L'Unità
2 agosto 2008
All’ennesima bagarre sull’inno di Mameli, risuonata anche in Parlamento con le stonature in cui continua a cadere chi si ostina a dileggiare musica e versi in verità non esaltanti, ma pur sempre del nostro canto nazionale, Giorgio Napolitano è sceso risolutamente in campo contro le ingiurie rivolte ai simboli della Repubblica.
Al pari di Carlo Azeglio Ciampi, attento difensore della laica sacralità dell’inno e del tricolore e di Oscar Luigi Scalfaro, severo paladino della Carta costituzionale, Napolitano esprime una pedagogia civile in cui la riscoperta dell’italianità si lega all’idea di un patria indivisa, socialmente, civilmente e culturalmente solidale.
Osservare l’invito del Partito democratico ad aprire e chiudere la Festa dell’Unità al canto dell’inno nazionale, e ricondurre l’attenzione degli italiani al significato delle parole «Fratelli d’Italia» - come ha fatto una documentatissima pagina dell’Unità, a firma di Vittorio Emiliani - non significa soltanto rendere onore al poeta che morì a ventitré anni per le ferite riportate combattendo sul Gianicolo in difesa della Repubblica romana, ma rinnovare la scelta di un simbolo che esprime tutto il Paese. All’essenzialità del già detto, vorrei aggiungere qualche rigo proprio sulle parole di quel canto controverso e addirittura schernito.
Mameli pensava di dare all’Italia una Marsigliese, cioè un canto di battaglia, ma due storie così distanti erano destinate ad avere accenti diversi; nel nostro, per dirne una, non ricorre nessun incitamento a far scorrere “un sangue impuro”, come nell’inno francese. È vero, nelle prime strofe incontriamo l’elmo di Scipio, poi la Vittoria che «porge la chioma» perché le sia tagliata in segno di soggezione. Un di più di archeologia storica, per il gusto d’oggi, e non fa meraviglia che ci sia stata, e perduri, qualche riluttanza a cantare un testo bisognoso di appropriate spiegazioni: che Scipio, per esempio, cioè Scipione, ricorda la gloria guerriera di Roma antica, e così la “coorte”, famosa unità militare di quel tempo. Solitamente, non si va oltre la prima strofa, sacrificando così il dolente e pur vigoroso «noi siamo da secoli / calpesti e derisi / perché non siam popolo / perché siam divisi / Raccolgaci un’unica / bandiera, una speme!». E ancora, a sostegno di quella speranza, «Uniamoci, uniamoci / l’unione e l’amore insegnano ai popoli / le vie del Signore ...». Certo, sono versi ridondanti, ispirati da una retorica ottocentesca, ma è l’animo del Risorgimento, candido, generoso e fraterno, che invoca la libertà per tutti i popoli. E che oggi è al centro di una ingenua proposta: quella di ritrovarne l’innocenza perduta trasformando in qualcosa di meno astruso e magniloquente il testo di Goffredo Mameli. Il quale, per giunta, non ne sarebbe l’autore: un vero e proprio plagio consumato ai danni, nientemeno, di un religioso, il padre scolopio Atanasio Canata! Da qui l’idea di cambiare almeno le parole, per renderle più laiche, chiare e avvincenti; tali, comunque, da poterle mandare a memoria, e cantarle evitando i cori, per dir così, a bocca chiusa, non saprei dire se più imbarazzanti e talvolta persino indecenti.
Va da sé che associo l’inno al giovane poeta morto sul Gianicolo, dove è sepolto, combattendo con Garibaldi. Capisco che sia arduo immedesimarsi in parole come «schiava di Roma» - penso all’orrore dei leghisti - ma so anche, e lo si dovrebbe far sapere a scuola, che «Fratelli d’Italia» fu cantato in tutte le insurrezioni del Quarantotto: a Napoli, a Palermo, nelle Cinque Giornate di Milano e quando, a Venezia, Daniele Manin proclamò la Repubblica. Era l’inno dei volontari che andavano a combattere, talché un grande storico della Rivoluzione francese, Jules Michelet, lo chiamò «la Marsigliese degli italiani». Nessuno, suppongo, neanche l’innovatore Sarkozy, si sognerebbe di rendere l’inno dei francesi “politicamente corretto” eliminando l'imbarazzante incitamento, traduco alla meglio, a «formare i battaglioni e marciare perché un sangue impuro abbeveri i nostri solchi!». Parole francamente più truci, e incongrue, del richiamo all’«elmo di Scipio» - cioè di Scipione, il vincitore di Cartagine - definito da un insigne storico militare inglese, Liddell Hart, «più grande di Napoleone», ammirato anche per la sua umanità verso gli sconfitti. Ma un dilemma, e non da poco, rimane: cambiare le parole nel senso di un restyling che intervenga qua e là oppure sostituire radicalmente il testo con un altro da scegliere attraverso un referendum? E a chi affidarne il compito? Al più insigne dei poeti viventi? A un concorso pubblico? Al giudizio di persone variamente rappresentative del patrimonio artistico e culturale, storico e civile del Paese? E chi, in definitiva, si farebbe garante dello “spirito d’italianità” del nuovo testo? Qualche esempio: gli ex presidenti della Repubblica e della Corte Costituzionale? O un solenne, accademico sinedrio arbitrale? Vengono le vertigini solo a parlarne. Certo, l’alternativa è a portata di mano: tenerci l’inno com’è, chiedendo allo Stato, alla politica e alla società civile di guardarsi, semplicemente, allo specchio: siamo sicuri che l’inno di Mameli avrebbe la precedenza su tutto ciò che ci fa sfigurare, in patria e all’estero? E anche accettando che l’autore delle parole sia, come qualcuno ha azzardato, il padre Canata - docente del convento di Carcare nell’entroterra savonese dove il giovane Goffredo si era rifugiato per sottrarsi alla polizia - potremmo mai chiamare il canto nazionale l’«Inno di Canata», cioè di un religioso ancorché imbevuto di spirito patriottico? Forse, per rimettere in onore la nostra immagine, sarebbe più ragionevole affidare alle grandi agenzie del significato - scuola e mass-media in testa a tutte - il suono ancora negletto e timoroso di una parola sola: patria. Tra non molto, di questo passo, ai ragazzi si racconterà che patria era un modo di dire, e non saranno gli inni, neppure quello nazionale, a rinverdirne il senso. L’Italia, d’altronde, è sempre pronta a mettersi in testa qualcosa: se l’è cinta con l’elmo di Scipio, i cappelli di paglia di Firenze, il fez, il casco coloniale, il basco di traverso, la bandana, nei giorni più bui il passamontagna, e sempre avendo l’aria di chiedersi con Mameli, o il Canata, «dov’è la vittoria». Un interrogativo contraddittorio dal momento che l’Italia, finalmente, «s’è desta»! E sia la benvenuta, purché «il vuoto di pria» non venga colmato ricorrendo a un esorcismo in cui confondere idealità e marketing, virtù vere e riciclate, empiti profondi e scoop mediatici, intellighenzia e grandi numeri, Fratelli d’Italia e il Grande Fratello, cioè il nostro vecchio, trabocchevole genio domestico: un’italianità d’accatto, a buon mercato, un tanto al mese, senza impegno. Privi, dal ‘45, di epos popolare, mi augurerei una patria che fosse l’emblema - ma basterebbe il segno - di un’Italia in grado di stimarsi. Idealmente, socialmente e moralmente capace di vivere la cittadinanza in uno spirito di serietà civica, fatta anche di regole e disciplina, condivisione e responsabilità, non solo di euforie e di egoismi. E poiché le parole contano per quello che hanno dentro, e comunicano, anche la più timida e desueta - patria - liberata da ogni ingannevole orpello, lungi dal volerla usare per infiammare storie già tragicamente conosciute, può aiutarci a vivere la cittadinanza al di fuori, e soprattutto al di sopra, delle apatie ideali e delle pigrizie civili. Ma «l’immagine sposta il piano dell’identità e della comunicazione dal livello logico-razionale a quello visivo-emotivo», scrive Aldo Grasso riferendosi alla Tv. Che sia la sola patria rimastaci?
A giudicare anche da come non di rado vi si strapazza il suo inno parrebbe, francamente, di sì.
Al pari di Carlo Azeglio Ciampi, attento difensore della laica sacralità dell’inno e del tricolore e di Oscar Luigi Scalfaro, severo paladino della Carta costituzionale, Napolitano esprime una pedagogia civile in cui la riscoperta dell’italianità si lega all’idea di un patria indivisa, socialmente, civilmente e culturalmente solidale.
Osservare l’invito del Partito democratico ad aprire e chiudere la Festa dell’Unità al canto dell’inno nazionale, e ricondurre l’attenzione degli italiani al significato delle parole «Fratelli d’Italia» - come ha fatto una documentatissima pagina dell’Unità, a firma di Vittorio Emiliani - non significa soltanto rendere onore al poeta che morì a ventitré anni per le ferite riportate combattendo sul Gianicolo in difesa della Repubblica romana, ma rinnovare la scelta di un simbolo che esprime tutto il Paese. All’essenzialità del già detto, vorrei aggiungere qualche rigo proprio sulle parole di quel canto controverso e addirittura schernito.
Mameli pensava di dare all’Italia una Marsigliese, cioè un canto di battaglia, ma due storie così distanti erano destinate ad avere accenti diversi; nel nostro, per dirne una, non ricorre nessun incitamento a far scorrere “un sangue impuro”, come nell’inno francese. È vero, nelle prime strofe incontriamo l’elmo di Scipio, poi la Vittoria che «porge la chioma» perché le sia tagliata in segno di soggezione. Un di più di archeologia storica, per il gusto d’oggi, e non fa meraviglia che ci sia stata, e perduri, qualche riluttanza a cantare un testo bisognoso di appropriate spiegazioni: che Scipio, per esempio, cioè Scipione, ricorda la gloria guerriera di Roma antica, e così la “coorte”, famosa unità militare di quel tempo. Solitamente, non si va oltre la prima strofa, sacrificando così il dolente e pur vigoroso «noi siamo da secoli / calpesti e derisi / perché non siam popolo / perché siam divisi / Raccolgaci un’unica / bandiera, una speme!». E ancora, a sostegno di quella speranza, «Uniamoci, uniamoci / l’unione e l’amore insegnano ai popoli / le vie del Signore ...». Certo, sono versi ridondanti, ispirati da una retorica ottocentesca, ma è l’animo del Risorgimento, candido, generoso e fraterno, che invoca la libertà per tutti i popoli. E che oggi è al centro di una ingenua proposta: quella di ritrovarne l’innocenza perduta trasformando in qualcosa di meno astruso e magniloquente il testo di Goffredo Mameli. Il quale, per giunta, non ne sarebbe l’autore: un vero e proprio plagio consumato ai danni, nientemeno, di un religioso, il padre scolopio Atanasio Canata! Da qui l’idea di cambiare almeno le parole, per renderle più laiche, chiare e avvincenti; tali, comunque, da poterle mandare a memoria, e cantarle evitando i cori, per dir così, a bocca chiusa, non saprei dire se più imbarazzanti e talvolta persino indecenti.
Va da sé che associo l’inno al giovane poeta morto sul Gianicolo, dove è sepolto, combattendo con Garibaldi. Capisco che sia arduo immedesimarsi in parole come «schiava di Roma» - penso all’orrore dei leghisti - ma so anche, e lo si dovrebbe far sapere a scuola, che «Fratelli d’Italia» fu cantato in tutte le insurrezioni del Quarantotto: a Napoli, a Palermo, nelle Cinque Giornate di Milano e quando, a Venezia, Daniele Manin proclamò la Repubblica. Era l’inno dei volontari che andavano a combattere, talché un grande storico della Rivoluzione francese, Jules Michelet, lo chiamò «la Marsigliese degli italiani». Nessuno, suppongo, neanche l’innovatore Sarkozy, si sognerebbe di rendere l’inno dei francesi “politicamente corretto” eliminando l'imbarazzante incitamento, traduco alla meglio, a «formare i battaglioni e marciare perché un sangue impuro abbeveri i nostri solchi!». Parole francamente più truci, e incongrue, del richiamo all’«elmo di Scipio» - cioè di Scipione, il vincitore di Cartagine - definito da un insigne storico militare inglese, Liddell Hart, «più grande di Napoleone», ammirato anche per la sua umanità verso gli sconfitti. Ma un dilemma, e non da poco, rimane: cambiare le parole nel senso di un restyling che intervenga qua e là oppure sostituire radicalmente il testo con un altro da scegliere attraverso un referendum? E a chi affidarne il compito? Al più insigne dei poeti viventi? A un concorso pubblico? Al giudizio di persone variamente rappresentative del patrimonio artistico e culturale, storico e civile del Paese? E chi, in definitiva, si farebbe garante dello “spirito d’italianità” del nuovo testo? Qualche esempio: gli ex presidenti della Repubblica e della Corte Costituzionale? O un solenne, accademico sinedrio arbitrale? Vengono le vertigini solo a parlarne. Certo, l’alternativa è a portata di mano: tenerci l’inno com’è, chiedendo allo Stato, alla politica e alla società civile di guardarsi, semplicemente, allo specchio: siamo sicuri che l’inno di Mameli avrebbe la precedenza su tutto ciò che ci fa sfigurare, in patria e all’estero? E anche accettando che l’autore delle parole sia, come qualcuno ha azzardato, il padre Canata - docente del convento di Carcare nell’entroterra savonese dove il giovane Goffredo si era rifugiato per sottrarsi alla polizia - potremmo mai chiamare il canto nazionale l’«Inno di Canata», cioè di un religioso ancorché imbevuto di spirito patriottico? Forse, per rimettere in onore la nostra immagine, sarebbe più ragionevole affidare alle grandi agenzie del significato - scuola e mass-media in testa a tutte - il suono ancora negletto e timoroso di una parola sola: patria. Tra non molto, di questo passo, ai ragazzi si racconterà che patria era un modo di dire, e non saranno gli inni, neppure quello nazionale, a rinverdirne il senso. L’Italia, d’altronde, è sempre pronta a mettersi in testa qualcosa: se l’è cinta con l’elmo di Scipio, i cappelli di paglia di Firenze, il fez, il casco coloniale, il basco di traverso, la bandana, nei giorni più bui il passamontagna, e sempre avendo l’aria di chiedersi con Mameli, o il Canata, «dov’è la vittoria». Un interrogativo contraddittorio dal momento che l’Italia, finalmente, «s’è desta»! E sia la benvenuta, purché «il vuoto di pria» non venga colmato ricorrendo a un esorcismo in cui confondere idealità e marketing, virtù vere e riciclate, empiti profondi e scoop mediatici, intellighenzia e grandi numeri, Fratelli d’Italia e il Grande Fratello, cioè il nostro vecchio, trabocchevole genio domestico: un’italianità d’accatto, a buon mercato, un tanto al mese, senza impegno. Privi, dal ‘45, di epos popolare, mi augurerei una patria che fosse l’emblema - ma basterebbe il segno - di un’Italia in grado di stimarsi. Idealmente, socialmente e moralmente capace di vivere la cittadinanza in uno spirito di serietà civica, fatta anche di regole e disciplina, condivisione e responsabilità, non solo di euforie e di egoismi. E poiché le parole contano per quello che hanno dentro, e comunicano, anche la più timida e desueta - patria - liberata da ogni ingannevole orpello, lungi dal volerla usare per infiammare storie già tragicamente conosciute, può aiutarci a vivere la cittadinanza al di fuori, e soprattutto al di sopra, delle apatie ideali e delle pigrizie civili. Ma «l’immagine sposta il piano dell’identità e della comunicazione dal livello logico-razionale a quello visivo-emotivo», scrive Aldo Grasso riferendosi alla Tv. Che sia la sola patria rimastaci?
A giudicare anche da come non di rado vi si strapazza il suo inno parrebbe, francamente, di sì.
COMMENTO
Era ora che si facesse chiarezza !

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