GIORGIO BOCCA
Non gli economisti che hanno le mani in pasta, non Paulson, il 'mago' della Federal Reserve, non questi manager che mettono in piazza le loro follie e le loro violenze.
Ma che cosa è questa crisi?, ironizzavano i canzonettisti degli anni Trenta. Sulla crisi attuale non potrebbero: oggi tutti sanno che cosa è, è una crisi immedesimata, stampata sui difetti umani elementari quali avidità, impazienza, disonestà, voglia di potere, di sfruttamento altrui e di stupidità, che risulta difficile, spesso impossibile ignorarlo.
Gli economisti che hanno le mani in pasta sono i meno adatti a spiegarla, riescono meglio i letterati, gli artisti. Il vecchio Tolstoj, per dire: "Il diavolo del perfezionamento tecnico ha convinto gli uomini che più oggetti fabbricheremo e più rapidamente e meglio sarà per tutti. E così gli uomini perdono la vita per fabbricare un numero di oggetti perfettamente inutili sia per coloro che li hanno prodotti, sia per coloro che si sono indebitati per averli".
La crisi è chiara, chiarissima per chi l'ha ogni giorno voluta, ma è questa chiarezza la ragione prima di umiliazione, l'ammissione, l'evidenza che ci siamo rovinati con le nostre mani. Viviamo, dice il sociologo Edgar Morin, con una bomba a scoppio ritardato nel nostro armadio. C'è da stupirci se ci divora l'angoscia? Ogni mattino apriamo giornali e radiotelevisioni con un fiero proposito: questa volta voglio proprio capire perché oggi tutto va storto, tutto è in perdita se facciamo le stesse cose di ieri quando tutto era guadagno, sviluppo. E la prima constatazione scoraggiante, ma che dico, disperante, è che stiamo facendo di tutto per riprodurre i guasti e gli errori di ieri.
Chi sono gli esperti, i dottori emeriti, le teste fini a cui chiediamo di rimettere in sesto la baracca dell'economia? Oggi il primo ad apparire sugli schermi, sui fogli, è stato un gigante di nome Henry Paulson, dalla voce cavernosa e tremante, uno dei maghi della Federal Reserve che hanno perseguito per decenni l'indebitamento gigantesco, la vendita di 'azioni spazzatura', il trasferimento a paesi esteri del debito commerciale americano, e il consumismo folle che sta mettendo a rischio finale la nostra sopravvivenza, in un vortice irresistibile in cui qualsiasi cosa si faccia è sbagliata: se consumi ti indebiti, se non consumi l'economia si ferma, se segui la corsa tecnologica inquini, se non la segui fallisci.
E guardando al mattino appena alzati e già depressi questi manager che mettono in piazza le loro follie e le loro violenze, questi primi della classe che ci ritroviamo, ci vien di pensare che forse per gli umani di un altro millennio le cose cambieranno in meglio, ma che per noi il peggio è assicurato. Per giunta, essendo persone scolarizzate sappiamo anche che tutto era prevedibile, evitabile. Non è noto dai tempi di Tacito che "la debolezza umana fa sì che i rimedi vengano sempre dopo il male"? Non è arcinoto che uno dei grandi pensatori del capitalismo americano, il signor Taylor del famoso metodo produttivo, diceva amabilmente agli operai: "Non vi chiedo di pensare. C'è gente pagata per questo". La tecnica come toccasana! Ma fa anche parte della tecnica il colpo partito che non può tornare indietro, le dighe colossali che hanno compromesso per sempre i sistemi idrici cinesi, egiziani o danubiani.
Ogni mattino apriamo i giornali o le televisioni per sapere se i nostri governanti e salvatori sono in arrivo. Lo spettacolo non è incoraggiante: giocano con le montagne di dollari o di sterline come era di moda negli anni del miracolo economico giocare a Monopoli con i dadi e i soldi falsi. L'economia in genere e quella globale in particolare danno vita a meccanismi al di fuori di ogni controllo, sensibili a tutti gli umani desideri, a tutte le umane debolezze. Apprezzabili soprattutto se fuori da ogni controllo. E allora di che ci lamentiamo?
Ma che cosa è questa crisi?, ironizzavano i canzonettisti degli anni Trenta. Sulla crisi attuale non potrebbero: oggi tutti sanno che cosa è, è una crisi immedesimata, stampata sui difetti umani elementari quali avidità, impazienza, disonestà, voglia di potere, di sfruttamento altrui e di stupidità, che risulta difficile, spesso impossibile ignorarlo.
Gli economisti che hanno le mani in pasta sono i meno adatti a spiegarla, riescono meglio i letterati, gli artisti. Il vecchio Tolstoj, per dire: "Il diavolo del perfezionamento tecnico ha convinto gli uomini che più oggetti fabbricheremo e più rapidamente e meglio sarà per tutti. E così gli uomini perdono la vita per fabbricare un numero di oggetti perfettamente inutili sia per coloro che li hanno prodotti, sia per coloro che si sono indebitati per averli".
La crisi è chiara, chiarissima per chi l'ha ogni giorno voluta, ma è questa chiarezza la ragione prima di umiliazione, l'ammissione, l'evidenza che ci siamo rovinati con le nostre mani. Viviamo, dice il sociologo Edgar Morin, con una bomba a scoppio ritardato nel nostro armadio. C'è da stupirci se ci divora l'angoscia? Ogni mattino apriamo giornali e radiotelevisioni con un fiero proposito: questa volta voglio proprio capire perché oggi tutto va storto, tutto è in perdita se facciamo le stesse cose di ieri quando tutto era guadagno, sviluppo. E la prima constatazione scoraggiante, ma che dico, disperante, è che stiamo facendo di tutto per riprodurre i guasti e gli errori di ieri.
Chi sono gli esperti, i dottori emeriti, le teste fini a cui chiediamo di rimettere in sesto la baracca dell'economia? Oggi il primo ad apparire sugli schermi, sui fogli, è stato un gigante di nome Henry Paulson, dalla voce cavernosa e tremante, uno dei maghi della Federal Reserve che hanno perseguito per decenni l'indebitamento gigantesco, la vendita di 'azioni spazzatura', il trasferimento a paesi esteri del debito commerciale americano, e il consumismo folle che sta mettendo a rischio finale la nostra sopravvivenza, in un vortice irresistibile in cui qualsiasi cosa si faccia è sbagliata: se consumi ti indebiti, se non consumi l'economia si ferma, se segui la corsa tecnologica inquini, se non la segui fallisci.
E guardando al mattino appena alzati e già depressi questi manager che mettono in piazza le loro follie e le loro violenze, questi primi della classe che ci ritroviamo, ci vien di pensare che forse per gli umani di un altro millennio le cose cambieranno in meglio, ma che per noi il peggio è assicurato. Per giunta, essendo persone scolarizzate sappiamo anche che tutto era prevedibile, evitabile. Non è noto dai tempi di Tacito che "la debolezza umana fa sì che i rimedi vengano sempre dopo il male"? Non è arcinoto che uno dei grandi pensatori del capitalismo americano, il signor Taylor del famoso metodo produttivo, diceva amabilmente agli operai: "Non vi chiedo di pensare. C'è gente pagata per questo". La tecnica come toccasana! Ma fa anche parte della tecnica il colpo partito che non può tornare indietro, le dighe colossali che hanno compromesso per sempre i sistemi idrici cinesi, egiziani o danubiani.
Ogni mattino apriamo i giornali o le televisioni per sapere se i nostri governanti e salvatori sono in arrivo. Lo spettacolo non è incoraggiante: giocano con le montagne di dollari o di sterline come era di moda negli anni del miracolo economico giocare a Monopoli con i dadi e i soldi falsi. L'economia in genere e quella globale in particolare danno vita a meccanismi al di fuori di ogni controllo, sensibili a tutti gli umani desideri, a tutte le umane debolezze. Apprezzabili soprattutto se fuori da ogni controllo. E allora di che ci lamentiamo?
(24 dicembre 2008)


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