domenica 23 novembre 2008

«Scelta sbagliata. In questa coppia manca la fiducia»

IL CORRIERE DELLA SERA


«No, l'ex avversaria no». Certo Hillary Clinton è «una persona seria e intelligente». Ma «quando devi scegliere il tuo segretario di Stato» l'ultimo esempio a cui devi pensare è Abramo Lincoln e la sua idea di assemblare «una squadra di rivali». Così Thomas Friedman, scrittore («Il mondo è piatto») e commentatore principe del New York Times, ha lanciato il suo ultimo, inutile ammonimento a Barack Obama. Hillary Clinton ministro degli Esteri non è la scelta giusta. «Il problema non è Bill»» scrive Friedman, che pure in campagna elettorale non ha nascosto le sue simpatie per «il cambiamento» obamiano. Da inviato ha seguito James Baker, il segretario di Stato di George Bush senior, «uno dei diplomatici più grandi: quando i leader del mondo parlavano con lui, sapevano che stavano parlando con il presidente Bush, e sapevano che il presidente avrebbe difeso il suo Segretario sempre e comunque».

Ecco, per Friedman questo appoggio reciproco «è il requisito più importante di un efficace segretario di Stato». In Hillary questo manca: «Francamente — scrive Friedman — Obama potrebbe anche nominare la sua amata suocera capo della diplomazia: farebbe un lavoro migliore di qualsiasi ex ambasciatore senza alcun rapporto con il presidente». Meglio la suocera che Hillary? Friedman non arriva a dirlo, ma il suo paradosso è più di una battuta. «Mi chiedo se un presidente Obama e un segretario di Stato Clinton, dopo tutti i veleni recenti, possano avere quel tipo di rapporto», quella fiducia incondizionata. Tenendo conto delle mire future della ex first lady, «la possibilità che tra 4 o 8 anni possa ritentare la corsa alla presidenza». Scrive Bronwen Maddox, editorialista del Times di Londra: «Mai assumere chi non puoi licenziare». Difficile dare il ben servito a un peso massimo come Hillary, le cui idee «non sono quelle di Obama». Aaron Miller, ex consigliere della Casa Bianca per il Medio Oriente, ha scritto sul Los Angeles Times che «amici e avversari dell'America ci mettono cinque minuti per capire chi sta parlando a nome del presidente e chi no». Quando un segretario di Stato entra in una sala, «gli interlocutori devono stare seduti in cima alla sedia, tesi, preoccupati, non comodamente sprofondati all'indietro pensando come manipolare il segretario».

La scelta di Hillary segno di forza o debolezza? C'è chi cita il presidente Lyndon Johnson il quale, parlando di J Edgar Hoover dell'Fbi, diceva: «Meglio tenerlo dentro la tenda e vederlo fare pipì fuori, piuttosto che averlo fuori e vederlo pisciare dentro». Hillary nella tenda di Obama. Il modello non sarà James Baker. Ma in fondo anche Condoleezza Rice, nonostante il suo feeling con Bush junior, non ha ottenuto risultati. «Essere vicino al presidente non è abbastanza», ammette Friedman. Ma nel caso di Condi il problema era Bush: «Non aveva alcuna visione del mondo». Obama e Hillary condividono la stessa visione, per esempio sull'Iran? Non proprio. Chiamando Hillary in squadra, Obama elimina un temibile nemico in Senato in tempi di crisi e sacrifici: gli serve Hillary, la voce di quella classe operaia bianca che il senatore nero non è riuscito a convincere. «Certo avrebbe potuto fare qualche danno», scrive Maddox. Ma tenerla «nella tenda» sarà ancora peggio: «Obama si presenta come la faccia di un'America nuova. Davvero vuole farsi rappresentare da uno dei volti più familiari del passato?».

Michele Farina
22 novembre 2008

1 commento:

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Sono molto perplesso.
Se è vero che in 5 minuti capiranno all'estero se parla a nome proprio o del Presidente, non è altrettanto vero che questi ci mette cinque minuti a capirlo pure lui ed altrettanti a mandarla via ?