lunedì 2 gennaio 2012

La turnazione dei giudici va difesa ma riorganizzata




CARLO FEDERICO GROSSO

«La Stampa», nei giorni scorsi, ha avuto il merito di aprire un dibattito sulla qualità dell’attività giudiziaria e sulla specializzazione in magistratura.

Il problema era stato posto con forza, mesi or sono, da alcune Procure della Repubblica (Torino, Milano, Palermo), nelle quali operano gruppi specializzati nel trattare temi delicati (reati economici, inquinamento, corruzione, colpa medica, mafia). Esse lamentavano il fatto che l’applicazione delle norme che ponevano limiti alla permanenza dei magistrati in uno stesso ufficio determinava trasferimenti massicci di pubblici ministeri specializzati, con un danno evidente per il migliore esercizio dell’attività giudiziaria. E chiedevano, pertanto, flessibilità nell’applicazione di tali norme in modo da rendere, quantomeno, compatibile l’efficienza con la rotazione.

Di fronte allo sfaldamento di alcuni di questi gruppi dovuto alla contemporaneità dei tempi di scadenza di numerosi magistrati, la questione posta appariva ragionevolissima. Tuttavia, come è stato chiarito su questo giornale, vi sono esigenze di segno diverso che inducono a mantenere comunque la turnazione. Se un magistrato permane troppo a lungo nello stesso ufficio, si è detto, vi è infatti il rischio che si cristallizzino consuetudini di rapporti non opportune, e si determinino di conseguenza vischiosità o inquinamenti nell’esercizio dell’attività giudiziaria, senza che i meccanismi di vigilanza interni alla magistratura siano in grado di contrastare efficacemente il fenomeno.

Per rimediare alla situazione, senza alterare le norme che hanno introdotto limiti di tempo alla permanenza negli uffici giudiziari, perché non affrontare comunque le contingenze valutando caso per caso le situazioni, ed evitando gli smantellamenti con regole transitorie che consentano sostituzioni graduali? E perché, a regime, non si potrebbe salvaguardare l’esigenza di specializzazione con un’organizzazione appropriata del turnover, garantendo sostituzioni scaglionate che consentano al gruppo di non perdere la qualificazione complessiva ed ai nuovi arrivati d’impratichirsi lavorando a fianco dei colleghi già esperti?

D’altronde il magistrato che ha acquisito esperienze qualificate in un determinato ufficio potrebbe chiedere di passare ad un ufficio diverso, ma in cui esse siano ugualmente utilizzabili. E se, davvero, l’esigenza di specializzazione dovesse essere riconosciuta come uno dei cardini dell’efficienza della giustizia, perché non pensare, in tale specifica prospettiva, ad una deroga sia pure circoscritta al principio d’inamovibilità dei magistrati?

Al di là di quanto è emerso nel dibattito aperto nei giorni scorsi su «La Stampa», il tema della qualificazione professionale dei magistrati pone, d’altronde, ulteriori questioni e sollecita ulteriori riflessioni. Su di esse vorrei soffermarmi specificamente.

Chiediamoci, innanzitutto, in quali sedi giudiziarie possono essere costituiti gruppi o sezioni di alta specializzazione professionale. La risposta è ovvia: soltanto nelle grandi sedi. Nelle sedi piccole, i pochi magistrati che le compongono dovranno acconciarsi comunque ad operare come «magistrati tuttofare».

Chi ha maturato esperienza di difensore in processi penali concernenti materie tecnicamente complesse (violazioni economiche, disastri ambientali, grandi bancarotte, truffe compiute tramite sofisticati strumenti finanziari) e celebrati in piccole sedi giudiziarie, avrà, per altro verso, potuto constatare che i suoi assistiti erano sovente giudicati da magistrati non sufficientemente preparati e che più facilmente rischiavano pertanto di sbagliare.

Ecco che si profila, allora, un ulteriore aspetto del tema delle specializzazioni in magistratura, forse ancora più delicato, e che dev’essere affrontato con una coraggiosa rimeditazione dell’intera organizzazione degli uffici giudiziari e delle loro rispettive competenze.

La questione ha, in realtà, quantomeno due risvolti. Coinvolge da un lato il problema dell’eliminazione delle sedi giudiziarie minori, dall’altro quello dell’introduzione di «riserve di competenze» a favore degli uffici giudiziari più importanti.

Il primo tema è da tempo oggetto di attenzione da parte di tecnici e politici. A causa delle resistenze di natura locale, nessuno è riuscito tuttavia a realizzare, fino ad ora, la riforma auspicata. Il secondo, tutto sommato più semplice (sarebbe sufficiente prevedere che le materie che maggiormente richiedono specializzazione siano assegnate alla competenza dei tribunali più importanti, situati nelle sedi di Corte d’appello), non è stato, addirittura, mai affrontato.

Eppure, per una classe politica che intendesse assicurare al Paese una giustizia penale la più efficace possibile, sembrerebbe un tema ancora più strategico.

Il ministro della Giustizia Severino ha affermato, nei giorni scorsi, che uno degli obiettivi prioritari della sua gestione sarà, proprio, la riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie. Perché, prendendo spunto dall’esigenza di specializzazione, non muovere, allora, da tale già riconosciuta esigenza di riorganizzazione per affrontare a tutto campo il tema di una migliore utilizzazione specialistica delle risorse?

1 commento:

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

La parte che ho evidenziato in viola è una cazzata, il resto ragionevole e accettabile.