giovedì 27 novembre 2008

Quell'amore assassino in un mondo chiuso - "La nostra storia è scritta con il sangue"

LA REPUBBLICA
GIUSEPPE D'AVANZO


COMO - Olindo accarezza Rosa. La liscia. La coccola. Le sfiora la mano con l'indice o gliela stringe con vigore e desiderio. La vezzeggia con un sorriso, con un bacio simulato. Sono stretti, al mattino, l'uno all'altro nel gabbione e il mondo, gli altri, le voci, la curiosità - come sempre hanno voluto e desiderato e preteso nella loro vita chiusa all'esterno - sono una lontana eco nel buio, un "oltre" che non vedono.

Rosa sussurra lunghi discorsi all'orecchio del suo uomo che deve piegarsi per tenerle il viso sulla spalla in ascolto. Olindo non muove labbra. Acconsente. Acconsente sempre quando parla Rosa. Sembra non contraddirla mai. A volte ridono. Mentre ridono, sempre si guardano negli occhi. Come fossero da soli e non nella gabbia di una corte d'assise in attesa di una sentenza che li consegna all'ergastolo. Che li dice - a sera - assassini, al di là di ogni ragionevole dubbio. Sembra non esserci traccia, tra i banchi, dei quattro corpi che Olindo e Rosa hanno straziato e distrutto con il fuoco, se non nella memoria ferita di chi li ha perduti (e sono lì, i Castagna, i Frigerio, Azouz Marzouk, a cinque passi da loro, ammutoliti dal rito giudiziario e umiliati dalla cerimonia privata degli assassini).

Viene difficile non evocare, in questa tragedia, una parola - amore - che suona spaventosa e inconciliabile con la morte di quattro innocenti. E tuttavia se non la si richiama - com'è sotto gli occhi di tutti in quest'aula, da undici mesi - non si comprende quanto rovesciata sia la verità di questo dramma e la realtà delle nostre vite miserabili.

Sarebbe facile richiamare per l'eccidio di Erba la follia, un'infanzia infelice, una repressione intollerabile, uno smarrimento interiore. E, d'altronde, ogni giorno dagli angoli del nostro mondo vicinissimo o lontano ci giungono notizie di vicini che si trasformano in assassini crudeli; di mariti aguzzini delle donne che hanno una volta amato; di adolescenti diventati ostinati cecchini; di padri trasformati in stupratori dei propri bambini. Lo spettro delle ragioni di questa quotidiana disumanità può appellarsi a una vertigine psicotica, alla povertà, all'ignoranza, ai conflitti etnici, alla perdita dei valori, al fanatismo, ai conflitti familiari, all'anomia, a un lontano trauma, a una depressione senza speranza, a una intollerabile sconfitta privata. Ma mai (o quasi mai) quella parola - amore - accompagna nel racconto la violenza dell'uomo. Come se ne fossimo impauriti. Come se non volessimo guardare da quella parte.


Olindo non ne è spaventato. Anzi ne sembra orgoglioso. Con lucidità, annota in carcere nella sua Bibbia, pagina dopo pagina, le ragioni della sua vita e dei suoi gesti. E "amore", le parole dell'amore, il rimpianto e il ricordo dell'amore, ritornano, nota dopo nota, come una preghiera che gli dà fiducia nel futuro. Come la ragione che lo ha convinto a uccidere e che ora riesce ancora a dargli una speranza. Olindo scrive alla sua Rosa: "Alla mia Rosa, alla mia Rosa Regina, abbiamo trovato forse la strada in un bagliore di luce dove trovi la grazia. Ora può sostare il suono rauco delle colombe. Come tutto si fa strano e difficile. Com'è bella la primavera con le lucciole e le rose, tutto prende vita e qui dove un'antica via porta dolce all'amore e una tempesta di dolcezza. Davanti allo specchio annerito che ci vide diversi. Una storia di errori. La nostra storia è scritta con il sangue e la sofferenza che nessuno può dimenticare impressa negli sguardi della gente per sempre. Guardo il pegno al dito che ebbi da te in grazia. La speranza di rivederti non mi abbandona. Portiamo i dolori di un passato nelle nostre vite separate dalle sbarre. Il tuo splendore sullo scacchiere di cui tu, Regina, puoi comporre un senso, ad altri sconosciuto".

Olindo ignora che "il tabù del sangue e dell'omicidio è la prima legge che Dio impone agli uomini". Non sa che l'omicida è il nemico irriducibile di Dio perché usurpa un diritto che è solo di Dio: la decisione sulla vita e sulla morte. È del tutto indifferente a ogni minaccia sulla sua vita che dovrebbe spaventarlo ("Il nulla non esiste", scarabocchia ).

Olindo scrive sulla Bibbia i suoi pensieri e racconta del suo amore per Rosa come se il Libro dovesse, potesse spiegare il sangue che ha versato, le ragioni che ha difeso, la vita che ha protetto. Accanto al versetto delle Genesi 3.13, che dice di Caino e Abele, appunta: "La vendetta è come un veleno che ti invade tutto il corpo". Qualche pagina dopo, è ancora lì a rimpiangere la presenza di Rosa, "Rosa selvatica, Rosa canina, Rosa signora dei fiori": "Sapevo di non poter vivere senza di te. Rosa, non posso, è spaventoso. È semplicemente la verità: non posso. Tu lo sai, io lo so. Percorreremo il ben noto sentiero, il sempre nuovo bel sentiero dell'amore dato con amore". È convinto della comprensione di Dio. "Paradiso, Inferno, Purgatorio sono stati d'animo che sono in noi. Dio perdona anche quelli come noi che, su questa terra, hanno vissuto l'inferno. La sofferenze, il dolore a volte dolce a volte amaro, a volte motivato a volte no, a volte utile, a volte stupido e cieco, eppure destinato a ucciderci. La pace qui in carcere nessuno l'ha mai trovata interiormente. Ciao amore, buona notte, ti amo".

Olindo e Rosa che erano, si sentivano invincibili nel loro mondo chiuso, ordinato, pulito e candeggiato, avvertono eterno il loro amore e immortali le loro esistenze anche ora che della loro vita non resta nulla se non l'orrore della morte. Nella corte di via Diaz, a Erba, hanno visto minacciato il loro spazio. Dovevano difenderlo per proteggere il loro tempo. C'è da pensare che questa comunicazione occulta, per così dire, sia andata a segno: non si avverte orrore o disprezzo intorno a loro. C'è in fondo all'aula chi applaude alla sentenza che li condanna. Sono applausi tiepidi, presto interrotti. Chi osserva li guarda, se posso arrischiare a dirlo, con stupefatto spavento come dei combattenti, come "eroi dell'uccidere" (avrebbe forse detto Wolfgang Sofsky).

Sono stati lucidi, rapidi, agili, determinati, disinvolti e ancora lo sono qui, in aula. Forse per questo Olindo e Rosa mai pèrdono dinanzi al pubblico la loro espressione di onore e dignità. Vogliono risplendere di un'aura luminosa perché si sono opposti senza paura a chi minacciava il loro nido, la loro quiete, il loro destino d'amore. Sono pazzi? No, non lo sono, dice la corte. Hanno voluto difendere la loro libertà di amarsi che rischiava di frantumarsi o di soffocare sotto la pressione della vivacità di Youssef che giocava in cortile, di Raffaela e Azouz che litigavano o festeggiavano. L'hanno difesa, la loro libertà, anche al prezzo della vita di innocenti capitati per sventura sulla loro strada come Paola Galli, Valeria e Mario Frigerio. L'hanno difesa oltre ogni limite, oltre ogni morale. Hanno provocato la morte con le proprie mani (le mani di Olindo sono gonfie e gigantesche) e non se ne vergognano (Olindo non abbassa mai lo sguardo se lo fissi con intensità). Non hanno sensi di colpa e ne sembrano orgogliosi. "L'uomo ha due sole libertà, quella di amare, quella di morire" scrive Olindo. "Tutti sapevano, nessuno fece nulla per impedire la tragedia", annota. "Mi affligge il pensiero che il dolore della nostra lontananza ci abbia colpito nel momento in cui avevamo tutto". Il tutto che Olindo rimpiange è quell'"assaporare la mia libertà con la mia sposa. Dovevamo sopravvivere".

Olindo e Rosa uccidono per sopravvivere, dunque. Non è una novità. Non sono solo loro a essersi macchiati di quel delitto. È un'abitudine dell'uomo anche se, ogni volta che la vita lo ricorda, ce ne meravigliamo. La forma più bassa del sopravvivere consiste nell'uccidere, diceva Elias Canetti. Quel desiderio elementare di sopravvivere, Olindo e Rosa l'hanno coltivato per lunghi anni. Quanto più vedevano minacciato il loro mondo chiuso, protetto, esclusivo, tanto più si abbandonavano a fantasie di annientamento, ha spiegato il pubblico ministero Massimo Astori. Quelle immagini di morte devono essersi composte adagio nella loro mente ma, una volta composte, non hanno più voluto saperne di sparire. Se lo confessano. Quelle idee ossessive conquistano i loro giorni, i loro silenzi. All'inizio, ne ridono come se fosse uno scherzo che li rasserena, ma quell'inquietudine si riaffaccia presto e con essa, questa volta, viene alla luce un'eccitazione sconosciuta e ostinata. Quell'immaginazione (la scena che immaginano: sono soli finalmente nella loro cascina, nel loro amore) li induce a saltare oltre i vincoli della morale, oltre i confini della vergogna, oltre il limite della colpa. Programmano il delitto con cura. Ne curano i dettagli. Ne provano, a lungo e in più occasioni, i gesti. Ma, solo la sera dell'11 dicembre del 2006, scoprono come l'azione assassina li libera dalla paura, dall'odio che li tormenta. Sono concentrati, dice il pubblico ministero. Uccidono il bambino e la madre e la nonna. Superano il disgusto che pure deve averli afferrati mentre calano sui crani un martelletto e affondano la lama nella carne. Quando si accaniscono contro Valeria Frigerio sono oltre l'orrore. Infieriscono con quarantasei coltellate e sprangate. Il prezzo della loro libertà è il dolore e il male "perché la libertà dei lupi è la morte degli agnelli". Non è dal fondo della bestialità che erutta quell'orrore. È dal cuore umano. Perché è malvagio il disegno dell'uomo, e non possiamo farci niente. Olindo sottolinea due righe dell'Esodo 33,1: "Aronne disse: "Non si accenda l'ira del mio Signore: tu sai come il popolo è inclinato al male"".


(27 novembre 2008)

1 commento:

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Sono diventati una monade, in cui si sono fuse tutte le malvagità dell'uomo non contenute dalla cultura, per cui sono diventati odio primordiale verso tutti, una misantropia che si è scatenata nella violenza più cieca, assurda, assassina, senza pietà, fino a non fermarsi nemmeno davanti a un bambino.
Per me meritavano quattro ergastoli, uno per ogni persona uccisa.
Ma speriamo nell'appello: non devono più uscire dal carcere !