giovedì 8 gennaio 2009

La politica nel registratore

LA STAMPA
8/1/2009
LUCIA ANNUNZIATA

Il Pd approda alle nuove tecnologie. Non siamo ancora alla rete o ai blog, ma parliamo di un registratore ultimo modello: piccolo come una scatola o un’elegante stilografica. Tecnologia non invasiva. Un passo verso la modernità. Non si capisce dunque perché questo passaggio tecnologico faccia indignare (quasi) tutti. Rosetta Iervolino, sindaco di Napoli, ha registrato - non si sa se con o senza autorizzazione - una riunione con alcuni rappresentanti del Pd prima della presentazione della nuova giunta.

Più tardi ha anche detto di averlo fatto, come prova della sua verità. Scandalo generale: che metodi, non lo sapevo, non si fa tra persone per bene!

Ma guardiamola diversamente: un registratore è pur sempre un passo avanti, per chiarezza, per semplificazione e per fedeltà, rispetto al «verbale» della tradizione. Forse che in tutte le riunioni importanti d’ogni partito non c’è sempre stato un «testimone»? Forse che le riunioni preelettorali per l’indicazione dei seggi non si sono spesso concluse con documenti d’impegno? E forse che testimoni e carte e verbali non sono sempre stati utilizzati per ricatti, chiarificazioni, pubbliche o private? Il registratore è solo un aggiornamento tecnologico del vecchio spirito di controllo che ha sempre distinto i partiti tradizionali. Si è chiamata in causa la Dc di Gava, ma vanno ricordate anche tutte le «note riservate» che circolavano nel vecchio Pci. La vicenda potrebbe dunque essere archiviata sotto la voce ipocrisia. Se non fosse che effettivamente la storia ha un suo potere di demistificazione, strappo, disvelamento. Ma qual è l’elemento che la rende esplosiva? Il registratore o la mano che l’ha acceso?

La verità è che Rosetta Iervolino, in questa sua coda di mandato da sindaco, sta rivelandosi imprevedibile, sorprendente, ricca di linguaggio e infiammata da un indomito spirito di combattimento. Nelle ultime settimane la Sindaca ha recuperato un profilo e un ruolo che la riscattano - almeno ai nostri occhi - dalla pedante e formale gestione con cui ha portato avanti per anni il Comune di Napoli. Non sappiamo chi sia la vera Rosetta, se quella degli immobili foulard, o la scapestrata, chiacchierona e menefreghista di questi giorni. Ma, sicuramente, come cittadini non possiamo che farci entusiasmare di più da quest’ultima versione.

Nel gioco a specchi dell’intera vicenda napoletana, la Iervolino sembra aver fatto solo la sua parte. Ragioniamo: il partito nazionale si è più o meno tenuto ambiguamente lontano da Napoli, per aspettare e giudicare a seconda di come buttava il vento. L’ha fatto su tutta la cosiddetta «questione morale», come s’è visto, e a Napoli più che altrove. Rosetta si è così trovata spesso fra Scilla e Cariddi, con un Pd semimuto, un governatore, Bassolino, che sta acquattato, e una giunta che le franava sotto i piedi, a rischio di apparire o totalmente incapace (l’ex suo assessore Gambale la chiama «scema» in una conversazione con Romeo) o totalmente debole. Inutile dire che alla debolezza i suoi alleati politici del Pd volevano in effetti ridurla, con quella sorta di mobbing psicologico cui l’hanno sottoposta per settimane, nelle quali ogni giorno qualcuno le diceva che doveva andarsene, ma senza assumersi la responsabilità di dirglielo direttamente.

Forse si pensava che questo mobbing avrebbe fatto effetto su una donna. Ma la Iervolino è anche un politico, e ha giocato così l’altro ruolo possibile che le donne e i politici scelgono quando sono nell’angolo: l’imprevedibilità. L’angolo è una posizione in cui non bisogna mai mettere nessuno, diceva l’indimenticabile generale israeliano Rabin quando guidava la lotta anti-Intifada: «Se mettete un uomo in una situazione senza via d’uscita combatterà con energie che non sapeva neanche di avere». Regola squisita di tattica politica, prima ancora che militare. Una donna e politico messa con le spalle al muro può fare molti scherzi, e usare come le pare la libertà di essere vicino alla fine. Così Rosetta si è tolto il foulard e gliel’ha fatta vedere, ritrovando una verve rara in politica. Ha scaricato felicemente i suoi assessori dicendo che «non avevano avuto il sussulto di dignità» che aveva avuto Nugnes - cioè che sarebbe stato meglio se si fossero suicidati -. Ha definito - accidenti - le relazioni con il Pd nazionale «una tarantella». Ha fatto la giunta come le piaceva, alla faccia di tutti. E infine ha acceso il registratore, e poi ha informato di averlo fatto. Questo annuncio è il più imprevedibile dei gesti: che l’esistenza di un potenziale elemento di ricatto venga reso pubblico da chi quel ricatto ha preparato è il colpo di scena. Toglie la faccenda dal torbido del segreto e ha il merito di far ben capire ai cittadini la natura reale di alcuni rapporti politici. Brutta figura, frutto del «deteriorarsi delle relazioni interne al partito», come ha detto il senatore Tonini? O franca lotta politica? Propendo per la seconda. Mentre attendo l’ennesimo sviluppo.

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