martedì 14 aprile 2009

La svolta «operaista» di Di Pietro


L’offensiva parte dalla «solitudine dell’operaio», per usare una definizione cara a Maurizio Zippo­ni. Ex segretario della Fiom di Brescia, eletto in Parlamento nel 2006 con Ri­fondazione comunista, ora candidato alle Europee con l’Italia dei valori, è lui la punta di diamante della nuova stra­tegia dipietrista nelle fabbriche. Un inedito assoluto, per il partito dell’ex pm di Mani pulite, che finora non ave­va mai mostrato vocazione per il mon­do delle catene di montaggio. «Oggi l’operaio si sente solo. Tremendamen­te solo. Ed è lì che la rendita di posizio­ne del Partito democratico si sta pian piano sgretolando», dice Zipponi. La­sciando intendere che quel bacino di voti al quale ha già attinto a piene ma­ni Umberto Bossi comincia a fare gola (e molta) anche ad Antonio Di Pietro. L’operazione scatterà il 20 aprile proprio dalla città di Zippo­ni.

Mattinata nelle fabbriche, po­meriggio davanti ai cancelli del­­l’Iveco, il più grande stabili­mento bresciano, serata con l’ex sindaco di Brescia Paolo Corsini e Di Pietro a parlare del libro scritto dal­l’ex ministro con Gianni Barba­cetto: Il guastafeste. Non per caso. Perché in quel libro c’è un messaggio (la netta pre­sa di posizione per l’«antifa­scismo » e «la costituzione repubblicana») indirizzato da Antonio Di Pietro a chi continua a rimproverargli di essere privo dei cromosomi della sinistra. «Il punto di snodo», spiega Zip­poni, «è stato l’adesione dell’Italia dei Valori allo sciopero generale proclama­to dalla Cgil il 12 dicembre dello scor­so anno». Da allora i dipietristi hanno cominciato a mettere insieme i pezzi del nuovo puzzle, fino ad arrivare a condividere anche lo sciopero della Fiom e della Funzione pubblica Cgil del 13 febbraio e a mettere in campo una serie di proposte per le elezioni eu­ropee. Un pacchetto che comprende l’idea di un contratto unico europeo di lavoro per l’industria, ma anche la semplificazione dei contratti di catego­ria (dagli attuali 450 a quattro soli) e l’abolizione degli accordi di Basilea 2 che, sostiene Zipponi, «strozzano le piccole imprese, impedendogli l’acces­so al credito».

Che c’entra Basilea con gli operai? «Oggi l’operaio è il giovane che sta alla catena di montaggio, ma anche il lavo­ratore del call center, come pure il tito­lare di partita Iva...» dice l’ex sindacali­sta della Fiom, convinto che sia in atto una profonda mutazione genetica. «Le fabbriche sono piene di giovani. L’età media all’Ilva è di 35 anni. All’Alfa di Pomigliano, addirittura 32. Giovani che non hanno padri ideologici. Ope­rai dentro, cittadini fuori. Stanno con il sindacato ma esprimono un voto non coerente con le scelte politiche dei dirigenti sindacali. Si pensava che il vo­to di costoro per la Lega Nord fosse un segno di protesta, invece no. Il voto del leghista di fabbrica si è strutturato». Perché allora non provare a giocarsi questa partita sul terreno un tempo egemonizzato dalla sinistra che «ora però parla soltanto di conservazione, senza mai incrociare la parola cambia­mento »? E magari con parole d’ordine in grado di mettere seriamente in crisi pure le decisioni dei vertici del sindaca­to? Per esempio, la democrazia diretta in fabbrica sempre e comunque, con gli accordi sindacali sottoposti regolar­mente al giudizio di tutti i lavoratori.

E sorprese sempre più frequenti, come insegna la vicenda della Piaggio di Pon­tedera, dove la Fiom ha perso il referen­dum e ha dovuto firmare l’accordo sot­toscritto da Cisl, Uil e Ugl. Per esempio, l’attacco frontale ad alcune prerogative delle organizzazioni, come la verifica periodica delle deleghe firmate dai pen­sionati che si ritrovano iscritti a vita al sindacato. Si attendono ora le con­tromosse del Partito demo­cratico, che dopo la Lega Nord rischia ora di trovarsi nelle fabbriche un altro pe­ricoloso concorrente. Pier Paolo Baretta, parlamenta­re del Pd e già segretario generale aggiunto della Ci­sl non nega che il proble­ma esista. «Ma credo che la competizione sia più con la sinistra radicale che con noi», afferma. «E sarebbe un errore tragico», avverte Baretta, «mettersi a inse­guire Di Pietro tentando di occupare lo spazio della contestazione. L’opposizione non si fa soltanto in quel modo. Il Partito demo­cratico non può essere un semplice contenitore di dissenso, come invece è l’Italia dei valori. La nostra risposta è avere una fisionomia netta e propo­ste precise».

Sergio Rizzo
14 aprile 2009

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