
Eugenio Scalfari
L'Espresso
4 luglio 2008
I frutti e i fiori religiosi sbocciati in quest'arco di anni sono stati pochissimi, stentati, spesso bacati e intirizziti. Qualitativamente modesti, quantitativamente insignificanti
Ho scritto due settimane fa su questa pagina un articolo dal titolo 'La questione cattolica' al quale faccio seguito oggi. L'argomento è infatti di tali dimensioni da richiedere più di una puntata; su di esso del resto sono state scritte intere biblioteche e io stesso me ne sono occupato numerose volte.
Ho scritto due settimane fa su questa pagina un articolo dal titolo 'La questione cattolica' al quale faccio seguito oggi. L'argomento è infatti di tali dimensioni da richiedere più di una puntata; su di esso del resto sono state scritte intere biblioteche e io stesso me ne sono occupato numerose volte.
Ora però voglio trattare il tema da un punto di vista poco frequentato e cioè: fino a che punto la presenza a Roma e in Italia della sede pontificia ha giovato alla religiosità dei cattolici italiani e al loro deposito di fede, di carità e di morale.
L'Italia e Roma sono considerate 'il giardino del papa', per dire un territorio da lui stesso coltivato e a lui in modo speciale dedicato. Nessun altro paese gode di questo privilegio che l'Italia tuttavia ha pagato ad un prezzo molto alto se consideriamo la questione dall'angolo visuale dello Stato italiano, della sua laicità e della sua democraticità. Se tuttavia nel giardino del papa la religiosità fosse lussureggiante, i valori di solidarietà rigogliosi, l'egoismo contenuto, il consumismo limitato alla fisiologia e non debordante in patologia, il senso di responsabilità radicato e l'adempimento dei doveri morali e sociali ampiamente diffuso, il prezzo storico pagato dallo Stato italiano risulterebbe ampiamente compensato dai vantaggi ricevuti dalla società.
È questo ciò che è avvenuto? Il giardino del papa ha fatto fiorire anche un giardino degli italiani e della società in cui vivono?
Non risalirò al passato remoto. Sarebbe facile ricordare che lo Stato Pontificio, cioè il potere temporale dei papi, fu elemento costante di divisione, ostacolo ad ogni ipotesi di unità italiana, fonte di guerre e - al proprio interno - esempio di potere assoluto sui sudditi, tenuti in condizioni di ignoranza e di soggezione da parte della nobiltà papalina e della gendarmeria vaticana. Ma questa è acqua passata. Occupiamoci soltanto del presente e del passato prossimo, occupiamoci cioè dell'episcopato italiano e del suo ruolo di magistero nei diciassette anni durante i quali è stato guidato dal cardinale Camillo Ruini, uscito di scena appena pochi giorni fa.
Ebbene, i frutti ed i fiori religiosi sbocciati in quest'arco di anni nel giardino del papa sono stati pochissimi, stentati, spesso bacati e intirizziti. Qualitativamente modesti, quantitativamente insignificanti.
Ebbene, i frutti ed i fiori religiosi sbocciati in quest'arco di anni nel giardino del papa sono stati pochissimi, stentati, spesso bacati e intirizziti. Qualitativamente modesti, quantitativamente insignificanti.
I cattolici praticanti, nel senso della frequentazione della chiesa e dei sacramenti, ammontano a circa il 30 per cento, ma i cattolici di fervida fede non arrivano al 10 che si riduce al 7 al di sopra dei quindici anni di età.
Del resto la situazione non è migliore per quanto riguarda i laici. Il pensiero laico intensamente vissuto nei suoi valori di tolleranza, liberalismo democratico, responsabilità verso la società e verso le leggi dello Stato, rappresenta anch'esso tra il 5 e il 7 per cento della società. Come qualificare dunque la larghissima maggioranza dei cittadini di questo Paese, indipendentemente dal fatto d'aver ricevuto il battesimo e dalla maggiore o minore frequentazione della messa e dei riti sacramentali?
L'aggettivo più appropriato è indifferenti. Indifferenza religiosa. Indifferenza morale. Indifferenza civica.
L'indifferenza non preclude l'improvviso accendersi di fiammate d'entusiasmo, di passionalità e di avversioni. Anzi lo favorisce. Una coscienza dominata dall'indifferenza, priva di valori radicati, somiglia ad una vasta prateria priva di alberi, spazzata dai venti o schiacciata da una calma piatta e senza ombra. Un'intensa religiosità potrebbe essere - ed è stata ed è ancora in molti paesi - un elemento importante di coesione civica oltre che religiosa, ma la religiosità degli italiani non ha queste caratteristiche né l'episcopato ha fatto nulla per innestarle sull'indifferentismo ereditato da un lungo passato.
Semmai, nell'ultimo ventennio, questa situazione di arida precarietà è decisamente peggiorata. Basta guardare alla qualità culturale e religiosa dei vescovi per averne la prova. Dall'immediato dopoguerra fino al Vaticano II ci sono state figure eminenti nell'episcopato italiano, l'ultima delle quali è stata quella del cardinale Martini. Dopo di lui la qualità media dei vescovi italiani è stata di modesto spessore pastorale e intellettuale e di modestissima indipendenza. Ruini che li ha lungamente rappresentati appartiene del resto più alla categoria del politico-politicante che non a quella del pastore. Lui stesso l'ha ammesso nella sua omelia di addio di pochi giorni fa.
Nel giardino del papa la religiosità è dunque rappresentata da rovi e cespugli secchi. La politica invece signoreggia rigogliosamente. Torneremo ancora su quest'aspetto della questione cattolica.
(04 luglio 2008)

1 commento:
Certo è che noi Italiani non ci facciamo mancare proprio niente!
Volenti o nolenti...
Madda
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