene, ma il diavolo sta nei dettagli". È vero, il diavolo sta appunto nei dettagli. Perciò diamo anche noi un'occhiata a quei dettagli, ma prima diamo un'occhiata alle più recenti reazioni dei mercati che non sono affatto un elemento marginale dell'intera vicenda. Anzi.
* * *
Mercoledì scorso i mercati hanno galleggiato con un po' di fatica, specie per quanto riguardava il famoso "spread" tra i titoli italiani e quelli tedeschi. Giovedì sono volati al rialzo in preda ad una comprensibile euforia dovuta non tanto al caso Italia ma ai provvedimenti annunciati dall'assemblea plenaria dei 27 Paesi dell'Unione sul debito greco, sulla ricapitalizzazione delle banche e sul Fondo "salva Stati". Venerdì Piazza degli Affari è ripiombata nel buio profondo.

Che cosa era accaduto venerdì? Era accaduto che all'asta dei Btp il rendimento aveva superato il 6 per cento toccando il massimo storico dal 1997. Ricordiamo che il "default" del debito greco - che è infinitamente più piccolo di quello italiano - cominciò quando il rendimento dei titoli greci raggiunse il
7 per cento. Siamo cioè a una spanna da quella porta d'inferno.

Si potrebbe pensare che si tratti di un incidente di percorso. Speriamolo, ma teniamo presente un altro dato di fatto: nel corso del 2012 andranno in scadenza 290 miliardi di titoli italiani, una parte cospicua dei quali con scadenze pluriennali. Nello stesso anno scadranno titoli di altri Paesi dell'Unione europea per un totale (Italia esclusa) di 500 miliardi. Ci saranno insomma l'anno prossimo 800 miliardi di titoli europei da rinnovare e sarebbe arduo pensare che i nostri saranno preferiti agli altri. Sicché quel 6 per cento di venerdì potrebbe essere largamente superato, specie in presenza d'un governo che fa ridere i suoi "Protettori". La lettera di intenti non fa parola di questi dati di fatto sebbene essi siano di pubblico dominio.

Il solo rimedio per affrontare il 2012 che sarà da questo punto di vista l'anno terribile è quello di puntare sulla crescita rapida del Pil, ma qui casca l'asino. Qual è il provvedimento che potrebbe far crescere il nostro Pil, appiattito da dieci anni sullo zero? Ce ne sono
tre: accrescere il potere d'acquisto dei ceti medio-bassi e in particolare dei giovani per stimolare i consumi e di conseguenza gli investimenti; diminuire imposte e contributi che gravano soprattutto sulle imprese, cioè il famoso cuneo fiscale; lanciare un programma di lavori pubblici cantierabili entro i prossimi tre mesi, non può che trattarsi di opere pubbliche locali delle quali del resto c'è gran bisogno anzi necessità. Basterebbe provvedere - come è sempre stato promesso e mai fatto - alle difese degli argini di fiumi e torrenti (Cinque Terre insegni) alla messa in sicurezza delle scuole, ai porti, alle strade, alle ferrovie.

Mi rivolgo qui a Mario Draghi verso il quale ho profonda stima e amicizia:
sono questi i provvedimenti necessari alla crescita da te molto voluta? Nella lettera di intenti ne ho letti altri che se riusciranno a implementare la concorrenza daranno qualche effetto a due o tre o quattro anni da oggi. Ho letto anche che si vuole accrescere la mobilità del lavoro aumentando la facilità di ingresso e al tempo stesso la facilità di uscita. Ingresso per i lavoratori precari e uscita dal lavoro a posto fisso. E tu, caro Mario, pensi veramente che in questo modo aumenteranno complessivamente i posti di lavoro e il monte salari e verrà varato quel patto generazionale tra padri e figli? Licenziate i padri (che stanno mantenendo i figli) e sperate che al loro posto i figli possono sostituirli?

Nel frattempo avete dimostrato soddisfazione per la riforma delle pensioni che però non avete affatto ottenuto
. La vera riforma sarebbe stata di passare tutti i pensionati al regime di contributo ma Bossi ha messo il veto. I 67 anni di età pensionabile erano previsti da un pezzo ma i modesti benefici che ne verranno all'Inps e quindi allo Stato negli anni a venire, come saranno impiegati? Nella vostra lettera di intenti non c'è scritto nulla in proposito. Non dovrebbero compensare i figli costruendo un nuovo welfare che copra la flessibilità del lavoro? Non dovrebbe questo nuovo tipo di protezione essere approvato prima o almeno contemporaneamente alla licenziabilità facile e all'allungamento dell'età pensionabile? Se volete mantenere la coesione sociale, la carota va data insieme al bastone e soprattutto va contrattata con le parti interessate. Tutte le parti interessate e non una soltanto.

Concludo:
bene il vincolo esterno, evviva i "Protettori" quando decidono bene, ma quando decidono male oppure omettono di decidere su questioni di fondo, allora va malissimo. A me personalmente gli "omissis" non sono mai piaciuti. Cercate di rimediare se potete.

Post scriptum. Il Rendiconto generale dello Stato, bocciato dalla Camera circa un mese fa, è ritornato alla Camera ed è stato calendarizzato per l'8 novembre prossimo. La calendarizzazione è stata approvata all'unanimità da tutti i gruppi parlamentari che in tal modo hanno sospeso l'articolo 72 del loro regolamento dove c'è il divieto a presentare la stessa legge bocciata prima che siano trascorsi sei mesi.

Posso ben capire che i gruppi d'opposizione abbiano deciso, insieme alla maggioranza, di rimuovere l'ostacolo formale e si accingano perciò ad approvare all'unanimità il Rendiconto. Se l'ostacolo regolamentare non fosse stato rimosso non sarebbe possibile approvare né la legge di bilancio né quella di stabilità finanziaria e si andrebbe all'esercizio provvisorio con tutte le conseguenze del caso.

Mai come in questo caso dunque i gruppi d'opposizione hanno fornito una prova del loro senso di responsabilità. Questo avviene mentre il presidente del Consiglio continua a trattarli in tutte le sedi come comunisti, settari, faziosi, inconcludenti e quindi indegni di proporsi come alternativa.

Mi sarei aspettato che quest'atto di apprezzabilissima responsabilità fosse pubblicizzato. Mi sarei aspettato che i gruppi di opposizione ne spiegassero le ragioni e ne rivendicassero il merito. Invece c'è stato un silenzio tombale, quasi che si vergognassero d'averlo fatto.
Lui continuerà ad insultarli come prima e peggio di prima e la gente crederà alle fanfaluche rottamatrici di Renzi e di Beppe Grillo.

No, così non va bene. Non si acconsente tacendo ma motivando, specie quando non c'è da vergognarsene ma da rivendicare il proprio senso dello Stato che in tutti gli altri è spaventosamente assente.

(30 ottobre 2011

Napolitano raccoglie l'appello dei giornali "Chiederò al governo di ripensare i tagli"


Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiederà al governo di riconsiderare i tagli all'editoria. Rispondendo ad una lettera aperta indirizzatagli da 64 direttori delle testate di partito, delle Cooperative madia coop e non profit e della Fisc (la Federazione italiana settimanali cattolici), il capo dello Stato spiega di "condividere la preoccupazione per i rischi che ne potrebbero derivare di mortificazione del pluralismo dell'informazione".

"Ho letto con attenzione la vostra lettera e mi rendo ben conto dell'importanza degli argomenti che mi avete illustrato in polemica con l'annunciato taglio 'lineare' al fondo per l'editoria", scrive Napolitano in riferimento alla missiva pubblicata su diversi quotidiani. "Condivido - prosegue - la preoccupazione per i rischi che ne potrebbero derivare di mortificazione del pluralismo dell'informazione. E non mancherò di manifestare questo mio punto di vista al governo".

"Ho, nello stesso tempo, trovato - continua il capo del Stato nella sua risposta pubblicata sul sito del Quirinale - altamente apprezzabile, nella vostra lettera, la sensibilità per l'urgenza di 'un'opera di bonifica' in questo settore e la disponibilità 'a proporre ulteriori criteri per consentire da un lato risparmi e dall'altro una più rigorosa selezione nell'accesso alle risorse'". "Credo - conclude il presidente della Repubblica
- che quanto più darete seguito concreto a questi vostri intendimenti, tanto più ne guadagnerà in efficacia la sollecitazione, che faccio mia, per una riconsiderazione delle decisioni del governo".

L'invito di Napolitano al governo a riconsiderare i tagli lineari al fondo per l'editoria secondo il segretario della Federazione nazionale della stampa Franco Siddi "è di eccezionale rilevanza e conferma quanto sia prezioso il pluralismo come bene immateriale che merita il sostegno dello Stato, affinché anche le voci non meramente commerciali possano animare il circuito dell'informazione e delle idee".

(30 ottobre 2011)

Acqua sul fuoco da servizi e investigatori "Nessuna ripresa della propaganda armata"



di CARLO BONINI

Davvero il Paese è alla vigilia di una nuova stagione della lotta armata? Girate agli apparati della nostra sicurezza nazionale, le parole del ministro del Welfare raccolgono imbarazzati distinguo e qualche significativa informazione che aiuta, forse, a valutarne la sostanza. A cominciare dall'Aisi, la nostra intelligence domestica, dove una fonte di primo livello non usa perifrasi. "Se la domanda è: esistono informazioni specifiche su singoli o sigle che segnalano la ripresa della propaganda armata, allora, la risposta è un rotondo "no". Queste informazioni non esistono. O, quantomeno, l'Aisi non ne ha trasmesse all'autorità politica. Se invece la domanda è se esistono, in questo momento, condizioni sociali e di piazza capaci di creare un terreno fertile alla propaganda armata, allora la risposta è "sì". Ma in questo caso siamo non solo nel campo del buon senso, ma direi pure dell'ovvio. E' la differenza che passa tra una notizia di intelligence, che al momento non c'è, e un'analisi della fase politica del Paese, che come tale ognuno è libero di valutare".

La musica non cambia se si bussa a porte diverse. Il lavoro più recente del Ros dei Carabinieri, come quello dell'Ucigos (la Polizia di prevenzione), documentano certamente "un incremento significativo" dell'aggressività dell'area cosiddetta anarco-insurrezionalista, ma nulla che accrediti la possibilità, in tempi brevi, che questa possa diventare bacino di facile reclutamento di organizzazioni clandestine armate. "Quando si parla di precursori della lotta armata - ragiona un alto ufficiale dell'Arma - si fa indubbiamente riferimento a condizioni che oggi possono anche essere rintracciate nel quadro difficilissimo che sta attraversando il Paese. Ma quando dall'analisi si scende nella concretezza di ció che puó accadere di qui ai prossimi mesi, gli indicatori, sotto il profilo della prevenzione e dell'indagine sono altri. Faccio qualche esempio: la produzione ideologica, la scoperta di rapine di autofinanziamento, la rivendicazione di atti di violenza politica non di piazza, ma che alla piazza devono parlare. Ecco, questo quadro oggi è

assente. E questo fa prevedere con ragionevole certezza che non siamo in una situazione in cui un'area di disagio sociale è pronta a passare armi e bagagli alla clandestinità armata. Quantomeno in tempi brevi".

La cronaca giudiziaria testimonia che l'ultimo capitolo della lotta armata data il 2009. Quando le indagini della Digos e della Procura di Roma smantellarono "
Per il Comunismo - Brigate Rosse", struttura numericamente modesta e anagraficamente avanti con gli anni (gli arrestati furono Luigi Fallico, Bruno Bellomonte, Gianfranco Zoja, Riccardo Porcile, Bernardino Vincenzi, Manolo Morlacchi, Costantino Virgilio), che aveva deciso di rivendicare a sé l'eredità brigatista, firmando, il 20 settembre 2006, un attentato a colpi di mortaio artigianale alla caserma "Vannucchi" di Livorno, la casa dei paracadutisti della Folgore. A quella sigla e ai suoi militanti (Zoja e Porcile sono accusati di essere gli autori materiali dell'attentato di Livorno) si sta celebrando a Roma il processo di primo grado. Ma già in quell'esperienza "terminale" della follia armata - come le indagini prima e il dibattimento poi hanno documentato - era scritto l'isolamento politico degli epigoni brigatisti. Nelle risoluzioni strategiche di "Per il Comunismo - Brigate Rosse" si vagheggiava di una "avanguardia armata" di soli "generali", che prescinde "dall'organizzazione delle masse sul terreno". "Una condizione - chiosa una fonte qualificata della Polizia di prevenzione (che per altro continua a condurre indagini su ció che potrebbe ancora essere rimasto in piedi di "Per il comunismo - Brigate Rosse" - che in qualche modo non ci risulta si sia modificata". E che dunque vedrebbe ancora oggi gli ultimi teorici della lotta armata sostanzialmente privi di esercito.

(31 ottobre 2011)

Chi ha paura del referendum elettorale


di ILVO DIAMANTI

IL REFERENDUM per abolire l'attuale legge elettorale incombe e incute molti timori tra i dirigenti e i parlamentari dei partiti. In modo trasversale. D'altronde, il cosiddetto Porcellum attribuisce ai gruppi dirigenti un grande potere nella scelta delle candidature. Il che significa: nella scelta degli eletti, visto che attualmente gli elettori non hanno la possibilità di votare per i candidati, ma solo per le liste e per le coalizioni.

Il che spiega la resistenza dei parlamentari nei confronti di un referendum che li costringerebbe a stabilire un rapporto con la società e il territorio, divenuto, quantomeno, accessorio. Per la stessa ragione, tuttavia, questo referendum interessa molto agli elettori. Lo dimostra, in primo luogo, il numero delle firme raccolte dai promotori: oltre 1 milione e 200 mila. Senza una adeguata visibilità sui media - semmai il contrario. E senza che i maggiori partiti mobilitassero, a questo fine, la loro organizzazione - semmai il contrario. Ma il consenso per il referendum, oggi, appare molto esteso fra i cittadini, come emerge da un sondaggio condotto da Demos alcuni giorni fa. Quasi metà degli elettori (intervistati) - per la precisione: il 46% - afferma, infatti, di essere d'accordo sull'abrogazione dell'attuale legge elettorale. Intenzionato, al tempo stesso, a votarlo. Un ulteriore 18% ne condivide l'obiettivo, ma è ancora incerto se votarlo. Nel complesso, circa i due terzi degli elettori sono d'accordo con il quesito referendario, mentre quasi la metà appare già
in questa fase disposta a partecipare alla (eventuale) consultazione. Si tratta di un orientamento molto chiaro, indicativo di un sentimento ampiamente condiviso fra i cittadini. Tanto più se si tiene conto che il referendum costituisce ancora una prospettiva, un'ipotesi, per quanto sentita dagli elettori.


D'altronde, la disponibilità dei cittadini a intervenire direttamente su questioni di grande interesse pubblico è già emersa esplicitamente in occasione dei referendum dello scorso giugno. A cui ha partecipato oltre il 57% degli elettori. Sollecitati dai temi della consultazione, che riguardavano aspetti importanti relativi al "bene comune". L'acqua, i servizi locali, la tutela dell'ambiente, il nucleare. Questa partecipazione inattesa, tuttavia, riflette anche l'insoddisfazione verso le forze politiche di governo. E non solo di governo. Ma, soprattutto, rivela una domanda di partecipazione e di impegno diretto nella vita pubblica largamente diffusa nella società. Tuttavia, il consenso verso i due referendum ha confini sociali in parte differenti. Fra coloro che affermano di aver votato al referendum sui "beni comuni" dello scorso giugno, infatti, circa il 63% sostiene che voterà anche per abrogare il Porcellum. Oltre un terzo, dunque, al proposito, esprime dubbi oppure dissenso.

Tuttavia, il 24% di coloro che avevano disertato la consultazione dello scorso giugno afferma che voterà contro l'attuale legge elettorale. Segno che, oltre alla "domanda" di partecipazione, contano le "domande" che la ispirano. Per questo motivo il profilo degli elettori si differenzia, in qualche misura, in base alle questioni e ai quesiti sollevati dai referendum. Rispetto agli elettori che avevano partecipato al referendum dello scorso giugno, quelli favorevoli al referendum elettorale appaiono, infatti, maggiormente concentrati: a) nelle classi di età centrale e matura (30-60 anni), b) tra i liberi professionisti, i dirigenti, i tecnici e i ceti medi intellettuali. Mentre, a giugno, la partecipazione maggiore (rispetto alla media) si era verificata tra i giovani e i giovanissimi e tra gli studenti. Il sostegno ai referendum elettorali, inoltre, appare maggiormente esteso a centrosinistra e a sinistra. In particolare, fra gli elettori del Movimento 5 Stelle (80%) di Sel (73%) e del Pd (64%). Mentre i referendum di giugno avevano ottenuto un consenso più trasversale.
Tuttavia, lo ripetiamo, quasi i due terzi degli elettori che hanno partecipato ai referendum sui "beni comuni" affermano che voterebbero anche contro l'attuale legge elettorale. Calcolati sull'intero corpo elettorale, questi "referendari" convinti sono circa il 36%. Oltre un terzo degli elettori. Tra di loro assumono un peso maggiore, rispetto alla media, gli elettori di sinistra e di centrosinistra. Ma sono presenti in misura significativa anche quelli di centro e di centrodestra. Li accomuna la disponibilità a impegnarsi e a mobilitarsi per "cambiare". Non solo e non tanto una legge, per quanto importante. Ma il sistema politico e le istituzioni. Per questo si sentono molto vicini alle ragioni e alle manifestazioni degli "indignati" (70%). Mentre esprimono grande insoddisfazione nei confronti del governo, ma anche verso l'opposizione di centrosinistra (meno del 30% dei referendari la valuta positivamente). Per questo motivo sono percepiti come un pericolo dai gruppi dirigenti dei partiti principali. In primo luogo, dai leader delle forze politiche di governo. Perché i referendum hanno, spesso, costituito dei punti di svolta critici. Da ultimi: i referendum elettorali del 1991 e del 1993 hanno accelerato il crollo della Prima Repubblica e avviato il passaggio alla Seconda.

È comprensibile che questo nuovo referendum elettorale, spinto da quello dello scorso giugno, susciti grande apprensione tra chi teme una svolta definitiva. Oltre il berlusconismo. Ma anche oltre l'antiberlusconismo. Perché decreterebbe la crisi definitiva della leadership del governo di centrodestra. Ma metterebbe in discussione anche quella dell'opposizione di centrosinistra. In particolare, nel Pd, dove Pippo Civati, una settimana fa, e soprattutto Matteo Renzi, ieri, hanno apertamente contestato le "vecchie burocrazie di partito". D'altronde, il gruppo dirigente del Pd, verso i referendum di giugno, ha espresso un sostegno tardivo. Quasi fuori tempo massimo. Mentre verso il Porcellum ha manifestato un orientamento diffidente e reticente. In contrasto con l'atteggiamento convinto dei militanti e degli elettori. Ma c'è da dubitare che il Pd possa battere Berlusconi e il centrodestra conducendo la sua lotta asserragliato nelle aule del Palazzo. Scommettendo sul passaggio da uno schieramento all'altro di parlamentari (sedicenti) "responsabili". Piuttosto che puntare sulla "sfiducia" del Parlamento è meglio investire sulla "fiducia" nella società. E nel movimento "invisibile" che, quando ne ha l'occasione, come in questi referendum, non esita a mobilitarsi. A diventare "visibile".

(31 ottobre 2011)

Ingroia ospite di Diliberto "Io, magistrato partigiano"


Il pm palermitano Ingroia parla al congresso del Pdci di Diliberto e si scatena la polemica. "Difendere la Costituzione, come fate voi in questo Congresso, anche a costo di essere investito da polemiche. Un magistrato deve essere imparziale ma so da che parte stare ogni qual volta qualcuno vuole distruggerla". "Siamo in una fase estremamente critica. La Costituzione è sotto assedio. Che fare? Resistere non basta. I magistrati non possono essere trasformati in esecutori materiali di leggi ingiuste".

"Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni - ha continuato - e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è- ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell'Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione. E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgere, so da che parte stare".

Dure le reazioni dalla maggioranza, attaccano
Cicchitto, Gasparri e Santelli. Dice il capogruppo del Pdl alla Camera: "Ringraziamo il dottor Ingroia per la sua chiarezza. Sappiamo che le vicende più delicate riguardanti i rapporti tra mafia e politica stanno a Palermo nelle mani di pm contrassegnati dalla massima imparzialità". E il n.1 dei senatori dello stesso partito: "Sono gravi e inquietanti le parole di Ingroia che confermano l'animo militante di alcuni settori della magistratura. Da persone così invece che comizi politici ci saremmo attesi le scuse per aver fatto di Ciancimino jr una icona antimafia quando invece organizzava traffici illeciti e nascondeva tritolo in casa. Ingroia conferma i nostri dubbi. E sul caso Ciancimino dovrebbe spiegare molte cose. Porteremo questo scandalo e il suo comizio odierno all'attenzione del Parlamento dove sará anche il caso di discutere della nostra mozione sul 41 bis che fu cancellato per centinaia di boss al tempo di Ciampi e Scalfaro e che anche ora il partito di Vendola vorrebbe abolire". ''Credo che il dottor Ingroia stia preparando il suo ingresso in politica. E ovviamente possibile che tale previsione si riveli errata, ma altrettanto probabile che come altri suoi colleghi sia nel momento di passaggio in cui la toga serve per acquisire notorietà per una carriera politica'', ha detto il vice presidente del Gruppo Pdl alla Camera, Jole Santelli.

(30 ottobre 2011)

RISCHIO MORTALE !

domenica 30 ottobre 2011

Le falle del piano Ue


È ancora presto per dire se a Bruxelles è stato scritto un finale felice al thriller europeo della crisi finanziaria. Quello che è certo è che si è fatto un passo importante e necessario: è stato imposto alle banche un costo adeguato alla gravità della situazione e nello stesso tempo sono state fornite garanzie sulla loro robustezza. Una condizione necessaria, ma non sufficiente: molti dettagli tecnici fondamentali sono ancora da definire e soprattutto è ancora incerto se i Paesi europei, in particolare quelli più deboli come l’Italia, sapranno finalmente avviarsi su un sentiero di crescita permanente.

Dopo un estenuante braccio di ferro, le banche hanno infine ceduto e hanno accettato una ristrutturazione del debito greco, che comporta una perdita del 50 per cento circa, in linea con le valutazioni dei titoli da qualche mese a questa parte. Il debito greco scende così al 120 per cento del Pil, un livello che può essere ragionevolmente stabilizzato. Secondo il Fondo monetario oggi è pari al 166 per cento, quasi 30 punti in più del dato previsto dallo stesso Fondo solo un anno fa (139,3). È la misura più impietosa di quanto ottimisti fossero i piani approntati dal momento in cui la crisi greca è esplosa e soprattutto di quanto fosse sottovalutata la caduta del reddito conseguente a un’ondata senza precedenti di tagli e sacrifici. Ma era molto comodo far finta che il conto potesse essere presentato solo ai cittadini greci e non alle banche che avevano finanziato il loro governo.

A luglio l’Europa aveva strappato alle banche una prima ristrutturazione con una perdita per esse di circa il 20 per cento (forse inferiore secondo i calcoli di molti): troppo poco per essere credibile e infatti da allora è cominciata l’estate più calda delle banche europee. La crisi greca (ma anche di Irlanda e Portogallo) si è rapidamente estesa all’Italia e alla Spagna, facendo schizzare verso l’alto i tassi di interesse e in particolare la differenza (spread) rispetto a quelli tedeschi. Lo spread italiano a 2 anni è passato da circa 2 punti percentuali di gennaio a 4 a settembre (il livello greco di aprile 2010, per intenderci). E a questo punto ovviamente i timori si sono estesi all’intero sistema bancario europeo, che è il principale finanziatore degli Stati. Come sempre nei momenti in cui la crisi precipita, non era realistico pensare che il mercato potesse trovare autonomamente una posizione di equilibrio e in particolare che bastasse un aumento di capitale delle banche per fugare i timori sulla loro robustezza.

Le decisioni di mercoledì agiscono finalmente su entrambi i lati del problema. L’Europa ha dimostrato che c’è una volontà precisa di realizzare finalmente un programma serio di stabilizzazione della Grecia, anche se questo comporta costi non piccoli per le banche dei paesi creditori (Francia e Germania soprattutto). Questo significa una volontà politica di mantenere la Grecia all’interno dell’area dell’euro e dunque di garantire la sopravvivenza dell’Unione monetaria alla crisi più grave finora vissuta. Nello stesso tempo, sotto la regia dell’autorità di vigilanza europea è stata fatta una stima dei nuovi capitali che dovranno essere immessi nelle banche per assorbire le perdite potenziali e si è assicurato che la Bce continuerà a fornire alle banche i fondi necessari in questa difficile fase. Per quanto riguarda i capitali, si tratta di 106 miliardi per le principali banche europee, di cui circa 15 per quelle italiane.

Ma qui cominciano i problemi. Potranno le banche trovare sul mercato una cifra così ingente, più del doppio di quanto hanno raccolto nei primi quattro mesi dell’anno in condizioni ben più favorevoli? Se pensiamo alla situazione italiana non tira certo una buona aria e le fondazioni che sono importanti azioniste di almeno tre di esse non sembrano aver molta voglia di mettere ancora una volta mano al portafoglio. Sarà allora il Fondo europeo (Efsf) a intervenire, cioè il fondo che dovrebbe anche acquistare titoli pubblici sul mercato per stabilizzare la situazione? E in questo caso, avrà sufficienti risorse per essere veramente efficace e stroncare alla base la speculazione?

Si può solo citare il saggio di “Quelli della notte”: “ah saperlo, saperlo”. I dettagli sul potenziamento del fondo sono ancora tutti da definire e ruotano intorno a ipotesi inquietanti di ingegneria finanziaria, molte delle quali non promettono nulla di buono. Bisognerà aspettare almeno metà novembre per dare un giudizio completo. Nel frattempo, l’incertezza fondamentale riguarda la crescita che è la strada maestra per uscire dalla crisi. Un problema comune a tutta l’Europa, ma particolarmente acuto in Italia, per l’incapacità conclamata del governo Berlusconi di approntare misure adeguate. La lettera inviata dal governo Berlusconi non è solo un elenco di pie intenzioni, è l’elenco delle promesse mancate degli ultimi quattro anni: basta pensare a che fine ha fatto la “sferzata” all’economia di primavera. Ma all’Europa questo importa poco: quello che Bruxelles ci chiede è di non creare troppi problemi con il nostro debito pubblico: se questo succede perché tagliamo selvaggiamente la spesa sociale o quella per la salvaguardia del territorio o svendendo pezzi di patrimonio nazionale, poco importa. E già che ci siamo, perché non dare qualche botta anche alle tutele sindacali?

Insomma, non solo è troppo presto per festeggiare gli accordi di Bruxelles: la probabilità che da questi, se non cambia il quadro politico, derivino solo sacrifici e costi per gli italiani, è molto alta. I mercati sono euforici, forse troppo. Noi dovremmo essere più cauti; anzi, dalla parte degli indignati.

Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2011

CONTAGIOSO

Berlusconi: impegni vincolanti Se serve metteremo la fiducia


La sfida è da dentro o fuori, ci si salva tutti o non si salva nessuno, basta con il «disfattismo», il Paese può farcela e l'unico in grado di tirarlo fuori dalle secche, mantenendo gli impegni presi con l'Europa, è lui, e lui solo.

È un Silvio Berlusconi motivato e conscio dell'importanza del momento quello che, dalla Sardegna dove passa il weekend, assicura che la legislatura durerà «fino al 2013», annuncia che presenterà alle Camere - il 9 e 10 novembre - gli «impegni con l'Europa e le misure per la crescita» che rappresentano un programma per «i prossimi diciotto mesi», sprona l'opposizione al «senso di responsabilità» e promette che tutto quello che è stato richiesto dall'Europa sarà fatto.

Deve essere fatto perché, spiega il premier, non ci sono spazi per giochi o tattiche: «Il Parlamento deve rendersi conto che quello che abbiamo presentato al Consiglio europeo è un programma vincolante. L'Italia continuerà a essere sostenuta dalla Bce solo se saremo in grado di approvarlo, trasformando le parole in fatti. Altrimenti, non ci saranno più aiuti per questo Paese».

Per questo si sta mettendo a punto un'agenda di provvedimenti che dovranno essere varati «in tempi certi, come impegni strutturali». E il governo è pronto a «porre la fiducia su ciascuno di questi» se servirà, perché quello che è in gioco non è «il mio bene, ma l'interesse del Paese». «L'opposizione - si lamenta il premier - continua con la litania del mio passo indietro, senza rendersi conto che questo è il momento di pensare all'Italia. Solo io e il mio governo possiamo realizzare questo programma di riforme per 18 mesi, ecco perché non esiste alcuna possibilità che io mi faccia da parte». La legislatura dunque - è convinto Berlusconi - arriverà alla sua scadenza naturale, il voto anticipato come ipotesi «non esiste più».

Un messaggio lanciato anche agli scontenti del partito, che agitano una maggioranza esposta ai verdetti dei mercati e appesa a una manciata di voti. Ma il Cavaliere mostra ottimismo: chi ha finora espresso malessere lo ha fatto nel timore di un ritorno alle urne senza garanzie di ricandidatura: «Oggi però non c'è più motivo di temere nulla, è così chiaro che non abbiamo nessuna intenzione di andare a votare. Dunque, sono convinto che i malumori rientreranno» e magari che torneranno all'ovile anche deputati che si sono appena allontanati dalla maggioranza, a partire da Gava: «Non c'è nessun patto con la Lega per il voto in primavera, e non c'è nemmeno l'interesse dell'opposizione di andare a votare». Perché, è convinto Berlusconi, «Bersani è il primo a non volere le elezioni, impelagato com'è con la lotta sulle primarie che lo vede coinvolto in una difficile sfida interna, soprattutto con Renzi». Mentre Casini, a giudizio del Cavaliere, avrebbe mille motivi per collaborare con il governo in questo passaggio cruciale e decisivo visto che «abbiamo programmi molto simili», ma subirebbe l'attrazione del centrosinistra anche per ragioni di assetti futuri, visto che il prossimo Parlamento voterà il successore di Giorgio Napolitano al Quirinale...

E dunque, è il momento di passare ai fatti. In fretta, senza perdere tempo prezioso. Per questo, il premier sta lavorando a un'agenda precisa di provvedimenti da approvare da qui all'estate. Con tanto di date di attuazione.

Entro il 15 novembre sarà varata la revisione dell'utilizzo dei fondi strutturali e per le Regioni; entro il 30 del prossimo mese partiranno i mutui agevolati per i giovani; entro il 31 dicembre toccherà alle misure per l'occupazione giovanile e femminile. A fine gennaio dovrà essere completato il piano che prevede la «tutela della concorrenza» per servizi pubblici locali» con introduzione di un «sistema di garanzia» per la qualità dei servizi nel comparto idrico e del trasporto pubblico. La delega assistenziale e previdenziale dovrà essere varata entro febbraio, mentre per fine marzo dovrà essere pronto il piano di liberalizzazioni e concorrenza anche dei servizi commerciali e dei loro orari.

Si arriva a fine aprile per l'approvazione (almeno in prima lettura) della riforma costituzionale dello Stato, mentre entro fine maggio toccherà al capitolo più spinoso, quello delle «norme più stringenti sul lavoro subordinato e parasubordinato» (i «licenziamenti facili», espressione respinta dal premier) e per fine giugno sarà la volta della riforma costituzionale sul pareggio di bilancio.
Su tutti questi provvedimenti, in parte già scadenzati nella lettera al Consiglio europeo, Berlusconi è pronto a «mettere la fiducia», se necessario. Perché appunto non c'è alternativa alla loro approvazione, pena una drammatica penalizzazione del Paese, già in difficoltà - secondo Berlusconi - a causa di motivi contingenti e indipendenti dalla sua volontà.

Come il rapporto con la Francia di Sarkozy. In Europa «tutti mi hanno fatto i complimenti per la lettera di impegni che ho assicurato saremo in grado di onorare», ma resta il nodo del pessimo rapporto con la Francia. Con lui, dice il premier, c'era un'amicizia solida, che però si è guastata per il caso di Bini Smaghi, per la sua indisponibilità a dare le dimissioni dalla Bce dopo la nomina di Mario Draghi e questo nonostante gli fossero stati offerti ben tre incarichi: la presidenza dell'Autorità per la Concorrenza, quella dell'Autorità per i Lavori pubblici e perfino un posto di ministro. Tutti rifiutati.
Difficili restano anche i rapporti con Giulio Tremonti, che nel Pdl appare sempre più isolato, che con il premier continua a convivere in un clima di gelo e diffidenza. Clima che, dicono a Palazzo Chigi, per lui si è fatto difficile anche nel rapporto con la Lega, solo Bossi gli resta «amico», ma anche con lui il legame non sarebbe più quello di un tempo.

Invece, assicura il premier, è tra lui e il Senatur che resta solido l'asse. Anche perché «faremo il federalismo», come verranno varate le riforme della giustizia civile e penale. «Con l'Europa c'è l'accordo per ridurre del 20% il contenzioso civile», e per quanto riguarda il penale «è uno scandalo» che va risolto. La prova? Qui il premier torna a parlare di sé, dei suoi guai personali: «Gli italiani devono sapere che da qui a febbraio mi hanno già fissato 37 udienze. Trentasette dico, ma come potrei partecipare e assieme a fare il presidente del Consiglio? Ovvio che non potrò andare a tutte, e dunque dovrò rinunciare a qualche mio diritto di difesa».

E dire che, si lamenta il premier come fa con chiunque gli parla, non c'è nemmeno materia per giustificare alcuni dei processi a suo carico: «Io - ripete - Ruby l'ho solo aiutata ad aprire un'attività economica, un centro estetico, nient'altro. Ho sempre creduto che fosse maggiorenne, ero convinto che avesse diciannove anni. Ed è assolutamente vero - giura - che la credevo parente di Mubarak, tanto è vero che ho parlato di lei per quindici minuti con l'ex presidente egiziano!».

Paola Di Caro

30 ottobre 2011

«Licenziamenti, c'è rischio terrorismo»


Le tensioni venutesi a creare attorno al nodo dei licenziamenti possono alimentare il rischio di un ritorno al terrorismo. È questa la convinzione del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. «Ho paura ma non per me perché io sono protetto, bensì per le persone che potrebbero non essere protette e diventare bersaglio di violenza politica che nel nostro Paese non si è del tutto estinta», ha detto il titolare del Welfare intervistato da Maria Latella a SkyTg24. «L'Italia ha conosciuto l'anomalia di circa 40 anni di terrorismo - ha continuato Sacconi - Oggi vedo una conseguenza, dalla violenza verbale a quella spontanea e organizzata che mi auguro non arrivi ancora anche all'omicidio come è già accaduto, l'ultima volta dieci anni fa con il povero Marco Biagi, nel contesto di una discussione simile a quella di oggi».

«PROTEZIONI PER I LAVORATORI» - Sacconi ha anche voluto chiarire che "licenziamenti facili" «è un termine assolutamente falso». «Noi discutiamo di come incoraggiare l'impresa a intraprendere, ad assumere, ad ampliarsi, a crescere anche attraverso l'idea che se poi le cose non andassero bene, se si rivelassero difficili, l'impresa come ha fatto il passo in avanti potrebbe fare magari anche un mezzo passo indietro - ha spiegato il ministro -, ma con protezioni per i lavoratori perché nella nostra cultura c'è una solida consuetudine a dare protezione per i lavoratori più che in altri Paesi».

BERSANI - «Invito il governo a spegnere la miccia che ha acceso e mettersi a ragionare seriamente». Questa la prima replica del segretario del Pd Pier Luigi Bersani. No, dice Bersani, a «diversivi e alzate di ingegno che aggravano la situazione invece di risolverla».

Redazione Online
30 ottobre 2011

Licenziamenti, muro di no a Sacconi Fini: «Si moltiplicheranno i disoccupati»


Il governo è intenzionato ad andare avanti sulla strada di una maggiore flessibilità del lavoro anche nelle aziende con più di 15 dipendenti. La conferma, arrivata dall'intervista al Corriere del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, sta però animando il dibattito politico. L'esponente del governo ha sottolineato che l'intento dell'esecutivo non è arrivare ai cosiddetti «licenziamenti facili», bensì alla creazione delle «condizioni per la crescita delle imprese e dell'occupazione». L'idea alla base del ragionamento è che molte aziende rinunciano a crescere nel timore di non avere, qualora le cose si mettessero male, alcuna possibilità di intervenire sul costo del lavoro ridimensionando il personale in base alle necessità.

FINI: AUMENTERA' LA DISOCCUPAZIONE - «Se si tende solo a favorire la possibilità di licenziare c'è il rischio di veder moltiplicare il tasso di disoccupazione che da qualche anno a questa parte sta crescendo e che riguarda in particolare un'area del Paese» commenta Gianfranco Fini al congresso regionale di Futuro e Libertà. «Mi auguro - aggiunge Fini - che il governo non sia così irresponsabile da non confrontarsi con le parti sociali e le categorie economiche per tutelare non solo le imprese ma anche per farle crescere e prosperare». Fini ha poi messo in guardia dal rischio di «un autunno caldo che ci farebbe tornare indietro».

IDV: SMANTELLATE LE LEGGI SUL LAVORO - L'Italia dei Valori parla apertamente di volontà di «distruggere i diritti fondamentali dei lavoratori». «Con la lettera all'Unione Europea questo esecutivo ha deciso di smantellare tutte le leggi sul lavoro esistenti in Italia, inserendo il licenziamento per ragioni economiche - fa notare Maurizio Zipponi, responsabile welfare del partito di Di Pietro -. In questo modo si consegna alla totale arbitrarietà dell'impresa la possibilità di licenziare e si cancella con un colpo di mano il bilanciamento della legge di fronte a due forze impari: il lavoratore e l'impresa. Insomma, Berlusconi e il suo governo vogliono portare l'Italia fuori dall'Europa civile».

PD: SI VOGLIONO CONFONDERE LE ACQUE - «Sacconi è un ministro paradossale - sottolinea invece Cesare Damiano, capogruppo del Pd in commissione Lavoro -: dopo aver reintrodotto il lavoro a chiamata e lo staff leasing, forme di lavoro precario cancellate dal governo Prodi, e dopo aver abolito la tutela per le giovani madri dal licenziamento in bianco, in questo caso introdotta dal precedente governo, ora finge una conversione sulla via di Damasco denunciando l'abuso dei contratti a progetto e dei tirocini da lui stesso favoriti». «Si vogliono confondere le acque - aggiunge - per mascherare la gravità della scelta che il governo intende attuare sui licenziamenti per motivi economici. Questa normativa non deve passare: è meglio che cada il governo su un tema di così acuta rilevanza sociale anziché gettare benzina sul fuoco in una situazione nella quale centinaia di migliaia di lavoratori in cassa integrazione si sentirebbero minacciati nel bene primario dell'occupazione».

LA DIFESA - Dal Pdl arriva invece la difesa d'ufficio del ministro: «Le critiche e gli attacchi al ministro Sacconi sono pretestuosi e determinati da pure ragioni ideologiche - commenta il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto - perchè l'operazione che si sta tentando non è quella di favorire i licenziamenti, bensì quella di favorire gli investimenti attraverso una gestione della forza lavoro che sia più simile a quella che c'è nel resto d'Europa».

29 ottobre 2011