mercoledì 11 febbraio 2009

Tentazione protezionismo

L'ESPRESSO
LUIGI ZINGALES

Perché bisogna difendere il libero scambio anche in tempi di recessione. Evitando facili demagogie

Era inevitabile. Con l'aggravarsi della recessione, lo spettro del protezionismo si aggira non solo per l'Europa, ma per il mondo intero. L'abbiamo visto in Gran Bretagna, dove i lavoratori inglesi hanno manifestato contro l'impresa italiana che aveva vinto una commessa in loco. L'abbiamo visto negli Stati Uniti, dove il Congresso americano ha inserito nel pacchetto di stimolo la condizione che le imprese che ricevono lavori pubblici devono usare acciaio 'made in the Usa'. L'abbiamo visto in Spagna, dove il governo paga gli immigrati che se ne ritornano nel loro paese d'origine.

Per quanto prevedibile, l'insorgere di tendenze protezionistiche è l'aspetto di gran lunga più preoccupante di questa crisi. Tutti gli economisti sono d'accordo che il motivo principale per cui la crisi finanziaria americana del 1929 si tradusse in un decennio di depressione mondiale seguito da una spaventosa guerra fu l'insorgere del protezionismo. Il commercio internazionale non è un gioco a somma zero, in cui le nostre esportazioni rubano posti di lavoro all'estero e le nostre importazioni li rubano a noi, ma un gioco a somma positiva. Il progresso dell'umanità iniziò quando l'uomo primitivo smise di fare tutti i mestieri da solo, ma decise di organizzarsi in una comunità e a dividersi i compiti. Chi era più veloce si dedicava alla caccia, chi più resistente al lavoro nei campi, chi più abile manualmente alla tessitura. Il risultato di questa specializzazione, in cui ognuno si concentrava a fare solo quello che sapeva fare meglio, fu un aumento della produzione e quindi del benessere per tutti. Se questa divisione del lavoro aumenta il benessere in una comunità di cento persone, a maggior ragione lo fa quando la comunità diventa di sei miliardi di persone. Se a progettare i nuovi computer sono i più dotati al mondo, e non solo i più dotati del villaggio, i computer saranno di gran lunga migliori e molto meno costosi.

Se il principio è così semplice, perché è così difficile da accettare? Perché la globalizzazione richiede aggiustamenti e spesso sovverte l'ordine esistente. Il genio del villaggio rischia di perdere la sua supremazia, mentre quello che era considerato lo scemo può finire ad essere il miglior clown del mondo. Anche se complessivamente il villaggio ci guadagna, se il genio locale ha più potere politico dello scemo, il protezionismo finisce per prevalere. Quello che deve sorprendere non è tanto la rinascita del protezionismo, ma la sua temporanea sconfitta. Negli ultimi trent'anni abbiamo visto un'esplosione della globalizzazione. Come è stata possibile?

La riduzione dei costi di comunicazione prodotta dai satelliti prima e dai computer dopo ha aumentato a dismisura i benefici del libero scambio. Alcuni paesi hanno cominciato ad aprirsi maggiormente e questo ha messo in moto un circolo virtuoso. Quando i partner commerciali aprono le loro frontiere, i benefici del libero scambio sono così forti che è difficile per gli altri paesi rimanere protezionisti. Di fronte a questi benefici le resistenze delle élite locali sono state travolte. Il crollo del muro di Berlino è il simbolo di questa rivolta pacifica che ha portato trent'anni di straordinario progresso economico e pace nel mondo.

Purtroppo questo periodo d'oro sembra essersi concluso. I vantaggi del libero scambio rimangono, ma i benefici ulteriori sono minori e le tentazioni di tornare indietro si fanno sentire, soprattutto in un periodo di recessione. Quando la disoccupazione sale, paga politicamente giocare la carta protezionista. Ma è un gioco pericoloso. Innanzitutto, il protezionismo è contagioso. Se l'America diventa protezionista è più costoso per l'Europa mantenere aperte le sue frontiere e viceversa. In secondo luogo, alimentare il protezionismo stimola il nazionalismo, se non la xenofobia e il razzismo.

La precedente era d'oro della globalizzazione cominciò alla fine del Diciannovesimo secolo, con la riduzione dei costi di trasporto, e terminò negli anni Trenta sotto la pressione della crisi internazionale. Il rischio che la storia si ripeta è reale. Per evitarlo non bastano dichiarazioni di principio a Davos. Occorre l'impegno di ogni leader politico a proteggere il libero scambio e non usare la retorica protezionista a fini elettorali. Finora Obama ha mantenuto una posizione molto ambigua. Il voto del Congresso lo costringe a venire allo scoperto. Ci auguriamo che prenda la decisione giusta, per il benessere non solo degli Stati Uniti, ma del mondo intero.
6 FEBBRAIO 2009

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