mercoledì 24 dicembre 2008

Sette giorni e il giudice si smentisce

LA REPUBBLICA
CARLO BONINI


PESCARA - In soli sette giorni, l'inchiesta che ha travolto Luciano D'Alfonso e con lui la giunta comunale e il Pd abruzzese, collassa per mano dello stesso magistrato - il giudice dell'indagine preliminare Luca De Ninis - che non più tardi del 15 dicembre ne aveva certificato il rigore "documentale", "probatorio", "logico", traendone conclusioni di straordinaria gravità, in un florilegio di aggettivi e ipotesi di reato ("associazione per delinquere", "corruzione", "truffa", "turbativa d'asta", "abuso"). Perché, ora, quello stesso magistrato, nel riscrivere l'intero canovaccio della vicenda, la degrada ad affare bagatellare. "In definitiva, un finanziamento illecito al partito".

La capriola del gip è spettacolare. Perché non è la semplice ammissione di un errore. Se possibile, è qualcosa di più e di peggio. Luciano D'Alfonso e con lui il suo braccio destro Guido Dezio tornano infatti in libertà per le stesse ragioni per cui, a rigore, non avrebbero mai dovuto perderla. Dal momento che gli argomenti del gip muovono da una rilettura severa di quanto in realtà già noto nel momento in cui la Procura chiese la cattura dell'ex sindaco. E suonano così.

Primo. D'Alfonso, pur non introducendo nuovi elementi di fatto, ha suggerito con "la sua dettagliata e appassionata autodifesa" resa nell'interrogatorio di garanzia una lettura diversa del quadro indiziario."Ridimensionandolo in senso favorevole agli imputati" soprattutto in relazione alle ipotesi di reato più gravi: l'associazione a delinquere e la corruzione. Finendo per "svilire" la seconda e dunque rendendo poco plausibile la prima.

Secondo. Il quadro investigativo appare "scarso" di elementi decisivi. Il lavoro della polizia giudiziaria e della Procura è "insufficiente". Di più: "suggestivo", lì dove ipotizza, con un salto probatorio e persino logico, che la semplice esistenza di contributi versati da imprenditori alla Margherita siano di per sé sufficienti a dimostrare una prassi e una rete di corruzione. Insomma, non esistono prove che il sindaco abbia effettivamente barattato la propria discrezionalità politica e amministrativa "per fini di arricchimento personale". E immaginarlo da parte della pubblica accusa non equivale ad averlo dimostrato.

Terzo. Non esistono elementi indiziari che "supportino la tesi di commesse alle imprese in condizioni di illegittimità amministrativa e dunque la tesi del favoritismo".

Quarto. Dell'intera istruttoria, restano provati solo i "150 mila euro" di contributi in nero versati alla Margherita da una ventina di imprenditori nel corso del 2006. Ma questo denaro, a questo punto, sarebbe "in definitiva, riqualificabile come mero finanziamento illecito del partito".

Quinto. Non esistono più esigenze cautelari. Perché, al netto delle considerazioni sul merito dell'istruttoria, D'Alfonso si è dimesso dalla carica di sindaco. E Dezio non è più parte dell'amministrazione comunale da almeno sette mesi. Non hanno prove da inquinare, né reati da reiterare. Quel che dunque è vero oggi, non lo era ieri. E per comprendere la portata del capovolgimento conviene fare un passo indietro. Alla notte del 15 dicembre. De Ninis ordina la cattura di D'Alfonso e, al "foglio 52" della sua ordinanza, scrive: "Le risultanze investigative, complessivamente valutate, (...) di un'indagine delicatissima (...) hanno ampiamente documentato un meticoloso sistema di illegalità (...) Esiste una sostanziale certezza che gli indagati torneranno a commettere reati (...) Le indagini hanno dimostrato eclatanti irregolarità in almeno due grandi appalti pubblici".

Si potrebbe obiettare che il gip non conosca ancora "l'appassionata difesa" con cui l'ex sindaco è pronto a capovolgere le accuse che lo schiacciano. Ma le cose non stanno così. Il 9 dicembre, infatti, sei giorni prima del suo arresto, D'Alfonso si è presentato spontaneamente al pm che lo indaga, Gennaro Varone, per un'accorata autodifesa, speculare nei contenuti a quella che sosterrà da detenuto. E in quella sede ha consegnato per altro al magistrato la lettera di dimissioni da sindaco, già firmata, che intende rendere nota il 16 mattina, a urne elettorali chiuse. Ebbene, informato dal pm, De Ninis irride la mossa. Meglio, la trasforma in indizio di colpevolezza. Scrive: "Sono dimissioni strategiche che non possono eliminare la capacità di penetrazione e intimidazione del sindaco". Ne ordina dunque la cattura un attimo prima che quelle dimissioni vengano rese note. La notte del 15, appunto.

Non ci vuole un indovino per prevedere, nelle prossime settimane, giorni assai complicati per gli uffici giudiziari di Pescara e per il gip Luca De Ninis. Non fosse altro per un precedente e una coincidenza che lo inseguono. Il 5 aprile di quest'anno ordina l'arresto di un chirurgo che accusa di aver asportato un rene a una paziente, provocandone la morte. La storia fa il giro d'Italia, e trasforma la città nella capitale della malasanità. Il chirurgo è innocente. Sconta 40 giorni di arresti domiciliari fino a quando, in luglio, la riesumazione del corpo della paziente, accerta che il rene non era mai stato rimosso, ma semplicemente affetto da una grave malformazione congenita. Il pm di quell'inchiesta era Gennaro Varone.

(24 dicembre 2008)

1 commento:

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Questo G.I.P. non sembra proprio all'altezza della situazione.
Oggi ha modificato di nuovo la sua posizione con un'altra ordinanza con la quale fa una parziale marcia indietro.
La vedo nera per lui !