mercoledì 3 dicembre 2008

Niente fili molto caos

L'ESPRESSO
di Alessandro Longo

L'Italia è in fondo alle classifiche del WiFi. Ma se molte aree non sono connesse, ci sono comuni coperti due o tre volte. Perché non esiste alcun coordinamento Che fine ha fatto la rivoluzione WiFi, la promessa di Internet veloce senza fili a buon mercato? Mentre all'estero va avanti, in Italia pare azzoppata nel presente e sotto grosse nubi nel futuro. Le iniziative non mancano, ma sono prive di un coordinamento complessivo. A cominciare dal WiFi più noto: quello in luoghi pubblici, aeroporti, hotel. In Italia ci sono 4.100 punti di accesso WiFi di questo tipo: un quinto di quelli francesi.

Anche in Spagna ce ne sono di più. Ed è un mercato stagnante, "rimasto di nicchia, solo per le persone che viaggiano per lavoro", dice Mario Gelmini, responsabile marketing fonia e broadband di Telecom Italia, che ha una delle reti più capillari (mille punti di accesso). Altro che Internet per le masse, insomma. Gli utenti WiFi sono circa 200-300 mila in Italia e non hanno vita facile: "I prezzi delle connessioni da noi sono alti e in concorrenza con le reti mobili banda larga degli operatori cellulari, diffuse e ben funzionanti", spiega Stefano Quintarelli, uno dei massimi esperti di Internet in Italia.All'estero invece il WiFi è popolare anche perché è facile averlo gratis. "A Londra", racconta Quintarelli, "è normale fare le riunioni di lavoro nei bar con il WiFi gratis. Prendiamo un caffè e tutta la mattinata lavoriamo al tavolo". A New York o a Vancouver è la stessa cosa, in Italia è fantascienza. Pesano vari motivi, come l'assenza di grosse catene (tipo Starbucks), ma più di tutto una legge: il decreto Pisanu, voluto dal precedente governo Berlusconi, che impone stringenti misure di sicurezza a chi offre accesso a Internet. I bar e i negozi dovrebbero investire in sistemi informatici complessi per ottemperare e quindi rinunciano. Solo in Italia, tra i paesi occidentali, c'è una legge così.

Un filo di speranza, per rendere popolare l'accesso WiFi, viene da un progetto che la Provincia di Roma annuncerà a metà dicembre: "Al lancio avremo 40 punti di accesso WiFi a Roma e in una ventina di comuni: un'ora gratis al giorno per utente", spiega Francesco Loriga, dirigente sistema informatici della Provincia e responsabile del progetto WiFi. Coprirà un centinaio di comuni, con un investimento da 2,5 milioni di euro. Anche in questo caso si combatte con leggi che mettono i bastoni tra le ruote dell'innovazione: "L'apparecchio che dobbiamo installare per creare una rete WiFi costa ormai poco, circa 100 euro. Ma ci dobbiamo pagare sopra una tassa di 50 euro", dice Loriga.

Sta crescendo molto di più un tipo speciale di WiFi: quello che porta Internet banda larga nelle case, nelle zone di digital divide, attraverso reti senza fili. È un sostituto dell'Adsl, che in queste zone non è disponibile. Sono una quarantina gli operatori che offrono questo servizio, quasi sempre piccole aziende locali, e hanno un bacino di circa 100 mila utenti. A oggi la rete più grande è di Ngi (del gruppo inglese BT), che copre 3 mila comuni nel nord Italia. "Finora, dal 2007, abbiamo speso 4 milioni di euro, ne investiremo altrettanti nel 2009, quando copriremo il 90 per cento della popolazione del Nord", spiega Luca Spada, amministratore delegato di Ngi, che conta di raggiungere il profitto tra otto mesi. Questo è un business fatto da aziende che hanno scelto di andare in zone dette di 'market failure', cioè dove i grandi operatori hanno rinunciato a offrire servizi perché temevano di perderci.

Il rischio però è che tutto sia poco coordinato. Infatti ora diverse Regioni e Province stanno facendo bandi di gara dove il vincitore sarà finanziato con fondi pubblici per creare una rete in zone di digital divide e offrire servizi banda larga senza fili. Alcune delle ultime gare, anche se sono state ideate per combattere il digital divide, finiranno per coprire comuni che sono già raggiunti dai servizi di operatori senza fili. I quali vi hanno investito propri soldi, senza sussidi. "Ora ci troveremo un concorrente che potrà fare prezzi stracciati perché sostenuto da fondi pubblici, mettendo al rischio il nostro investimento", dice Spada. A fine ottobre e il 7 novembre si sono chiuse per esempio le gare 'anti digital divide' della Regione Veneto e della Valle d'Aosta (2,4 e 1,9 milioni di euro). "Copriranno comuni già raggiunti da noi e altri, come FastAlp, E4A e PopWiFi. Per esempio, in provincia di Vicenza", dice Spada.

Non solo: tra un mese arriva un bando di gara da 7 milioni dalla Regione Lombardia, dove "la copertura per alcune province è stata già decisa e riguarda purtroppo anche comuni già raggiunti da noi e da altri", continua Spada.

Il danno è doppio. Da una parte, c'è spreco di fondi pubblici, che potrebbero essere utilizzati tutti per le zone in vero digital divide (così invece qualche comune resta scoperto mentre altri hanno due o tre reti sovrapposte). Dall'altra, il pericolo di trovarsi un bando di gara tra le ruote scoraggerà i provider a portare banda larga a zone sfortunate. Si noti infine che è una situazione anomala anche perché le regole comunitarie permettono l'intervento di fondi pubblici per reti banda larga solo in zone di digital divide (di 'total market failure'). Com'è potuto succedere? "Per decidere i comuni da coprire, abbiamo chiesto ai provider di dirci dove avevano già messo le antenne. Ma non tutti hanno risposto al nostro appello: peggio per loro", dice Stefano Cominato, dirigente informatico per la Provincia di Vicenza.

"Il problema è che si agisce senza un coordinamento dall'alto. Manca un registro che permetta agli enti pubblici di sapere in quali zone gli operatori offrono i propri servizi", spiega Quintarelli. Eppure più volte i governi (dal 2001) hanno annunciato una 'cabina di regia' ministeriale, per il problema digital divide: per coordinare gli investimenti pubblici con quelli privati, evitare sovrapposizioni e sprechi.

Nonostante tutto, le aziende non hanno perso la voglia di scommettere nel business del wireless. Anzi: è proprio adesso che si comincia a fare sul serio, con investimenti di centinaia di milioni. La nuova avventura si chiama WiMax, evoluzione del WiFi per portare la banda larga in case e uffici. Sono arrivate le prime offerte e sono di Linkem, che vi spenderà 180 milioni da qui al 2012 per coprire varie regioni (a partire da Lombardia, Lazio, Puglia, Calabria, Piemonte). A sostenere Linkem c'è, tra gli altri, la Sopaf dei fratelli Magnoni, già fiancheggiatori di numerose imprese finanziarie del settore tlc (come la scalata Colaninno a Telecom Italia). "Su di noi hanno investito già oltre 20 milioni", dice Rota. Ancora di più punterà Aria, sul Wimax: 250 milioni da qui al 2011 e lancerà le offerte il 15 dicembre (in Lombardia, Toscana, Veneto, Umbria). Ha il sostegno, tra gli altri, di Goldman Sachs. Sorprende una simile scommessa, in un business tutt'altro che garantito: "Il WiMax potrebbe rivelarsi un abbaglio. Non ha spazi sufficienti di mercato, l'Adsl e le reti Umts sono ormai troppo diffuse. Non rientreranno mai in quell'investimento", prevede Quintarelli. E non è il solo a pensarla così.

Se però la scommessa riesce, scompiglierà i rapporti di forza nel mercato tlc italiano, portando nuovi concorrenti. Se invece fallisce, sarà il colpo di grazia al già malfermo e più volte azzoppato business del wireless.
(03 dicembre 2008)

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