di Roberto Brunelli
Questa è la storia della musica che ha perso il futuro. O, forse, è solo la storia di chi teme di aver perduto la musica.
La musica è finita, scrive quello. È morta, grida l’altro. Nella giungla dei suoni che che ha riempito le nostre giornate ed ogni anfratto della nostra mente - tra telefonini, beep-beep, sigle pubblicitarie, sirene e onde elettromagnetiche - il tema diventa il silenzio. Che invece è una specie di sussurro che ogni giorno cresce fino a diventare eco: un’eco globale che dice che il mercato discografico è sull’orlo dell’abisso (oltre il 45% dei ragazzi scarica i brani dal web, quasi sempre illegalmente), che l’ascolto è ormai del tutto soppiantato dal consumo, che la musica dell’oggi nessuno più sa esattamente cosa sia.
I sintomi: i suoni del passato dominano le radio commerciali, l’avanguardia appare esangue, gli anni ‘70 e ‘80 si sono riprese le discoteche, Mtv e similari grondano di cloni, il futuro sembra esser stato sostituito da un infinito presente che si mangia ogni passato possibile, un tapis roulant della musica in cui, per le generazioni più giovani, i Beatles e l’ultimo emo-rocker convivono dentro una bolla sospesa in una specie di non-tempo.
IL SOGNO PERDUTO
Certo, è una versione cupa della storia. I pessimisti propongono sempre gli stessi piccoli esercizi mentali: non ci sono più i Hendrix, i Beatles o i Miles Davis di una volta - dicono - e men che mai i Beethoven, i Mozart e i Bach, e pure gli Schoenberg o gli Stravinskij non hanno lasciato traccia di sé. Sono scomparse le grandi fabbriche di canzoni come la Motown e la Stax, e - in Italia - anche i conservatori se la vedono male. I sopravvissuti - Dylan, gli Stones e pochi altri - portano sulle spalle il carisma del tempo che fu e i loro volti sono deformati dalle rughe di una vita vissuta sull’onda più alta della tempesta perfetta. Sì, continuano a conquistare le generazioni a venire, ma è come se anche i più giovani li guardassero come l’ultima chance per inseguire i fragori di un sogno che si sta spegnendo per sempre.
Chissà. Forse è la «sindrome Fukuyama» (sì, ricordate Francis Fukuyama, lo storico che teorizzò, smentito rapidamente dal crollo del muro di Berlino e poi da qualche altro disastro globale, la «fine della storia»?). Forse è semplicemente fisiologico che dopo un secolo di straordinari tumulti musicali (il Novecento) - quello in cui l’Africa ha incontrato l’Occidente, accendendo la miccia del jazz, del blues, del rock - segua un periodo di flebile stanchezza. Oppure c’è qualcosa di più? Gino Castaldo, il critico musicale di Repubblica, ha scritto un bel libro curiosamente filosofico, Il buio, il fuoco, il desiderio, di cui è rivelatore il sottotitolo: «Ode in morte della musica». Lui non fa differenza, giustamente, fra musica cosiddetta colta e musica popolare: quel che era musica - grande musica - oggi pare ridursi al suo simulacro. Laddove - con Mozart, Coltrane, Corelli, i Sex Pistols, la Bossa Nova (...e metteteci chi volete voi) - c’erano il fuoco, il desiderio, il dolore, la gioia, l’invenzione, la magia e lo stupore, lì oggi c’è un cimitero di identità perdute.
Castaldo parla addirittura di «catastrofe». Di «destoricizzazione» dovuta ai nuovi strumenti di fruizione, dall’Ipod in giù: la sparizione del supporto (ricordate il vinile, poi il cd...?) getta la musica in un limbo di «elenchi randomizzati» che confondono in un’unica melma brani di epoche diverse, di storie diverse, di origini diverse.
E poi c’è il rumore di fondo che domina le nostre giornate, che viene dalle tv, dalle segreterie, dai jingle, dai clacson, dagli aerei che solcano il cielo. Avendo perduto il silenzio, abbiamo perduto la musica, che si definisce solo nella misura in cui è capace dare forma all’assenza di sé, dai canti gregoriani fino agli assoli lancinanti di Hendrix a Woodstock. Ed il silenzio è stato ucciso dal consumo. Il consumo è la negazione del sacro.
Il sacro? Sì. Come il bluesman Robert Johnson (che ad un crocevia vendette l’anima al diavolo), i musicisti erano figure mitologiche: parabole ambulanti come Hendrix che incendia la chitarra a Monterey o Dylan che canta l’apocalisse, le epifanie esistenziali di Charlie Parker, Keith Richards che ha un volto che è un campo di battaglia. E così era nella cultura protestante, laddove il musicista era colui che più di ogni altro - sacerdote a parte - era capace di avvicinarti a Dio.
La versione ottimista della storia è che non c’è mai stata tanta musica quanto oggi. E che c’è un sacco di buona musica: solo che è una specie di infinita indagine del passato - ed è un fenomeno trasversale, che comprende il jazz e la sperimentazione, il rock e le canzoni della radio - un continuo andirivieni di suoni oppressi da tutto ciò che già è stato. Forse siamo alla «fase ellenistica» della storia musicale recente, dove ogni nicchia si apre a una nuova nicchia, in un infinito gioco di specchi.
Chissà. Una domanda rimane: cercando la sua musica, l’Occidente forse sta solo cercando di ritrovare il senso smarrito del desiderio, del dolore e del mistero. Sta cercando il fuoco perduto, quello che illumina il futuro.
rbrunelli@unita.it
19 dicembre 2008
La musica è finita, scrive quello. È morta, grida l’altro. Nella giungla dei suoni che che ha riempito le nostre giornate ed ogni anfratto della nostra mente - tra telefonini, beep-beep, sigle pubblicitarie, sirene e onde elettromagnetiche - il tema diventa il silenzio. Che invece è una specie di sussurro che ogni giorno cresce fino a diventare eco: un’eco globale che dice che il mercato discografico è sull’orlo dell’abisso (oltre il 45% dei ragazzi scarica i brani dal web, quasi sempre illegalmente), che l’ascolto è ormai del tutto soppiantato dal consumo, che la musica dell’oggi nessuno più sa esattamente cosa sia.
I sintomi: i suoni del passato dominano le radio commerciali, l’avanguardia appare esangue, gli anni ‘70 e ‘80 si sono riprese le discoteche, Mtv e similari grondano di cloni, il futuro sembra esser stato sostituito da un infinito presente che si mangia ogni passato possibile, un tapis roulant della musica in cui, per le generazioni più giovani, i Beatles e l’ultimo emo-rocker convivono dentro una bolla sospesa in una specie di non-tempo.
IL SOGNO PERDUTO
Certo, è una versione cupa della storia. I pessimisti propongono sempre gli stessi piccoli esercizi mentali: non ci sono più i Hendrix, i Beatles o i Miles Davis di una volta - dicono - e men che mai i Beethoven, i Mozart e i Bach, e pure gli Schoenberg o gli Stravinskij non hanno lasciato traccia di sé. Sono scomparse le grandi fabbriche di canzoni come la Motown e la Stax, e - in Italia - anche i conservatori se la vedono male. I sopravvissuti - Dylan, gli Stones e pochi altri - portano sulle spalle il carisma del tempo che fu e i loro volti sono deformati dalle rughe di una vita vissuta sull’onda più alta della tempesta perfetta. Sì, continuano a conquistare le generazioni a venire, ma è come se anche i più giovani li guardassero come l’ultima chance per inseguire i fragori di un sogno che si sta spegnendo per sempre.
Chissà. Forse è la «sindrome Fukuyama» (sì, ricordate Francis Fukuyama, lo storico che teorizzò, smentito rapidamente dal crollo del muro di Berlino e poi da qualche altro disastro globale, la «fine della storia»?). Forse è semplicemente fisiologico che dopo un secolo di straordinari tumulti musicali (il Novecento) - quello in cui l’Africa ha incontrato l’Occidente, accendendo la miccia del jazz, del blues, del rock - segua un periodo di flebile stanchezza. Oppure c’è qualcosa di più? Gino Castaldo, il critico musicale di Repubblica, ha scritto un bel libro curiosamente filosofico, Il buio, il fuoco, il desiderio, di cui è rivelatore il sottotitolo: «Ode in morte della musica». Lui non fa differenza, giustamente, fra musica cosiddetta colta e musica popolare: quel che era musica - grande musica - oggi pare ridursi al suo simulacro. Laddove - con Mozart, Coltrane, Corelli, i Sex Pistols, la Bossa Nova (...e metteteci chi volete voi) - c’erano il fuoco, il desiderio, il dolore, la gioia, l’invenzione, la magia e lo stupore, lì oggi c’è un cimitero di identità perdute.
Castaldo parla addirittura di «catastrofe». Di «destoricizzazione» dovuta ai nuovi strumenti di fruizione, dall’Ipod in giù: la sparizione del supporto (ricordate il vinile, poi il cd...?) getta la musica in un limbo di «elenchi randomizzati» che confondono in un’unica melma brani di epoche diverse, di storie diverse, di origini diverse.
E poi c’è il rumore di fondo che domina le nostre giornate, che viene dalle tv, dalle segreterie, dai jingle, dai clacson, dagli aerei che solcano il cielo. Avendo perduto il silenzio, abbiamo perduto la musica, che si definisce solo nella misura in cui è capace dare forma all’assenza di sé, dai canti gregoriani fino agli assoli lancinanti di Hendrix a Woodstock. Ed il silenzio è stato ucciso dal consumo. Il consumo è la negazione del sacro.
Il sacro? Sì. Come il bluesman Robert Johnson (che ad un crocevia vendette l’anima al diavolo), i musicisti erano figure mitologiche: parabole ambulanti come Hendrix che incendia la chitarra a Monterey o Dylan che canta l’apocalisse, le epifanie esistenziali di Charlie Parker, Keith Richards che ha un volto che è un campo di battaglia. E così era nella cultura protestante, laddove il musicista era colui che più di ogni altro - sacerdote a parte - era capace di avvicinarti a Dio.
La versione ottimista della storia è che non c’è mai stata tanta musica quanto oggi. E che c’è un sacco di buona musica: solo che è una specie di infinita indagine del passato - ed è un fenomeno trasversale, che comprende il jazz e la sperimentazione, il rock e le canzoni della radio - un continuo andirivieni di suoni oppressi da tutto ciò che già è stato. Forse siamo alla «fase ellenistica» della storia musicale recente, dove ogni nicchia si apre a una nuova nicchia, in un infinito gioco di specchi.
Chissà. Una domanda rimane: cercando la sua musica, l’Occidente forse sta solo cercando di ritrovare il senso smarrito del desiderio, del dolore e del mistero. Sta cercando il fuoco perduto, quello che illumina il futuro.
rbrunelli@unita.it
19 dicembre 2008


2 commenti:
Tempo fa dissi che la "nuova Unità" non mi piaceva: ritiro, è cresciuta rapidamente di spessore politico e culturale !
Brava Concita De Gregorio, stai vincendo la scommessa del rinnovamento !
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