
Quale posto deve occupare l’industria nell’assetto economico dei Paesi sviluppati? La crisi ha ricondotto i sistemi di produzione e il mondo delle imprese industriali al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, dopo che per anni la sfera della manifattura era sembrata destinata a perdere irreparabilmente di rilievo a paragone della crescita dell’economia dei servizi. Oggi ci si interroga sul destino che avranno i grandi complessi produttivi, a cominciare da quelli dell’automobile, cui nessuno dei governi occidentali pare disposto a rinunciare. L’universo della produzione viene riscoperto e valorizzato nel momento in cui si sottolinea la sua funzione di pilastro dell’organizzazione economica. Ma ciò avviene proprio quando la crisi sfida la continuità delle strutture industriali, mettendo alla prova la loro capacità di sopravvivenza.
Le incertezze del presente mostrano come sia stata contraddittoria la percezione della realtà dell’industria in questo primo scorcio del Ventunesimo secolo. Pensiamo al caso del nostro Paese: qualche anno fa, si è discusso a lungo della «scomparsa dell’Italia industriale» (per dirla con le parole di Luciano Gallino), scorgendo in questa tendenza il sintomo di un processo di declino economico ormai inarrestabile. Nel nostro apparato produttivo sono stati così riscontrati i difetti peggiori: mentre le grandi imprese storiche decadevano, la scarsa capacità dinamica della nostra economia industriale veniva spesso imputata alla proliferazione e alla disseminazione delle imprese minori. Insomma, era come se l’Italia possedesse, allo stesso tempo, troppa manifattura ereditata dal passato e poca industria concentrata e moderna. Aveva ancora troppi «colletti blu» e pochi lavoratori ad alta specializzazione. Da queste considerazioni nasceva da più parti l’invito ad accelerare una trasformazione che superasse questo stato di cose obsoleto per completare anche in Italia il passaggio a una più progredita economia dei servizi. Con la crisi la prospettiva è sicuramente mutata. Sia perché si è verificata una riscoperta, benché sovente un po’ di maniera, dell’economia reale e delle radici produttive, sia perché l’immagine dell’Italia industriale è stata rivalutata. Al punto da legittimare l’esortazione a riscoprire il nostro «orgoglio industriale», come scrive oggi Antonio Calabrò, sperimentato giornalista alla guida delle relazioni istituzionali della Pirelli (Orgoglio industriale. La scommessa italiana contro la crisi globale, Mondadori, pp. 184, € 17,00). Il saggio di Calabrò costituisce una sorta di atlante dell’attuale Italia produttiva, di cui elenca puntigliosamente meriti, attitudini e benemerenze. È un sistema economico che trova il suo fulcro nelle regioni settentrionali, dove si è disegnata, nel corso dell’ultimo decennio, una nuova, consistente mappa di attività imprenditoriali che hanno cambiato il volto dell’organizzazione d’impresa. Anche Calabrò, che naturalmente non dimentica il ruolo delle grandi imprese, si sofferma estesamente sul profilo del «quarto capitalismo» delle imprese di medie dimensioni, agili e internazionalizzate, dove si è incardinato un bacino di vivacissima imprenditorialità. È su questa realtà solida, sedimentata nel tempo, che secondo Calabrò occorre continuare a investire, con l’occhio già rivolto al domani, quando la crisi sarà superata e il cammino dello sviluppo potrà essere ripreso.
C’è ancora l’industria, quindi, nel futuro dell’Italia. Un’industria che però non può assorbire i volumi di occupazione del passato né configurare attorno a sé un modello di società. Essa resta soprattutto come un nucleo d’iniziativa economica di cui non si può fare a meno, né dal punto di vista economico né da quello civile. Un Paese come il nostro ha bisogno della risorsa rappresentata dall’industria perché essa garantisce apertura internazionale, capacità d’innovazione, sollecitazioni al confronto e alla concorrenza. Senza una forte presenza industriale, l’Italia rischierebbe di essere soffocata da quella massa mucillaginosa di attività e di comportamenti collusivi che, come ha denunciato il Censis un paio d’anni, fa potrebbero bloccarne lo sviluppo.
Le incertezze del presente mostrano come sia stata contraddittoria la percezione della realtà dell’industria in questo primo scorcio del Ventunesimo secolo. Pensiamo al caso del nostro Paese: qualche anno fa, si è discusso a lungo della «scomparsa dell’Italia industriale» (per dirla con le parole di Luciano Gallino), scorgendo in questa tendenza il sintomo di un processo di declino economico ormai inarrestabile. Nel nostro apparato produttivo sono stati così riscontrati i difetti peggiori: mentre le grandi imprese storiche decadevano, la scarsa capacità dinamica della nostra economia industriale veniva spesso imputata alla proliferazione e alla disseminazione delle imprese minori. Insomma, era come se l’Italia possedesse, allo stesso tempo, troppa manifattura ereditata dal passato e poca industria concentrata e moderna. Aveva ancora troppi «colletti blu» e pochi lavoratori ad alta specializzazione. Da queste considerazioni nasceva da più parti l’invito ad accelerare una trasformazione che superasse questo stato di cose obsoleto per completare anche in Italia il passaggio a una più progredita economia dei servizi. Con la crisi la prospettiva è sicuramente mutata. Sia perché si è verificata una riscoperta, benché sovente un po’ di maniera, dell’economia reale e delle radici produttive, sia perché l’immagine dell’Italia industriale è stata rivalutata. Al punto da legittimare l’esortazione a riscoprire il nostro «orgoglio industriale», come scrive oggi Antonio Calabrò, sperimentato giornalista alla guida delle relazioni istituzionali della Pirelli (Orgoglio industriale. La scommessa italiana contro la crisi globale, Mondadori, pp. 184, € 17,00). Il saggio di Calabrò costituisce una sorta di atlante dell’attuale Italia produttiva, di cui elenca puntigliosamente meriti, attitudini e benemerenze. È un sistema economico che trova il suo fulcro nelle regioni settentrionali, dove si è disegnata, nel corso dell’ultimo decennio, una nuova, consistente mappa di attività imprenditoriali che hanno cambiato il volto dell’organizzazione d’impresa. Anche Calabrò, che naturalmente non dimentica il ruolo delle grandi imprese, si sofferma estesamente sul profilo del «quarto capitalismo» delle imprese di medie dimensioni, agili e internazionalizzate, dove si è incardinato un bacino di vivacissima imprenditorialità. È su questa realtà solida, sedimentata nel tempo, che secondo Calabrò occorre continuare a investire, con l’occhio già rivolto al domani, quando la crisi sarà superata e il cammino dello sviluppo potrà essere ripreso.
C’è ancora l’industria, quindi, nel futuro dell’Italia. Un’industria che però non può assorbire i volumi di occupazione del passato né configurare attorno a sé un modello di società. Essa resta soprattutto come un nucleo d’iniziativa economica di cui non si può fare a meno, né dal punto di vista economico né da quello civile. Un Paese come il nostro ha bisogno della risorsa rappresentata dall’industria perché essa garantisce apertura internazionale, capacità d’innovazione, sollecitazioni al confronto e alla concorrenza. Senza una forte presenza industriale, l’Italia rischierebbe di essere soffocata da quella massa mucillaginosa di attività e di comportamenti collusivi che, come ha denunciato il Censis un paio d’anni, fa potrebbero bloccarne lo sviluppo.


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