sabato 24 gennaio 2009

Il dopo Prodi e il futuro dell'elefante

LA STAMPA
24/1/2009
MIGUEL GOTOR

E’ trascorso un anno dalla caduta del governo di Romano Prodi, ma sembra un secolo. Oggi, come persino la moglie del presidente del Consiglio ricordava ieri sulla Stampa, il quadro politico del centro-sinistra appare attraversato da una profonda crisi di fiducia e di prospettive, che ci consegna un Partito democratico isolato, incapace di tonificare il proprio elettorato e di aggregare nuovi consensi, in sofferenza per l’iniziativa di Di Pietro, che sulla carta avrebbe dovuto essere il suo principale alleato. Se per un attimo guardiamo, senza alcuna nostalgia, a quella che fu la Sinistra arcobaleno, non scorgiamo altro che pulsioni scissionistiche, lo spettro di ulteriori e inutili frammentazioni e i soliti onirismi comunisti che non preannunciano nulla di buono.

La principale emergenza deriva da una constatazione: il centro-sinistra, orfano di Prodi, che per due volte ha sfidato Berlusconi e per due volte lo ha battuto, è oggi privo di una leadership credibile, in grado di reagire alla sconfitta e di affrontare il futuro con qualche speranza di successo. Più per demeriti propri, come spesso accade, che non per le qualità altrui. L’errore più grave di Veltroni non è stato solo quello di avere prosciugato, con un paio di mosse ben azzeccate, il coefficiente di alleanze del Pd, facendo di quel partito un elefante immobile e rissoso, a paradossale vocazione minoritaria. No, la sua principale responsabilità è stata di avere perduto l’occasione, forse irripetibile, di fondare, insieme con un nuovo partito, anche una nuova classe dirigente, che avrebbe avuto il tempo di crescere dentro e fuori il Parlamento e di prepararsi gradualmente alle nuove sfide con il centro-destra.

Una recente ricerca dell’associazione Itanes sui risultati delle ultime elezioni ha mostrato come la maggioranza degli elettori disponibili a votare la sinistra radicale si siano rifugiati nell’astensionismo; una parte non piccola ha risposto all’appello al voto utile di Veltroni, altri si sono affidati agli umori populisti e giustizialisti del partito Di Pietro. Ma al di là dei numeri, un dato politico sembra chiaro: il segretario del Pd Veltroni, o chi eventualmente lo sostituirà dopo la probabile sconfitta delle europee, non sarà anche il leader della coalizione che dovrà competere con il centro-destra alle prossime elezioni politiche. Il Pd per resistere sulla soglia del 30% dovrà fare il pieno di voti alla sua sinistra, oltre a riuscire a tenere i suoi.

Le analisi delle elezioni del 2008 dicono che Veltroni non è riuscito a prendere un solo voto al centro, e che il suo risultato è stato il frutto, al di là della retorica del correre da solo, di una sostanziale fedeltà degli elettori dei Ds e della Margherita, di una crescita contenuta, limitata però alle sole regioni «rosse», e di un cospicuo travaso di voti dalla Sinistra arcobaleno: è una tendenza storica che non si vede come possa essere invertita e che certo il Pd non sta dimostrando di avere la capacità di modificare. L’impressione di fondo è che al centro-sinistra serva un nuovo «federatore», una personalità terza che non sia espressione del vecchio quadro partitico, ma sia in grado di raccogliere il sostegno del Pd e quello del centro moderato e che approfitti della favorevole condizione - che Prodi mai ha avuto in sorte - di una sinistra radicale ridotta ai minimi termini parlamentari.

Serve, dunque, una personalità nuova, post-ideologica, post-novecentesca, che non guardi alla storia del proprio Paese dandogli le spalle, con la testa rivolta all’indietro, ma al suo futuro. Una figura che sia capace di presentarsi con una narrazione originale e credibile, in grado di parlare all’Italia che lavora e di immaginare il profilo di una nuova sfida basata sul riconoscimento delle tante professionalità e dei numerosi talenti presenti nel Paese. Oltre il cinismo e il disfattismo di questi tempi, oltre l’onda dell’antipolitica predominante che, come i fatti dimostrano, ha favorito e continua a favorire la destra. Per i prossimi dieci anni, come suggerisce Veronica Lario? Non è affatto detto.

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