domenica 1 novembre 2009

IL “PUGILE” CHE AMAVA SCRIVERE POESIE


di Paola Zanca


Mario anche quel sabato lo ha chiamato. Come al solito, dovevano prendersi un caffè. Si vedevano vicino casa, oppure al parco degli Acquedotti, dove Stefano portava il cane a fare una corsa. Il telefono, però, quel giorno era spento. Pensava a un guasto, anche se sotto sotto la paura che fosse arrabbiato con lui ce l’aveva. Avevano discusso, e non si erano più sentiti. “Invece è arrivato il fornaio, mi ha detto ‘Oh, è morto Stefanino?’. Stefanino chi? Il pugile? Il laziale? Non ci potevo credere”. Mario non si dà pace. Lui e Stefano si sono salutati così, con quel bisticcio che è troppo tardi per chiarire. Per Mario, Stefano era il pugile, il laziale. Per Tor Pignattara, periferia est di Roma, Stefano era il figlio di Giovanni. Una famiglia per bene, i Cucchi, stimata da tutto il quartiere. Che adesso, come Mario, non si dà pace. Stefano l’hanno visto crescere, e non vogliono ricordarselo così, come in quelle terribili foto. Si incrociavano tutti i giorni. E mai una volta che non avesse tempo per un saluto, per una battuta, per una pacca sulle spalle. “Ciao Aldì”, si sente ancora chiamare, il negoziante che ha bottega proprio a fianco al portone di casa Cucchi. “Passava dieci volte, e dieci volte mi salutava”.
Un ragazzo educato, corretto: mai uno sgarbo, mai una parola fuori tono. “Se lasciava la macchina in seconda fila si preoccupava, mi diceva ‘Aldì buttace n’occhio’”. Il sorriso sempre sulla labbra. Si scaldava solo quando parlava della Lazio, la sua passione. Al Bibby Bar, sotto casa, ci passava tutte le sere. “Veniva insieme al padre, quando uscivano dallo studio. Stavamo qui a ridere e scherzare – racconta uno dei clienti – parlavamo di calcio, dei viaggi. E ogni tanto mi raccontava anche delle sue poesie. A lui piaceva scriverne”. Uno spigliato, chiacchierone, sempre allegro. Sempre disponibile. Un’adolescenza serena: la scuola, gli scout, le partite a calcetto nel campo di San Marcellino, sulla via Casilina. Fino a vent’anni mai toccata neanche una sigaretta. Poi c’è quella macchia, la droga, la comunità. Un passo falso, ma niente di irreparabile. Dalla sua parte, una famiglia solida, “persone di grandissima dignità” che non lo hanno abbandonato mai. Forse è allora che il figlio di Giovanni diventa “il pugile”. Uno gracile, che sognava spalle più grosse. Andava in giro a testa alta. “Un po’ coattello”, lo ricorda con affetto un amico. Qualche volta la sparava grossa. Diceva di fare il pugile, raccontava degli allenamenti. Nessuno ci credeva, ma lo lasciavano dire, era una bugia innocua. Si faceva le canne, sì, qualche volta anche qualche tiro di cocaina. Le pasticche no, quelle che aveva in tasca erano i farmaci per l’epilessia. Ma per fare lo spacciatore non aveva la stoffa. Faceva quello che fanno tutti: di fumo ne comprava un po’ di più, per pagarlo qualcosa meno, e poi lo divideva con gli amici. Nozioni base di economia, altro che grandi giri per fare soldi. Su come sia andata, il quartiere non ha dubbi: “Le guardie lo hanno menato per fargli male – dice un ragazzo – era mingherlino, anche se avesse reagito bastavano due schiaffi per farlo calmare. La verità è che se la prendono con i pesci piccoli, con chi è più debole, perché di quelli che fanno sul serio hanno paura”. “Io non mi sono fatto intervistare dal Tg2 – dice un vicino di casa – perché se no lo dicevo che lo hanno ammazzato i poliziotti”. Non si capacitano: “Possibile che chi dovrebbe difenderci si comporti così? – si chiedono al Bibby Bar – e poi La Russa come si permette di difendere le forze dell’ordine? Lui c’era?”. C’è rabbia, tanta, ma la rassegnazione non abita qui. “Gli è andata male, a quelli che l’hanno ammazzato – dice ancora il barista – hanno trovato una famiglia che non ha niente da nascondere. I Cucchi hanno i mezzi e il coraggio per andare fino in fondo”. “Non si fermeranno – dice anche la parrucchiera a fianco – non finirà tutto in una bolla di sapone”. Neanche il quartiere li abbandonerà. Lo devono al figlio di Giovanni, il geometra. E anche al pugile che non era.

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