14/1/2009
FRANCESCO SEMPRINI
FRANCESCO SEMPRINI
Hillary Clinton promette di usare lo «smart power», il potere intelligente, per rilanciare la leadership americana mentre sull’amministrazione Obama cade una nuova tegola: il ministro del Tesoro Timothy Geithner ammette di non aver pagato le tasse sulla donna di servizio immigrata. Il giorno più importante di Hillary Clinton inizia di buon mattino con l’arrivo a Capitol Hill dove accompagnata dalla figlia Chelsea e da un manipolo di consiglieri fedelissimi è pronta a passare sotto la lente d’ingrandimento della commissione Esteri del Senato in vista della conferma alla guida del dipartimento di Stato. Completo marrone scuro, gioielli sobri e un filo di trucco, Hillary appare distesa al suo ingresso nella grande sala dove ad attenderla c’è l’ex collega newyorchese Charles Schumer, compagno di tante battaglie tra gli scranni del Senato.
All’abbraccio affettuoso tra i due, segue la presentazione e quindi il discorso introduttivo della Clinton. «L’America da sola non può risolvere i problemi più pressanti del mondo e il mondo, a sua volta, non può risolverli senza l’America», avverte l’ex First Lady aggiungendo «penso che gli Usa hanno lasciato a desiderare ma sono sempre desiderati». «In ogni impresa la via giusta dei saggi è cercare prima di tutto la persuasione», dice Hillary prendendo in prestito i versi del poeta latino Terenzio. Del resto secondo la Clinton la diplomazia non esclude «pressioni», se occorre, per difendere gli interessi degli Stati Uniti. Ma il principio è chiaro: «dobbiamo costruire un mondo con più amici e alleati e meno avversari». La diplomazia sarà «l’avanguardia della politica estera americana», ovvero la «superpotenza intelligente», che rilancerà il suo ruolo di leader come promesso da Obama. Lo «smart power» è in particolare riferito al Medio Oriente «che non si limita a Israele e Palestina, ma riguarda una realtà più ampia su cui molti presidenti, compreso mio marito, hanno dedicato tempo ed energia, e anche per questo non possiamo permetterci di abbandonare il progetto di pace». Il principio guida è il «pragmatismo» dice Hillary che ribadisce il sostegno suo e di Obama al diritto di difesa da parte di Israele ma si dice preoccupata per la situazione umanitaria in Palestina.
Hillary è a suo agio tra i vecchi colleghi e non cede alla provocazione del senatore repubblicano Richard Lugar, quando avverte che «governi stranieri potrebbero vedere la Fondazione Clinton come un modo per ottenere favori». Per il suo carattere «unico» dice Lugar questa «complicazione» deve essere affrontata con «trasparenza». Ricorre all’esperienza per eludere il pressing di John Kerry, presidente della commissione, quando tenta di metterla alle strette sul dossier nucleare iraniano. «Il presidente eletto ha detto più volte che è inaccettabile, nessuna opzione sarà tolta dal tavolo», dice Hillary che rimane sul vago anziché avventurarsi in risposte minate: «Stiamo studiando una gamma di opzioni. Non possiamo parlare nei dettagli di possibili azioni da intraprendere, ma la priorità per noi è usare sempre la diplomazia per un nuovo e diverso approccio anche nei confronti di Teheran».
Lo stesso approccio da «potenza intelligente» che sarà utilizzato con Pakistan e Afghanistan, mentre sull’Iraq, Hillary conferma la priorità di terminare il conflitto e, al di là delle divergenze temporali, ritirare le truppe facilitando il passaggio di poteri con Baghdad. Hillary era da poco uscita dal Senato quanto, il ministro del Tesoro in pectore, Timothy Geithner, ammetteva di fronte ad un gruppo di parlamentari di «non aver pagato tasse personali» relative ai «contributi da versare per la donna di servizio immigrata». Il portavoce di Obama, Robert Gibbs, si è affrettato a diffondere una nota parlando di «evento non grave, ammesso dallo stesso ministro» ma l’episodio rischia di allungare i temi della ratifica di una nomina cruciale per i programmi economici della nuova amministrazione.
All’abbraccio affettuoso tra i due, segue la presentazione e quindi il discorso introduttivo della Clinton. «L’America da sola non può risolvere i problemi più pressanti del mondo e il mondo, a sua volta, non può risolverli senza l’America», avverte l’ex First Lady aggiungendo «penso che gli Usa hanno lasciato a desiderare ma sono sempre desiderati». «In ogni impresa la via giusta dei saggi è cercare prima di tutto la persuasione», dice Hillary prendendo in prestito i versi del poeta latino Terenzio. Del resto secondo la Clinton la diplomazia non esclude «pressioni», se occorre, per difendere gli interessi degli Stati Uniti. Ma il principio è chiaro: «dobbiamo costruire un mondo con più amici e alleati e meno avversari». La diplomazia sarà «l’avanguardia della politica estera americana», ovvero la «superpotenza intelligente», che rilancerà il suo ruolo di leader come promesso da Obama. Lo «smart power» è in particolare riferito al Medio Oriente «che non si limita a Israele e Palestina, ma riguarda una realtà più ampia su cui molti presidenti, compreso mio marito, hanno dedicato tempo ed energia, e anche per questo non possiamo permetterci di abbandonare il progetto di pace». Il principio guida è il «pragmatismo» dice Hillary che ribadisce il sostegno suo e di Obama al diritto di difesa da parte di Israele ma si dice preoccupata per la situazione umanitaria in Palestina.
Hillary è a suo agio tra i vecchi colleghi e non cede alla provocazione del senatore repubblicano Richard Lugar, quando avverte che «governi stranieri potrebbero vedere la Fondazione Clinton come un modo per ottenere favori». Per il suo carattere «unico» dice Lugar questa «complicazione» deve essere affrontata con «trasparenza». Ricorre all’esperienza per eludere il pressing di John Kerry, presidente della commissione, quando tenta di metterla alle strette sul dossier nucleare iraniano. «Il presidente eletto ha detto più volte che è inaccettabile, nessuna opzione sarà tolta dal tavolo», dice Hillary che rimane sul vago anziché avventurarsi in risposte minate: «Stiamo studiando una gamma di opzioni. Non possiamo parlare nei dettagli di possibili azioni da intraprendere, ma la priorità per noi è usare sempre la diplomazia per un nuovo e diverso approccio anche nei confronti di Teheran».
Lo stesso approccio da «potenza intelligente» che sarà utilizzato con Pakistan e Afghanistan, mentre sull’Iraq, Hillary conferma la priorità di terminare il conflitto e, al di là delle divergenze temporali, ritirare le truppe facilitando il passaggio di poteri con Baghdad. Hillary era da poco uscita dal Senato quanto, il ministro del Tesoro in pectore, Timothy Geithner, ammetteva di fronte ad un gruppo di parlamentari di «non aver pagato tasse personali» relative ai «contributi da versare per la donna di servizio immigrata». Il portavoce di Obama, Robert Gibbs, si è affrettato a diffondere una nota parlando di «evento non grave, ammesso dallo stesso ministro» ma l’episodio rischia di allungare i temi della ratifica di una nomina cruciale per i programmi economici della nuova amministrazione.


Nessun commento:
Posta un commento