
Roberto Ormanni
direttore de
IL PARLAMENTARE
Le delibere del Consiglio superiore della magistratura sono illogiche. Così si potrebbe sintetizzare il giudizio del Tar del Lazio che ha bocciato la scelta di ben tre procuratori aggiunti che l’organo di autogoverno della magistratura ha nominato lo scorso anno alla Procura di Roma. Pier Filippo Laviani, Giancarlo Capaldo e Agnello Rossi (Nello per i colleghi) da una settimana sono qualificati, con il gergo tecnico, “perdenti posto”. In pratica a parere dei giudici amministrativi i tre magistrati dovrebbero lasciare il loro ufficio e il Csm dovrebbe riaprire il concorso per gli incarichi di aggiunto e valutare nuovamente i curriculum e le esperienze dei candidati.
Il tribunale ha così accolto il ricorso presentato, all’indomani delle nomine del 2007, da quattro magistrati esclusi: Elio Costa, Luigi De Ficchy, Silvana Giovanna Iacopino e Roberto Cucchiari.
Contro la decisione del Tar che ha tagliato le gambe all’ufficio inquirente della Capitale Palazzo dei Marescialli potrebbe ricorrere al Consiglio di Stato, ma ora gli uffici del Csm sono chiusi e con la sospensione estiva eventuali sviluppi non arriveranno prima della fine di settembre.
Intanto il procuratore di Roma, Giovanni Ferrara, è alle prese con un problema di non facile soluzione. Spetta al capo decidere se mantenere, per ora, i tre procuratori aggiunti al loro posto in attesa che la sentenza del Tar diventi definitiva o venga impugnata dal Consiglio, oppure se “congelarli”. Ma con il caldo estivo, e con i turni per le ferie, non è facile congelare qualcosa, soprattutto un procuratore aggiunto, che ha il compito di coordinare intere sezioni investigative e decine di pubblici ministeri. Tuttavia uno dei ricorrenti, attualmente vincitori, il pm Cucchiari, è in servizio proprio alla procura di Roma e dunque se da un lato c’è un aggiunto “perdente posto” che potrebbe avere diritto a restare sulla sua poltrona fino alla decisione definitiva, dall’altro nello stesso ufficio c’è un Pm anziano, “vincente posto”, che potrebbe pretendere di essere collocato, sebbene provvisoriamente, nel suo incarico sulla base della sentenza emessa.
Ad aggravare ulteriormente la situazione senza precedenti nella quale si trova la Procura della Repubblica di Roma sono le prossime “partenze” degli altri procuratori aggiunti: Gianfranco Amendola è già stato nominato, all’ultima seduta del Csm, procuratore di Civitavecchia, e a settembre prenderà servizio. Maria Cordova è in attesa della nomina come procuratore capo di Velletri e Franco Verusio il 30 novembre prenderà servizio come procuratore di Grosseto.
Infine, come non bastasse, nelle scorse settimane ha fatto le valigie anche un altro aggiunto, Franco Ionta, che è stato nominato capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, al ministero della Giustizia.
Anche la nomina di Ionta faceva parte della “infornata di aggiunti” del 2007 ma in questo caso il magistrato ha già lasciato l’ufficio liberando il posto che potrà – e anzi dovrà – essere riassegnato.
A conti fatti, nel giro dei prossimi tre mesi (senza considerare la pausa di agosto) il primo ufficio inquirente d’Italia resterà con un solo procuratore aggiunto, Achille Toro, oltre al procuratore capo Giovanni Ferrara.
L’organico, invece, prevede nove procuratori aggiunti che devono affiancare il capo. E uno degli aggiunti (di solito il più anziano) deve anche ricoprire l’incarico di procuratore distrettuale antimafia. Deve cioè guidare l’ufficio specializzato in indagini sul crimine organizzato che, nel caso di Roma, ha competenza su tutto il Lazio.
Il procuratore Ferrara non ha nascosto, in questi giorni, le sue preoccupazioni: organizzare il lavoro non sarà facile. E anche per Achille Toro si profila un periodo difficile: finché non saranno riempite le caselle che si svuoteranno e finché non sarà fatta chiarezza sulla sorte dei tre aggiunti “silurati” dal Tar, spetterà proprio a lui, che è recentemente ritornato in ufficio dopo un periodo trascorso fuori ruolo per un incarico ministeriale, fare da “tappabuchi”. Dovrà cumulare e competenze dei vari aggiunti che mancano all’appello con quelle della procura distrettuale antimafia: facile immaginare, senza colpa di nessuno, una fase di rallentamento di alcune indagini.
La sentenza del Tar, emessa dalla prima sezione presieduta da Antonino Savo Amodio, è molto dura nei confronti della delibera del Consiglio superiore della magistratura, nonostante il linguaggio “giuridichese” che ne stempera i toni. I giudici amministrativi parlano di motivazione “inadeguata” e in particolare la decisione dei consiglieri superiori “non si sottrae a fondate ragioni di critica in relazione alla inadeguatezza dell'apparato motivazionale a fondamento della scelta operata'' dal Csm”. Soprattutto, è scritto sempre nella sentenza “per quanto concerne l'attribuzione del punteggio afferente al profilo attitudinale valutazione”.
In parole semplici, il Csm non ha spiegato come ha fatto, in considerazione delle esperienze professionali di tutti i candidati concorrenti, ad attribuire un punteggio superiore proprio a quelli che hanno vinto le selezioni. In pratica i giudici hanno condiviso ciò che i ricorrenti, gli esclusi, scrivevano nel loro ricorso: “la procedura utilizzata per arrivare alle nomine, non aveva portato ad una approfondita disamina delle posizioni di tutti gli aspiranti, non essendo stato, tra l'altro, ricostruito in maniera corretta ed esaustiva il profilo professionale di tutti i candidati che avevano presentato domanda”.
A questo proposito i magistrati del Tar specificano che nella delibera del Csm “e' stata riscontrata un’incongruità motivazionale che ha assistito la scelta, con carenza di elementi di logica consequenzialita' rilevabili fra la considerazione del complesso di esperienze professionali ed il premiante punteggio al medesimo conferito relativamente al profilo attitudinale”.
Come dire: non si capisce perché avete scelto questi e non gli altri.
In realtà, conoscendo le logiche di corrente del Csm, a volte (ma non è certamente questo il caso) si capisce molto di più ricostruendo gli accordi che ci sono stati tra i vari esponenti delle diverse correnti prima del voto.
Mettendo da parte le ipotesi maliziose (anche se diceva qualcuno che a pensare male si fa peccato ma s’indovina), il problema delle motivazioni incomplete, incongrue, contraddittorie o apparenti che affligge da qualche tempo le decisioni del Csm andrebbe affrontato seriamente.
Basta dare uno sguardo alle statistiche di ieri e di oggi per accorgersi che non solo negli ultimi anni è aumentato a dismisura il contenzioso amministrativo sulle delibere del Consiglio superiore della magistratura, ma spesso – molto più spesso, in proporzione, che in passato – i giudici del Tar bocciano le valutazioni dell’organo della magistratura.
Se il semplice dato relativo all’aumentata litigiosità può essere frutto di una modifica “culturale” della magistratura (un tempo un magistrato ben difficilmente avrebbe messo in dubbio una decisione del Consiglio), sulla quale comunque sarebbe opportuna una riflessione, il maggior numero di annullamenti inflitto dal Tar, e anche dal Consiglio di Stato in appello, induce a credere che i consiglieri non sappiano più scrivere le motivazioni delle loro decisioni.
In realtà la soluzione del “mistero” è altrove: da qualche tempo il Csm si rivolge a magistrati distaccati al Consiglio come tecnici per scrivere le motivazioni delle decisioni prese dai consiglieri durante le sedute delle commissioni o del plenum.
I consiglieri dicono che hanno troppo da fare per scrivere anche le motivazioni delle delibere da loro stessi adottate. Soprattutto da quando, dicono, negli ultimi anni l’attività consiliare è cresciuta moltissimo. Dunque, dice il Consiglio, per evitare di allungare i tempi anche dell’organo di autogoverno della giustizia (dal momento che già quelli della giustizia sono fin troppo lunghi) è meglio che da un lato ci sia chi decide, e dall’altro chi spiega perché è stato deciso così: si fa prima.
Non c’è dubbio che i tempi siano più brevi, ma a che prezzo? Sarebbe come se un consiglio d’amministrazione di un’azienda, oppure un consiglio comunale, dopo aver preso la decisione di acquistare un’altra industria, oppure di appaltare i lavori di una nuova strada, chieda a qualche tecnico assunto dall’esterno di spiegare perché è stato deciso così.
Riportando l’esempio in ambito familiare, sarebbe come se i genitori dicessero al figlio: non puoi uscire, stasera! Chiedi ai nostri vicini di casa di sapere perché.
Intanto il procuratore di Roma Giovanni Ferrara deve prendere una decisione per far funzionare il suo ufficio inquirente. Potrebbe lanciare una monetina e poi chiedere la motivazione ai tecnici del Csm.
Roberto Ormanni
Il tribunale ha così accolto il ricorso presentato, all’indomani delle nomine del 2007, da quattro magistrati esclusi: Elio Costa, Luigi De Ficchy, Silvana Giovanna Iacopino e Roberto Cucchiari.
Contro la decisione del Tar che ha tagliato le gambe all’ufficio inquirente della Capitale Palazzo dei Marescialli potrebbe ricorrere al Consiglio di Stato, ma ora gli uffici del Csm sono chiusi e con la sospensione estiva eventuali sviluppi non arriveranno prima della fine di settembre.
Intanto il procuratore di Roma, Giovanni Ferrara, è alle prese con un problema di non facile soluzione. Spetta al capo decidere se mantenere, per ora, i tre procuratori aggiunti al loro posto in attesa che la sentenza del Tar diventi definitiva o venga impugnata dal Consiglio, oppure se “congelarli”. Ma con il caldo estivo, e con i turni per le ferie, non è facile congelare qualcosa, soprattutto un procuratore aggiunto, che ha il compito di coordinare intere sezioni investigative e decine di pubblici ministeri. Tuttavia uno dei ricorrenti, attualmente vincitori, il pm Cucchiari, è in servizio proprio alla procura di Roma e dunque se da un lato c’è un aggiunto “perdente posto” che potrebbe avere diritto a restare sulla sua poltrona fino alla decisione definitiva, dall’altro nello stesso ufficio c’è un Pm anziano, “vincente posto”, che potrebbe pretendere di essere collocato, sebbene provvisoriamente, nel suo incarico sulla base della sentenza emessa.
Ad aggravare ulteriormente la situazione senza precedenti nella quale si trova la Procura della Repubblica di Roma sono le prossime “partenze” degli altri procuratori aggiunti: Gianfranco Amendola è già stato nominato, all’ultima seduta del Csm, procuratore di Civitavecchia, e a settembre prenderà servizio. Maria Cordova è in attesa della nomina come procuratore capo di Velletri e Franco Verusio il 30 novembre prenderà servizio come procuratore di Grosseto.
Infine, come non bastasse, nelle scorse settimane ha fatto le valigie anche un altro aggiunto, Franco Ionta, che è stato nominato capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, al ministero della Giustizia.
Anche la nomina di Ionta faceva parte della “infornata di aggiunti” del 2007 ma in questo caso il magistrato ha già lasciato l’ufficio liberando il posto che potrà – e anzi dovrà – essere riassegnato.
A conti fatti, nel giro dei prossimi tre mesi (senza considerare la pausa di agosto) il primo ufficio inquirente d’Italia resterà con un solo procuratore aggiunto, Achille Toro, oltre al procuratore capo Giovanni Ferrara.
L’organico, invece, prevede nove procuratori aggiunti che devono affiancare il capo. E uno degli aggiunti (di solito il più anziano) deve anche ricoprire l’incarico di procuratore distrettuale antimafia. Deve cioè guidare l’ufficio specializzato in indagini sul crimine organizzato che, nel caso di Roma, ha competenza su tutto il Lazio.
Il procuratore Ferrara non ha nascosto, in questi giorni, le sue preoccupazioni: organizzare il lavoro non sarà facile. E anche per Achille Toro si profila un periodo difficile: finché non saranno riempite le caselle che si svuoteranno e finché non sarà fatta chiarezza sulla sorte dei tre aggiunti “silurati” dal Tar, spetterà proprio a lui, che è recentemente ritornato in ufficio dopo un periodo trascorso fuori ruolo per un incarico ministeriale, fare da “tappabuchi”. Dovrà cumulare e competenze dei vari aggiunti che mancano all’appello con quelle della procura distrettuale antimafia: facile immaginare, senza colpa di nessuno, una fase di rallentamento di alcune indagini.
La sentenza del Tar, emessa dalla prima sezione presieduta da Antonino Savo Amodio, è molto dura nei confronti della delibera del Consiglio superiore della magistratura, nonostante il linguaggio “giuridichese” che ne stempera i toni. I giudici amministrativi parlano di motivazione “inadeguata” e in particolare la decisione dei consiglieri superiori “non si sottrae a fondate ragioni di critica in relazione alla inadeguatezza dell'apparato motivazionale a fondamento della scelta operata'' dal Csm”. Soprattutto, è scritto sempre nella sentenza “per quanto concerne l'attribuzione del punteggio afferente al profilo attitudinale valutazione”.
In parole semplici, il Csm non ha spiegato come ha fatto, in considerazione delle esperienze professionali di tutti i candidati concorrenti, ad attribuire un punteggio superiore proprio a quelli che hanno vinto le selezioni. In pratica i giudici hanno condiviso ciò che i ricorrenti, gli esclusi, scrivevano nel loro ricorso: “la procedura utilizzata per arrivare alle nomine, non aveva portato ad una approfondita disamina delle posizioni di tutti gli aspiranti, non essendo stato, tra l'altro, ricostruito in maniera corretta ed esaustiva il profilo professionale di tutti i candidati che avevano presentato domanda”.
A questo proposito i magistrati del Tar specificano che nella delibera del Csm “e' stata riscontrata un’incongruità motivazionale che ha assistito la scelta, con carenza di elementi di logica consequenzialita' rilevabili fra la considerazione del complesso di esperienze professionali ed il premiante punteggio al medesimo conferito relativamente al profilo attitudinale”.
Come dire: non si capisce perché avete scelto questi e non gli altri.
In realtà, conoscendo le logiche di corrente del Csm, a volte (ma non è certamente questo il caso) si capisce molto di più ricostruendo gli accordi che ci sono stati tra i vari esponenti delle diverse correnti prima del voto.
Mettendo da parte le ipotesi maliziose (anche se diceva qualcuno che a pensare male si fa peccato ma s’indovina), il problema delle motivazioni incomplete, incongrue, contraddittorie o apparenti che affligge da qualche tempo le decisioni del Csm andrebbe affrontato seriamente.
Basta dare uno sguardo alle statistiche di ieri e di oggi per accorgersi che non solo negli ultimi anni è aumentato a dismisura il contenzioso amministrativo sulle delibere del Consiglio superiore della magistratura, ma spesso – molto più spesso, in proporzione, che in passato – i giudici del Tar bocciano le valutazioni dell’organo della magistratura.
Se il semplice dato relativo all’aumentata litigiosità può essere frutto di una modifica “culturale” della magistratura (un tempo un magistrato ben difficilmente avrebbe messo in dubbio una decisione del Consiglio), sulla quale comunque sarebbe opportuna una riflessione, il maggior numero di annullamenti inflitto dal Tar, e anche dal Consiglio di Stato in appello, induce a credere che i consiglieri non sappiano più scrivere le motivazioni delle loro decisioni.
In realtà la soluzione del “mistero” è altrove: da qualche tempo il Csm si rivolge a magistrati distaccati al Consiglio come tecnici per scrivere le motivazioni delle decisioni prese dai consiglieri durante le sedute delle commissioni o del plenum.
I consiglieri dicono che hanno troppo da fare per scrivere anche le motivazioni delle delibere da loro stessi adottate. Soprattutto da quando, dicono, negli ultimi anni l’attività consiliare è cresciuta moltissimo. Dunque, dice il Consiglio, per evitare di allungare i tempi anche dell’organo di autogoverno della giustizia (dal momento che già quelli della giustizia sono fin troppo lunghi) è meglio che da un lato ci sia chi decide, e dall’altro chi spiega perché è stato deciso così: si fa prima.
Non c’è dubbio che i tempi siano più brevi, ma a che prezzo? Sarebbe come se un consiglio d’amministrazione di un’azienda, oppure un consiglio comunale, dopo aver preso la decisione di acquistare un’altra industria, oppure di appaltare i lavori di una nuova strada, chieda a qualche tecnico assunto dall’esterno di spiegare perché è stato deciso così.
Riportando l’esempio in ambito familiare, sarebbe come se i genitori dicessero al figlio: non puoi uscire, stasera! Chiedi ai nostri vicini di casa di sapere perché.
Intanto il procuratore di Roma Giovanni Ferrara deve prendere una decisione per far funzionare il suo ufficio inquirente. Potrebbe lanciare una monetina e poi chiedere la motivazione ai tecnici del Csm.
Roberto Ormanni

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