giovedì 13 novembre 2008

NONOSTANTE OBAMA

ENZO BETTIZA
LA STAMPA

Finito il sogno, spenti i riflettori della più onirica campagna elettorale mai vissuta dagli americani, comincia ora la veglia dura, pragmatica, fattuale del secondo Obama, quello politico, che tutti attendono al varco delle prime decisioni e delle prime mosse deludenti.

I fulgidi momenti della crescita di un outsider di colore fino alla soglia della Casa Bianca avevano lasciato come pietrificati, a bocca aperta, anche gli osservatori più disincantati. Quell’ascesa inarrestabile dal quasi nulla alle stelle di un candidato giovane, attraente, non ricco, armato solo di bell’aspetto e di belle promesse aveva avuto in verità qualcosa di epico. Il duello all’ultima stoccata per le primarie con la potente macchina dei Clinton, l’America dei giovani volontari, bianchi o neri, trasformatasi al suo seguito in un’armata travolgente, infine il confronto decisivo con un veterano del Vietnam che ha perduto la sua battaglia con la correttezza e la dignità di un tenace soccombente.

Il tutto era stato una dimostrazione spettacolare, intorno all’immagine accattivante e alla retorica lincolniana di Obama, della vitalità della democrazia in America. Siamo stati in molti a elargire lode e stima al fascino dell’imprevedibile, del possibile elevato all’ennesima potenza, che da tale democrazia assoluta promanava verso il mondo intero.

Ma dopo il primo ingresso, potremmo dire primo assaggio da parte di Obama dello Studio Ovale, dove fino al 20 gennaio continuerà a operare il repubblicano Bush, la storia del più fortunato nero d’America esce alfine dal sogno collettivo per misurarsi con la replica dei fatti. «Facciamo presto, non abbiamo tempo da perdere». Così ha detto in sostanza il neopresidente eletto al presidente in carica, accennando alle misure con cui arginare subito, già nel periodo della transizione, il tifone economico che ha colpito la superpotenza in guerra e in crisi con una vasta parte del globo: traballante in Afghanistan, instabile in Iraq, incerta nelle scelte tra Israele e palestinesi, alle prese con Al Qaeda e l’atomica dell’Iran, alle strette con Mosca che ne ha salutato l’avvento minacciando una virtuale rappresaglia missilistica contro la Polonia filoamericana.

Sarà qui, nel rapporto con la Russia di Putin, l’ostacolo più difficile che il nuovo presidente troverà sul cammino internazionale tracciato da Bush: un cammino che perfino Berlusconi ha deciso di abbandonare, sostenendo ieri a sorpresa che uno scudo spaziale americano installato su territorio polacco, insieme con il riconoscimento del Kosovo e l’eventuale apertura Nato all’ingresso della Georgia e dell’Ucraina, sono stati inutili «provocazioni» lanciate da Washington a Mosca. Oramai Obama dovrà togliersi la fascinosa maschera della rockstar da concerto e affrontare a viso scoperto, magari giocando di sponda con gli europei, le insidie e le spine lasciategli in eredità dalla politica mondiale della vecchia amministrazione. Conciliare la strategia imperiale e unilaterale degli Stati Uniti con la flessibilità europea, di cui la virata di Berlusconi è un indizio non da poco, sarà una delle imprese più delicate che lo attendono.

Insieme con la maschera dovrà lasciar cadere anche molte promesse fatte durante la campagna alla massa degli elettori, soprattutto ai più spinti e ingenui, che vedevano e continuano a vedere in lui il Messia del cambiamento. Ma cambiare radicalmente è più facile a dirsi che a farsi in un continente complesso come gli Stati Uniti, i quali appaiono più spesso disuniti in una varietà frastagliata di clan etnici, comunità confessionali, lobbies economiche, fazioni trasversali all’interno del Senato e della Camera dei rappresentanti. Un presidente americano, per quanto carismatico ed elettoralmente robusto, è molto più condizionato di un premier britannico nelle sue decisioni operative; non c’è operazione che non passi attraverso il filtro di mediazioni costanti. Già l’équipe di governo e sottogoverno che Obama si sta creando intorno è destinata a deludere molti dei suoi convinti sostenitori. I quarantenni scarseggiano, diversi s’aggirano sulla sessantina, occhieggiano vecchie volpi dell’apparato clintoniano, rispuntano scaltri specialisti finanziari legati, come Robert Rubin o Paul Volcker, a quella Wall Street condannata a parole da Obama quale focolaio di tutti i venerdì neri del capitalismo americano.

Con ogni probabilità, nei primi cento giorni del suo New Deal egli cercherà di dare un visibile contenuto sociale alla nuova amministrazione affrontando di petto le questioni irrisolte della sanità e dell’istruzione pubblica; ma non si vede con quali strumenti ed esborsi supplementari potrà incidere immediatamente, più di quanto abbia già inciso Bush, sul contagioso disastro provocato dai giocatori d’azzardo di Wall Street. Con una politica fiscale punitiva e ostica alle influenti élites repubblicane? Già la destra conservatrice, che egli tenta di ammansire magari conservando al Pentagono il repubblicano Robert Gates, lo accusa di aver adoperato nella campagna elettorale il verbo share out, «spartire» o «ridistribuire», di sospetto e quasi scandaloso sapore «socialista».

Se poi passiamo ai più scottanti diritti civili e umani, constatiamo che il presidente eletto ha già perduto terreno agli occhi di tanti liberal che l’hanno votato. Grande disillusione sale, per esempio, dai più derelitti quartieri neri, dopo un’affermazione con cui Obama ha dichiarato che il colore scuro della pelle non può essere un’attenuante per i criminali che nei ghetti infrangono la legge. La libertina e progressista San Francisco si è rivoltata contro di lui dopo che un recente referendum, sostenuto in particolare dagli ispanici obamiani, ha abrogato in California la legge permissiva sui matrimoni gay. Che potranno pensare infine di Obama quegli ambienti della sinistra chic europea che non sanno ancora, o non desiderano sapere, che il nuovo idolo d'Oltreoceano in cui si rispecchiano sostiene la pena di morte e non intende vietare la vendita libera delle armi? Che obietteranno al fatto che la mentalità barbarica da cowboy, incentrata su Bibbia e pistola, possa sopravvivere perfino nel raffinato intellettuale mulatto uscito dalle scuderie elitarie di Harvard? Una risposta tagliente la dà André Glucksmann da Parigi: «L’Europa si nasconde dietro il nuovo Messia. Il nostro sogno europeo rende gli onori a un Uomo della Provvidenza da cui ci si aspetta tutto senza chiedere nulla prima».

La verità è che molti sonnolenti sognatori europei hanno ritenuto che Barack Hussein Obama fosse un redentore oleografico proveniente più dall’Africa e dall’Asia che dall’America. Invece, nonostante i tre nomi esotici, Obama si sta rivelando un americano puro e più vero nelle luci e nelle ombre di quanto non avessimo immaginato agli inizi della sua ascesa. Sarà bene ricordarsi che egli ha trionfato con un programma tutto sommato meno radicale di quello di Hillary Clinton e che il suo percorso non prelude, comunque, soprattutto nella politica estera, a svolte o ribaltamenti epocali. La discontinuità con l’amministrazione Bush sarà dunque più formale che sostanziale: le costanti fisiologiche della repubblica imperiale di Washington, anche senza Bush, rimarranno presenti e operanti con Obama o, se vogliamo dirla fino in fondo, nonostante Obama e al di là di Obama.

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