
LUCIA ANNUNZIATA
LA STAMPA
6 NOVEMBRE 2008
NEW YORK
Nera fu la madre di tutti noi, Lucy, nell’Africa dell’Est, dice l’archeologia.
Nera fu la madre di tutti noi, Lucy, nell’Africa dell’Est, dice l’archeologia.
E colorati ridiventeremo tutti noi, dice la genetica. Quando le razze saranno divise e poi mixate di nuovo nel grande vortice del mondo, quel color terracotta, quel volto stretto da bianco, la bocca grande da nero, gli occhi sottili da arabo, le mani lunghe da intellettuale e i piedi grandi da contadino di Barack Obama, saranno guardati fra i quadri dei presidenti americani nella Casa Bianca, come il ritratto del primo uomo globalizzato diventato capo degli Stati Uniti. E chissà che (osiamo in queste ore di assoluta imprevedibilità) non succeda che, per allora, gli Stati Uniti saranno formati da un numero di stati ben maggiore dei suoi attuali 50.
Esagerazione mica tanto. Più che uno scenario futuribile da Ursula Le Guin, è il profilo del futuro che possiamo ricavare dalla lettura dei risultati elettorali. Da cui si vede bene che colui che comunemente oggi definiamo «Il Primo Nero alla Casa Bianca» è in realtà il Primo Uomo di Colore Globale che varca quella soglia.
La grande sorpresa dei numeri è infatti che Obama non ha vinto, come si pensava, grazie ai nuovi elettori neri andati alle urne. Questo elettorato è quasi lo stesso di sempre. Barack vince in realtà, come Jimmy Carter nel 1976, la maggioranza del voto Americano. Il voto tutto. E il voto moderato in particolare, di cui i democratici raccolgono il 60%. C’è una trasversalità piena nel consenso al nuovo presidente, che spiega perché i democratici vincano dove da anni non vedevano la luce del sole, (44 anni in Virginia) ma anche dove Bush nel 2004 aveva una maggioranza assoluta, come Nord Carolina, Florida, Indiana e Ohio. Soprattutto, Obama vince nelle aree più economicamente vitali, che sono anche quelle a maggior mescolanza razziale. E se nel profondo Sud tutto rimane immobile, diverso è il quadro nel cosiddetto «Nuovo Sud», o nelle zone dell’Ovest a veloce crescita come le Rocky Mountains, o nelle aree intorno a Orlando, Washington, Indianapolis a Columbus.
Il significato di questo elenco non è solo geografico. Le zone a crescita veloce in Usa sono colorate da un misto di etnie; aree urbane, con gente sotto i 40 anni. Zone che sono più figlie dell'omogeneizzazione prodotta dalle scuole e dai matrimoni misti, che dalle nuove ondate di immigrazione. E’ il profilo di una società e di una generazione in cui la razza è secondaria; persino i giovani latini in queste aree hanno votato Obama, contrariamente a quanto si pensava all’inizio. Cosi come ad Obama è andato il voto di contee tradizionalissime come Fairfax, Virginia, o Orange in Florida. Il partito democratico, sull’onda di Obama, si assicura infatti tanti seggi da suscitare la preoccupazione di una eccessiva maggioranza nel Congresso.
Sono questi voti che fanno di Obama il presidente di «giovani e vecchi, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, latini, asiatici e nativi americani, gay, eterosessuali, disabili e sani», come li ha elencati lui stesso a Chicago. Una collezione di razze che, così come non definisce più le aree locali, non definisce più territorialmente nemmeno solo gli Usa: da qui l’eco di partecipazione e familiarità che queste elezioni suscitano nel mondo. Lo stesso Obama del resto non è un nero, ma tecnicamente un sangue misto, con un’evoluzione culturale che va dall’Africa agli Usa all’Asia, dove è vissuto. «Noi siamo americani che dicono al mondo che non siamo mai stati solo un elenco di Stati rossi e blu: noi siamo e sempre saremo gli Stati Uniti d’America», ha detto ieri a Chicago.
Una vicinanza con il resto del mondo che non sarebbe potuta essere tale se non fosse stata nutrita anche da quella seconda patria di tutti noi che è la tv. I tanto deprecati media, che però hanno formato, tramite video, Internet, sms, mms, il linguaggio di questa rivoluzione generazionale e razziale; oltre che l’anima della campagna elettorale. Raccontandoci in questi anni i disastri economici, le guerre, ma anche le canzoni, i matrimoni e le scuole e le lingue di questa nostra magnifica e orribile interazione.
E’ solo giusto dunque che queste siano state anche le prime elezioni non in visione globale, ma direttamente globali, con la tv americana connessa con tutte le sorelle locali, a formare una sola pelle catodica «live». L’effetto più mirabile di questa nuova era è stato presentato proprio in tv: il «beaming», la possibilità di materializzare in uno studio una persona che invece è in collegamento da un altro luogo. La prima volta è toccato a una giornalista della Cnn che con il virtuale tridimensionale si è materializzata nello studio centrale della rete. Ma domani con questa tecnologia il presidente Obama potrà materializzarsi in un summit mondiale o nella casa di un contadino africano. Diventando il Presidente di tutti. Naturalmente, quel contadino potrà materializzarsi nella sua Casa Bianca. Diventando il cittadino con cui tutti dovranno fare i conti.
Esagerazione mica tanto. Più che uno scenario futuribile da Ursula Le Guin, è il profilo del futuro che possiamo ricavare dalla lettura dei risultati elettorali. Da cui si vede bene che colui che comunemente oggi definiamo «Il Primo Nero alla Casa Bianca» è in realtà il Primo Uomo di Colore Globale che varca quella soglia.
La grande sorpresa dei numeri è infatti che Obama non ha vinto, come si pensava, grazie ai nuovi elettori neri andati alle urne. Questo elettorato è quasi lo stesso di sempre. Barack vince in realtà, come Jimmy Carter nel 1976, la maggioranza del voto Americano. Il voto tutto. E il voto moderato in particolare, di cui i democratici raccolgono il 60%. C’è una trasversalità piena nel consenso al nuovo presidente, che spiega perché i democratici vincano dove da anni non vedevano la luce del sole, (44 anni in Virginia) ma anche dove Bush nel 2004 aveva una maggioranza assoluta, come Nord Carolina, Florida, Indiana e Ohio. Soprattutto, Obama vince nelle aree più economicamente vitali, che sono anche quelle a maggior mescolanza razziale. E se nel profondo Sud tutto rimane immobile, diverso è il quadro nel cosiddetto «Nuovo Sud», o nelle zone dell’Ovest a veloce crescita come le Rocky Mountains, o nelle aree intorno a Orlando, Washington, Indianapolis a Columbus.
Il significato di questo elenco non è solo geografico. Le zone a crescita veloce in Usa sono colorate da un misto di etnie; aree urbane, con gente sotto i 40 anni. Zone che sono più figlie dell'omogeneizzazione prodotta dalle scuole e dai matrimoni misti, che dalle nuove ondate di immigrazione. E’ il profilo di una società e di una generazione in cui la razza è secondaria; persino i giovani latini in queste aree hanno votato Obama, contrariamente a quanto si pensava all’inizio. Cosi come ad Obama è andato il voto di contee tradizionalissime come Fairfax, Virginia, o Orange in Florida. Il partito democratico, sull’onda di Obama, si assicura infatti tanti seggi da suscitare la preoccupazione di una eccessiva maggioranza nel Congresso.
Sono questi voti che fanno di Obama il presidente di «giovani e vecchi, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, latini, asiatici e nativi americani, gay, eterosessuali, disabili e sani», come li ha elencati lui stesso a Chicago. Una collezione di razze che, così come non definisce più le aree locali, non definisce più territorialmente nemmeno solo gli Usa: da qui l’eco di partecipazione e familiarità che queste elezioni suscitano nel mondo. Lo stesso Obama del resto non è un nero, ma tecnicamente un sangue misto, con un’evoluzione culturale che va dall’Africa agli Usa all’Asia, dove è vissuto. «Noi siamo americani che dicono al mondo che non siamo mai stati solo un elenco di Stati rossi e blu: noi siamo e sempre saremo gli Stati Uniti d’America», ha detto ieri a Chicago.
Una vicinanza con il resto del mondo che non sarebbe potuta essere tale se non fosse stata nutrita anche da quella seconda patria di tutti noi che è la tv. I tanto deprecati media, che però hanno formato, tramite video, Internet, sms, mms, il linguaggio di questa rivoluzione generazionale e razziale; oltre che l’anima della campagna elettorale. Raccontandoci in questi anni i disastri economici, le guerre, ma anche le canzoni, i matrimoni e le scuole e le lingue di questa nostra magnifica e orribile interazione.
E’ solo giusto dunque che queste siano state anche le prime elezioni non in visione globale, ma direttamente globali, con la tv americana connessa con tutte le sorelle locali, a formare una sola pelle catodica «live». L’effetto più mirabile di questa nuova era è stato presentato proprio in tv: il «beaming», la possibilità di materializzare in uno studio una persona che invece è in collegamento da un altro luogo. La prima volta è toccato a una giornalista della Cnn che con il virtuale tridimensionale si è materializzata nello studio centrale della rete. Ma domani con questa tecnologia il presidente Obama potrà materializzarsi in un summit mondiale o nella casa di un contadino africano. Diventando il Presidente di tutti. Naturalmente, quel contadino potrà materializzarsi nella sua Casa Bianca. Diventando il cittadino con cui tutti dovranno fare i conti.

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