venerdì 7 novembre 2008

Caso Troccoli: la storia negli atti del ministero di Giustizia



ROBERTO ORMANNI
Roma, 7 novembre2008

Il decreto del ministro della Giustizia Angelino Alfano che ha negato l’estradizione a Jorge Nestor Troccoli spiega in quattro pagine di motivazioni che l’ex ufficiale dello Stato Maggiore del Corpo dei fucilieri di Marina dell’Uruguay è cittadino italiano per “diritto di sangue” e perciò non può essere consegnato al governo uruguayano. Negli atti del ministero viene anche ricostruita tutta la vicenda che ha interessato Troccoli, nato a Montevideo da genitori italiani (il padre Pietro era originario di Marina di Camerota, un centro costiero del salernitano) il 20 marzo 1947, il quale nel 2002 ha chiesto che venisse riconosciuta la propria cittadinanza italiana. Un passaggio formale, dal momento che le leggi italiane stabiliscono che la cittadinanza spetta di diritto, fin dalla nascita, a tutti i figli di italiani dovunque siano nati. Ecco perché Nestor Troccoli, in nome della Convenzione tra Italia e Uruguay sottoscritta a Roma il 14 aprile 1879, non può essere consegnato per motivi di giustizia.

Sulla vicenda interviene, con una nota, anche il difensore di Troccoli, l’avvocato Adolfo Domingo Scarano, di Marina di Camerota. Il legale afferma, tra l’altro, che “è totalmente errata la notizia secondo la quale Troccoli sarebbe in Italia dal 1995”, precisando però di aver “conosciuto” Troccoli nel 1995 “anno in cui – scrive l’avvocato Scarano – sia Troccoli sia l’ambasciatore uruguayano Lupinacci vennero in forma ufficiale a Marina di Camerota” per un evento culturale. Dunque Troccoli era in Italia nel 1995. Ed era di nuovo in Italia nell’autunno del 2007 e il 16 ottobre dello stesso anno, come ricostruisce il ministero della Giustizia italiano, viene iscritto tra la popolazione residente di Marina di Camerota. Cinque anni prima, il 17 settembre 2002, Troccoli aveva chiesto al Consolato italiano a Montevideo “l’attestazione” della propria cittadinanza italiana “jure sanguinis”, (diritto di sangue), cioè per discendenza diretta.

Un passaggio fondamentale per bloccare qualunque richiesta di estradizione dall’Italia. E Troccoli era in Italia anche il 3 settembre 2007 quando il tribunale di prima istanza di Montevideo emette nei suoi confronti un mandato d’arresto internazionale “per i crimini connessi ad arresti illegali – è scritto negli atti - torture, sparizioni o uccisioni di persone in danno di oppositori del regime dittatoriale vigente nella Repubblica di Argentina negli anni tra il 1973 e il 1985, a lui addebitati nella qualità di appartenente ai servizi segreti uruguayani (Fusna)”.

Fatti previsti come delitti, aggiungono i giudici, “dalla legge uruguayana n. 18026 del 13 settembre 2006 in tema di lotta contro il genocidio, i crimini di guerra e di lesa umanità”.

E’ a queste accuse che Il VELINO, nel servizio pubblicato il 5 novembre scorso, faceva riferimento quando si diceva degli elementi raccolti nei confronti di Troccoli. L’avvocato difensore Scarano, nella sua nota, confonde invece questo procedimento, al quale Troccoli si è sottratto, con un’indagine del pm della Procura di Roma, Giancarlo Capaldo, che dopo dieci anni di lavoro ha chiesto mandati di cattura internazionali contro 140 persone tra cui Troccoli, tutte ritenute esponenti del Plan Condor, accusate di aver ucciso cittadini italiani durante le dittature in diversi Paesi sudamericani. Questa indagine, come correttamente riportato da Il Velino, si è praticamente arenata sull’annullamento degli ordini di custodia deciso dal tribunale del riesame di Roma.

Come raccontato dal VELINO, Troccoli si era presentato l’antivigilia di Natale ai carabinieri di Marina di Camerota (cittadina balneare dove quando il tempo è bello si frequentano le spiagge anche d’inverno) dove lo “attendevano” due diversi ordini di cattura: quello emesso nell’ambito dell’indagine della procura di Roma, poi annullato, e quello della magistratura urugayana. Per quest’ultimo provvedimento, come Il Velino ha specificato, Troccoli è rimasto detenuto fino agli inizi di aprile 2008 quando – sempre come specificato dal Velino, diversamente da quanto sostiene l’avvocato Scarano nella sua nota – è stato scarcerato perché erano trascorsi i 90 giorni previsti senza che arrivassero i documenti necessari ad esaminare la richiesta di estradizione. I documenti sono stati infatti consegnati, come detto, con una settimana di ritardo dall’allora ambasciatore Carlos Abin. E nella documentazione del ministero della Giustizia si fa anche riferimento, a questo proposito, ad un ricorso che Abin ha presentato alla Cassazione nel quale chiedeva di annullare il provvedimento della Corte d’appello di Salerno che il 24 aprile 2009 dispose la remissione in libertà di Troccoli. Ricorso che, il 15 ottobre scorso, è stato giudicato “inammissibile” perché la decisione della magistratura non poteva essere impugnata dall’ambasciatore.

Sotto questo profilo gli atti del ministero della Giustizia italiano sono estremamente precisi. L’Italia è l’unico Paese che, quando rifiuta un' estradizione, motiva i decreti come se fossero vere e proprie sentenze, per garantire la massima trasparenza.

Le accuse contestate a Troccoli circa il suo coinvolgimento nel Plan Condor derivano dal suo ruolo di ufficiale della “linea di comando” dell’unità della marina uruguayana ritenuta responsabile di omicidi e torture. Circostanze sulle quali la magistratura dell’Uruguay ha raccolto anche la testimonianza di un ex caporale, Daniel Rey Piuma. Il fatto che Troccoli, come ricorda l’avvocato Scarano, non abbia ammesso di aver fatto “coscientemente” parte del Plan Condor, rispetto alle tesi dell’accusa non cambia la contestazione: egli lavorava in un corpo militare che ne faceva parte. D’altro canto il ruolo di “controllo dell’opposizione” ai regimi dittatoriali svolto dall’unità militare di cui faceva parte Troccoli, è testimoniato anche da un libro, “L’ira del Leviatano”, scritto dallo stesso Troccoli. Un libro che è stato acquisito agli atti dell’inchiesta della procura di Roma condotta dal pm Capaldo.

In relazione al caso Troccoli, ambienti del ministero sottolineano come “la convenzione tra Italia e Uruguay sia ormai inadeguata a regolare i molteplici rapporti, anche commerciali, che legano i due Paesi”.

Oggi Nestor Jorge Troccoli è un uomo libero, con la doppia cittadinanza italiana e uruguayana, e sul suo passato pesano vicende non del tutto “in linea” con il rispetto dei diritti umani.

(Roberto Ormanni)

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