mercoledì 13 agosto 2008

IL CLAN DEI VIGILI URBANI



Roberto Ormanni
direttore de
IL PARLAMENTARE

Gli abusi edilizi nella provincia a Nord di Napoli avevano un tariffario: ampliamenti senza autorizzazione, nuove costruzioni senza licenza, anche i semplici lavori di sistemazione, che con le nuove norme amministrative devono essere comunicati all’ufficio tecnico del comune, potevano fare a meno di leggi e regole. In cambio i costruttori dovevano pagare. Pagare in contanti, con denaro sonante o, in qualche caso, pagare anche in… natura. Con qualche prestazione sessuale. A riscuotere era un’associazione per delinquere composta da ufficiali e sottufficiali della polizia municipale di Giugliano, uno dei più grossi centri in provincia di Napoli.

L’inchiesta del pubblico ministero Paolo Itri è stata avviata proprio dopo una richiesta di pagamento in natura presentata da un vigile urbano ad una signora che aveva realizzato una veranda abusiva sul balcone di casa sua.

La signora ha pensato che convenisse demolire la veranda invece della sua reputazione. E ha raccontato tutto alla polizia.

Il pubblico ministero ha ottenuto dal giudice per le indagini preliminari 39 ordinanze di custodia cautelare in carcere. Ventitrè provvedimenti di arresto riguardano altrettanti uomini della polizia municipale di Giugliano, tre sono per geometri dell’ufficio tecnico comunale, due sono stati emessi nei confronti di tecnici di imprese edilizie e altri undici si riferiscono a imprenditori. O forse è meglio chiamarli più genericamente costruttori. Perché tra questi non ci sono soltanto proprietari di piccole aziende edilizie che trovavano vantaggioso pagare i vigili invece di rischiare di vedersi bocciare il progetto. Tra gli arrestati ci sono anche esponenti del clan Mallardo, una delle cosche criminali storicamente attiva nell’area di Giugliano.

A Napoli e in provincia infatti non c’è abuso edilizio senza camorra. E figuriamoci se la camorra si lascia sfuggire la possibilità di mettere a libro paga qualche esponente delle istituzioni o delle forze dell’ordine, e nello stesso tempo rendere più “fluidi” i propri affari. Come si dice: unire l’utile al dilettevole.

E’ proprio in conseguenza del coinvolgimento, nel giro d’affari, di esponenti della criminalità organizzata, che i reati contestati ai vigili urbani sono aggravati dall’aver favorito un’associazione mafiosa.

Associazione per delinquere, corruzione, concussione, falso materiale e falso ideologico, favoreggiamento personale, rivelazione di segreto di ufficio, violazioni urbanistiche e violazione di sigilli: questo il “catalogo” delle accuse contestate agli arrestati.

Il pagamento delle tangenti alla polizia municipale serviva non solo per costruire senza permesso, ma perfino per demolire senza autorizzazione. In alcuni casi i costruttori, dopo essere inciampati nel sequestro delle opere abusive disposto da chi non faceva parte del circo Barnum delle mazzette, decidevano di demolire tutto, e cambiare le carte in tavola. Anche in questi casi i vigili riuscivano a far risultare un permesso che non era mai stato rilasciato, o verbali di sopralluogo che attestavano, dietro congruo compenso, la regolarità degli interventi.

Il compenso all’organizzazione variava dai 500 ai 2500 euro, a seconda del tipo di abuso e delle dimensioni dell’edificio irregolare.

Gli inquirenti hanno piazzato microspie nelle auto di servizio, hanno intercettato telefonate, e poco alla volta hanno raccolto tutte le prove necessarie. I vigili si vantavano anche di essere “modesti” nelle richieste, di non pretendere troppo per dare una mano a chi ne aveva bisogno. Applicavano la logica del “pagare meno, pagare tutti”, mutuandola dagli slogan post-sessantottini sul lavoro.

L’associazione per delinquere era stata organizzata per bene: c’era perfino una cassa comune, dove ogni volta che qualcuno dei “soci” riscuoteva una somma, doveva versare una quota. Un modo per far fronte alle spese di “gestione” senza stare a litigare su chi dovesse contribuire con quanto.

Le intercettazioni hanno poi rivelato che in alcuni casi, quando dell’abuso edilizio era responsabile qualche giovane donna, la speciale “squadra abusivismo” del comune di Giugliano provava a chiedere favori sessuali in cambio della “liberatoria”. Anche in queste circostanze, naturalmente, il reato contestato è concussione. Secondo il codice penale, infatti, la concussione si configura in caso di richiesta di “denaro o altra utilità” e la giurisprudenza, nel corso degli anni, ha stabilito che le prestazioni sessuali rientrano nelle “altre utilità”.

Le accuse contestate agli arrestati hanno sostanzialmente retto anche al controllo del tribunale del riesame. Al termine delle udienze i giudici hanno restituito la libertà soltanto a cinque dei 39 arrestati: Domenico Daniele, tecnico di un’impresa di costruzioni, gli agenti municipali Luigi Cimmino, Vincenzo Quaranta, Giacomo Esposito e il dipendente del comune Francesco Porcaro. Per gli altri resta lo stato di detenzione, sebbene per alcuni il tribunale abbia sostituito la custodia in carcere con gli arresti domiciliari: si tratta dei vigili urbani Pietro Ferrillo, Francesco Iovinella, Fiorenza Dell’Aquila, Teresa Di Stazio Migliaccio e del capitano Antonio Arcieri. Per loro i giudici della decima sezione del tribunale di Napoli hanno ritenuto che la detenzione in casa sia sufficiente a tutelare le esigenze investigative. Gli altri ventinove accusati restano tutti in carcere.

L’inchiesta del pm Paolo Itri, della direzione distrettuale antimafia, poggia su atti e documenti raccolti in circa mille e 400 pagine, buona parte delle quali sono dedicate alla trascrizione di conversazioni telefoniche e delle intercettazioni ambientali.

Stando agli accertamenti del commissariato di polizia di Giugliano, che ha eseguito gli arresti e condotto le indagini, negli ultimi due anni il fenomeno dell’abusivismo, in particolare sulla fascia costiera del comune di Giugliano (una fetta del litorale domizio) avrebbe avuto un’improvvisa impennata proprio in conseguenza del meccanismo messo in piedi dal “gruppo speciale” della polizia municipale. I controlli si sono infatti estesi ai territori di Qualiano, Quarto e Villaricca, tutti comuni della zona giuglianese.

Proprio da queste verifiche è emerso anche il coinvolgimento di esponenti della criminalità organizzata. Complessivamente l’inchiesta, oltre ai 39 arrestati, coinvolge altre trenta persone tra i quali i fratelli Francesco e Giuseppe Mallardo.

I due esponenti del clan sarebbero stati in contatto “assiduo” con dipendenti degli uffici tecnici comunali e sarebbero tra l’altro riusciti a ritardare o evitare confische e demolizioni di immobili finiti nella rete dell’antimafia e sequestrati come patrimonio del clan.

Nel corso delle indagini la polizia ha eseguito una cinquantina di perquisizioni al comune di Giugliano, al comando della Polizia municipale e nelle sue sedi distaccate. «Le vicende che sono emerse dalle indagini dagli agenti del commissariato di Giugliano sul presunto giro di mazzette tra i vigili urbani per coprire presunti abusi edilizi compiuti prevalentemente lungo il litorale domizio costituiscono semplicemente la punta dell’iceberg di un sistema generalizzato di corruzione», commenta il procuratore capo, Giandomenico Lepore.

Non è la prima volta che il comando dei vigili urbani di Giugliano finisce in un’inchiesta. All’alba del 14 febbraio 2006 furono arrestati i vertici, di allora, della polizia municipale, ovvero il maggiore comandante e un suo vice. I due ufficiali finirono in carcere nel corso di un’inchiesta terminata con otto arresti sulla ritardata chiusura di un locale pubblico lungo il litorale domizio. Attualmente per questa vicenda è in corso il processo al tribunale di Napoli.

In conseguenza di questa indagine nel giugno del 2006 l’allora sindaco di Giugliano Francesco Taglialatela, del Pd, nominò un nuovo comandante della polizia municipale che, tra i suoi compiti, aveva quello della riorganizzazione completa del corpo.

Va sottolineato che il comandante dei vigili non è coinvolto, attualmente, nell’inchiesta della direzione antimafia ma, va anche detto, evidentemente quella riorganizzazione della polizia municipale non ha dato risultati particolarmente soddisfacenti.

Giovanni Pianese, rieletto sindaco di Giugliano lo scorso anno dopo 14 anni di “assenza”, dal canto suo si è detto “sconcertato” per l’inchiesta.

“Spero che gli accertamenti siano rapidi – ha detto Pianese – per restituire tranquillità alla città di Giugliano”.

Probabilmente una parte della tranquillità potrebbe restituirla anche il sindaco, senza attendere gli accertamenti della magistratura, che ha il potere di ispezione e controllo sugli uffici comunali e sulla polizia municipale.

Roberto Ormanni

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