lunedì 13 aprile 2009

Il politico da bar sport



EUGENIO SCALFARI

Il Capo vuol stare al riparo dal biasimo che oggi incombe sulla politica. Deve essere 'uno di noi' e allora scherza, motteggia, racconta barzellette. Ne abbiamo visti tanti ma ci ricadiamo sempre


Sabato scorso, 4 aprile, ho partecipato ad un dibattito a Torino nel quadro delle celebrazioni einaudiane in memoria di Giulio Einaudi nel decennale della sua scomparsa. Erano con me Abraham Joshua e il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi e il tema che ci era stato assegnato aveva per titolo 'Domani'. Si trattava di delineare - ciascuno dal proprio punto di vista - la possibile fisionomia delle società d'Occidente come emergeranno dopo la crisi che le sta scuotendo dalle fondamenta.

Non starò a resocontare l'andamento del dibattito, è già stato fatto da alcuni giornali. Ma voglio soffermarmi su un punto, toccato dal priore di Bose, un monaco che svolge da vent'anni un suo discorso cristiano assai diverso da quello della Chiesa e per questo molto intrigante per chi guarda da laico non credente con molto rispetto al sentimento religioso quando è intenso, autentico e libero da ogni fondamentalismo.

Il tratto che più mi ha colpito nelle parole di don Enzo è stata la sua attenzione alla 'communitas' e alla 'polis'. Se non si ha nella mente e nel cuore la visione della 'polis', della città terrena dove trovano attuazione i principi della solidarietà, della condivisione, dell'etica e del bene comune, il sentimento religioso si restringe a un fatto privato, di grande importanza per la salvezza dell'anima, ma mutilato dal sentimento di fraternità e d'amore per gli altri che sta al primo posto nella predicazione evangelica.

La cura della 'polis' è un elemento fondamentale della vita cristiana senza il quale la religione diventerebbe impensabile: questo crede e predica il priore di Bose nella sua Comunità e dovunque gli capiti di parlare.

Dal canto mio osservo che la parola 'polis' fornisce il suo etimo alla parola 'politica' che altro non è - o almeno altro non dovrebbe essere nel senso etimologico e alto - che il governo della città per il bene dei cittadini e con la loro partecipazione. La 'polis' ateniese e greca integrava a tal punto i cittadini nella comunità politica da ridurre al minimo l'importanza della loro vita privata individuale. La famiglia in quanto istituzione aveva pochissimo rilievo nella società greca e quindi non serviva da contrappeso privato alla dimensione pubblica.

Ricordo queste lontane origini della nostra civiltà occidentale in una fase in cui la parola 'politica' e l'aggettivo 'politico' sono diventati poco meno che un'ingiuria che non colpisce soltanto comportamenti disdicevoli di alcuni uomini politici ma la loro totalità. Il politico è disdicevole per definizione; per sfuggire a quello stigma che attira biasimo pregiudiziale e non contempla eccezioni, occorre dunque che il politico si faccia, proprio lui, il banditore dei sentimenti antipolitici prevalenti, con conseguenze paradossali sulle istituzioni.

Il politico banditore dell'antipolitica si dedica infatti, per acquistare e mantenere il suo carisma, a svalutare le istituzioni rappresentative della politica, a sbeffeggiarle anche mentre le sta usando, a proporne l'azzeramento o comunque un contenuto radicalmente diverso nel senso della personalizzazione su se stesso.

La società, ormai polverizzata e ridotta a folla indistinta, plaude a chi la espropria progressivamente dei suoi diritti e della sua partecipazione alle scelte politiche. La sola partecipazione possibile in queste condizioni è quella di rispondere, quando interrogati, a un sì o un no a domande che l'antipolitico propone retoricamente e che contengono già la risposta.

Ma tutto ciò non sarebbe ancora sufficiente a mantenere il Capo al riparo dal biasimo che incombe sulla politica. Egli infatti governa e perciò stesso deve occuparsi del bene collettivo ma deve contemporaneamente e a tutti i costi sfuggire alla tagliola di essere assimilato ai 'politici'. Dovrà dunque metter tutta la sua cura nel linguaggio che usa, nel gesto che lo accompagna, nell'abbigliamento, nei modi di pensare e di esprimersi. Dev'essere insomma 'uno di noi'. Deve collocarsi con l'immaginazione in un immenso 'bar dello sport' dove si scherza, si motteggia, si discute di tutto, si raccontano barzellette salaci, si semplifica.

Il politico antipolitico riesce a mantenere questo livello se la sua natura glielo consente, cioè se il suo carattere è conforme a quella tipologia. Voglio dire che unire insieme l'ipertrofia del proprio io e la dimensione antipolitica sono due facce della stessa medaglia: ci si nasce e non ci si diventa.

Noi italiani abbiamo conosciuto molti casi del genere nel corso della nostra storia; dovremmo perciò esser vaccinati e immunizzati contro il loro ripetersi ma purtroppo non è così. Ci ricadiamo con frequenza per ragioni che sconfinano dal giudizio politico all'antropologia. Questa è la nostra endemica malattia dalla quale non siamo ancora riusciti a liberarci.


(09 aprile 2009)

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