GIORGIO BOCCA
Di fronte al dramma di Gaza non siamo certo per l'indifferenza ma neppure per la faziosità irragionevole La rissa in televisione fra Santoro e la Annunziata ha segnato il punto più deludente di una bassissima stagione politica. Una rissa tra faziosità che non riescono a capire che stanno affrontandosi su una sciagura storica comune a entrambi i popoli, palestinese e israeliano. Per il primo la sorte amara dei deboli che i potenti e i ricchi hanno lasciato sconfiggere per indifferenza o comodo, per il secondo l'ultimo, millenario processo di 'caccia all'ebreo', ricorrente nella storia.
Nei mesi che trascorsi in Israele per la guerra dei Sei giorni e per il processo Eichmann, il sentimento d'impotenza di fronte alla tragedia storica che si ripresentava davanti a me era desolante. Mi facevo portare in taxi da David, il marito della proprietaria del ristorante La Gondola, che parlava un po' d'italiano perché era stato nella brigata ebraica che aveva risalito l'Italia con gli Alleati angloamericani. Con David non parlavo dei palestinesi perché sapevo come la pensava: "Con arabi - diceva ogni tanto come se il pensiero gli salisse dai precordi - io così...", e faceva il gesto del tagliagole.
Ho deciso allora di non partecipare più alla gara delle fazioni e dei loro giudizi, per una semplice e forse pavida riflessione: cosa puoi dire tu che sei comodo spettatore delle spaventose sofferenze altrui? Come puoi intervenire tu che stai al sicuro, al caldo, ben nutrito, su guerre senza prigionieri, su inimicizie millenarie?
Poco dopo il processo Eichmann è uscito il libro di uno scrittore ebreo che accusa Israele di aver usato il processo a fini politici, per il risarcimento economico da parte dei persecutori più che per avere giustizia. Una tesi che impressiona, ma semplicistica. Certo il processo serviva a Israele in lotta per la propria esistenza a far tacere l'ostilità dei paesi arabi, a ottenere finanziamenti tedeschi e americani. Ma chi assisteva al processo non poteva fermarsi a questi retroscena, lo seguiva con atterrito stupore, come la testimonianza di quel fatto orrendo, incredibile: che nell'Europa moderna fosse avvenuto un massacro razzista, milioni di uomini sterminati per delle teorie risibili.
Ogni giorno arrivavano in aula gli ebrei superstiti dei paesi occupati dai nazisti: francesi, norvegesi, olandesi, belgi, danesi, italiani, ogni volta si saliva nei cieli alti della tragedia e della malvagità senza senso, che non è affatto banale come sostiene Hannah Arendt, ma opera del Maligno, del diavolo tentatore, del peccato originale che non ci abbandona. La perfezione organizzativa di un eccidio demenziale, il colossale trasporto dei condannati a morte che ostacolava lo sforzo bellico nazista, fino all'ultimo viaggio di una tradotta di ebrei da Budapest a Vienna mentre le avanguardie dell'Armata Rossa erano già vicine alla città. Non avevo mai partecipato a un lutto, a un pianto così totale e unanime. Sotto il cielo basso di Gerusalemme, il cielo che è la casa di Dio, sembrava annunciarsi il Giudizio Universale.
E lo stesso invito al silenzio, a non sentenziare, a non giudicare di fronte all'immane sventura altrui mi viene dalle cronache di migliaia di morti, soprattutto bambini e donne indifese, e alla loro storia che, come quella degli ebrei, è una lunga storia di persecuzioni e di prepotenze altrui, le grandi potenze, la Francia e l'Inghilterra, che hanno giocato con freddo cinismo sulle guerre del Medio Oriente, e noi dell'Asse nazi-fascista che volevamo passare a El Alamein per arrivare fino in Siria e in Iraq per altri massacri.
Non siamo certo per l'indifferenza di fronte al dramma di Gaza, ma non siamo neppure per la faziosità irragionevole.
(06 febbraio 2009)
Nei mesi che trascorsi in Israele per la guerra dei Sei giorni e per il processo Eichmann, il sentimento d'impotenza di fronte alla tragedia storica che si ripresentava davanti a me era desolante. Mi facevo portare in taxi da David, il marito della proprietaria del ristorante La Gondola, che parlava un po' d'italiano perché era stato nella brigata ebraica che aveva risalito l'Italia con gli Alleati angloamericani. Con David non parlavo dei palestinesi perché sapevo come la pensava: "Con arabi - diceva ogni tanto come se il pensiero gli salisse dai precordi - io così...", e faceva il gesto del tagliagole.
Ho deciso allora di non partecipare più alla gara delle fazioni e dei loro giudizi, per una semplice e forse pavida riflessione: cosa puoi dire tu che sei comodo spettatore delle spaventose sofferenze altrui? Come puoi intervenire tu che stai al sicuro, al caldo, ben nutrito, su guerre senza prigionieri, su inimicizie millenarie?
Poco dopo il processo Eichmann è uscito il libro di uno scrittore ebreo che accusa Israele di aver usato il processo a fini politici, per il risarcimento economico da parte dei persecutori più che per avere giustizia. Una tesi che impressiona, ma semplicistica. Certo il processo serviva a Israele in lotta per la propria esistenza a far tacere l'ostilità dei paesi arabi, a ottenere finanziamenti tedeschi e americani. Ma chi assisteva al processo non poteva fermarsi a questi retroscena, lo seguiva con atterrito stupore, come la testimonianza di quel fatto orrendo, incredibile: che nell'Europa moderna fosse avvenuto un massacro razzista, milioni di uomini sterminati per delle teorie risibili.
Ogni giorno arrivavano in aula gli ebrei superstiti dei paesi occupati dai nazisti: francesi, norvegesi, olandesi, belgi, danesi, italiani, ogni volta si saliva nei cieli alti della tragedia e della malvagità senza senso, che non è affatto banale come sostiene Hannah Arendt, ma opera del Maligno, del diavolo tentatore, del peccato originale che non ci abbandona. La perfezione organizzativa di un eccidio demenziale, il colossale trasporto dei condannati a morte che ostacolava lo sforzo bellico nazista, fino all'ultimo viaggio di una tradotta di ebrei da Budapest a Vienna mentre le avanguardie dell'Armata Rossa erano già vicine alla città. Non avevo mai partecipato a un lutto, a un pianto così totale e unanime. Sotto il cielo basso di Gerusalemme, il cielo che è la casa di Dio, sembrava annunciarsi il Giudizio Universale.
E lo stesso invito al silenzio, a non sentenziare, a non giudicare di fronte all'immane sventura altrui mi viene dalle cronache di migliaia di morti, soprattutto bambini e donne indifese, e alla loro storia che, come quella degli ebrei, è una lunga storia di persecuzioni e di prepotenze altrui, le grandi potenze, la Francia e l'Inghilterra, che hanno giocato con freddo cinismo sulle guerre del Medio Oriente, e noi dell'Asse nazi-fascista che volevamo passare a El Alamein per arrivare fino in Siria e in Iraq per altri massacri.
Non siamo certo per l'indifferenza di fronte al dramma di Gaza, ma non siamo neppure per la faziosità irragionevole.
(06 febbraio 2009)


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