Non avendo mai scritto una riga sui misteri d’Italia, Pierluigi Battista pretende pure che non ne scrivano gli altri, se no lui fa brutta figura. Così, sul Corriere, compila una lunga lista nera di reprobi – “storici, politologi, politici, giornalisti, memorialisti” – che si sono permessi di scavare nelle fondamenta della I e della II Repubblica, imbattendosi regolarmente nel “doppio Stato” che pubblicamente si ammantava di legalità e democrazia, mentre dietro le quinte faceva o copriva o depistava stragi, omicidi politici, mafie, corruzioni. Ora, esulta il Cerchiobattista, “la misteriologia doppiostatista rischia di andare in soffitta”. E perché, di grazia? Perchè Napolitano ha definito “fantomatico” il “doppio Stato”.
Ora, a parte il fatto che il presidente ha rammentato i tentativi di “una parte degli apparati dello Stato” di “destabilizzare il sistema” e “depistare” le indagini sulle stragi per “una svolta autoritaria”, e che nessun altro presidente europeo potrebbe mai dire altrettanto, è vero che parlare di doppio Stato è eccessivo: un paese che non vuol conoscere i mandanti delle stragi fondative della I Repubblica (Portella della Ginestra) e della II (quelle del 1992-‘93 a Capaci, Via d’Amelio, Milano, Firenze e Roma), di Stato non ne ha mai avuto nemmeno uno, figurarsi due. Purtroppo, però, nelle democrazie la Storia non la scrivono i politici. L’”ipse dixit” è tipico dei regimi autoritari, dove la storia la scrive il Potere a suo uso e consumo. Proprio quel che pretenderebbe Battista: uno che, potendo, le cronache dell’ippica le farebbe scrivere dai cavalli.


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