domenica 29 novembre 2009

STEFANO, LE DUE VERITÀ


La Procura indaga sulla penitenziaria
Ma per gli agenti il giovane era stato picchiato prima
di Silvia D’Onghia


Ci sono due verità sul caso di Stefano Cucchi, il ragazzo morto nel centro detentivo dell’ospedale Sandro Pertini di Roma lo scorso 22 ottobre, sei giorni dopo il suo arresto per droga.
La prima è quella portata avanti dalla procura, che finora ha iscritto nel registro degli indagati tre agenti della polizia penitenziaria e tre medici dell’ospedale. Una versione, basata sulle testimonianze dei magistrati del processo per direttissima e di un testimone (un detenuto del Gambia, che avrebbe visto alcuni agenti in divisa blu colpire Stefano con calci e pugni), secondo la quale i carabinieri che hanno arrestato il ragazzo sono completamente esclusi da ogni ipotesi di violenza su di lui.
C’è poi una seconda ipotesi, che la settimana prossima potrebbe approdare sul tavolo del gip di Roma: un’inchiesta interna della polizia penitenziaria, che dovrà essere prima vistata dal capo del Dap, l’ex magistrato Franco Ionta. I tre agenti indagati, Antonio Dominici, Corrado Santantonio e Nicola Minichini, avrebbero raccontato di aver preso in consegna Stefano dai militari dell’arma già in pessime condizioni. Non avrebbero, però, denunciato quanto visto. Questo giustificherebbe l’ipotesi di accusa di omissione di atti d’ufficio, e non quella di omicidio preterintenzionale, come invece risulta finora.
Chi conosce personalmente i tre poliziotti afferma, in sostanza, che si tratta di “tre persone incapaci di compiere il pestaggio ipotizzato, ma anche incapaci di gestire situazioni fuori dall’ordinario”. E che per questo avrebbero “coperto” gesti compiuti da altri. Ora i tre andranno quasi sicuramente incontro a procedimenti disciplinari, oltre che all’accusa penale che potrebbe venire mossa nei loro confronti dalla Procura di Roma. “Io l’ho detto dall’inizio, la polizia penitenziaria non c’entra nulla con questa vicenda – spiega il segretario generale del Sappe, Donato Capece – ho parlato personalmente con questi tre colleghi, sono assolutamente certo di quello che dico. Ci metto la faccia. La penitenziaria si limita a prendere in carico i detenuti prima dell’udienza per direttissima, anche se la giurisdizione rimane dei carabinieri. Ne arrivano tanti, non andiamo a verificare chi sono, anche se di routine effettuiamo una perquisizione”. L’inchiesta interna, dunque, andrebbe a modificare ulteriormente il quadro d’insieme, avallando la nuova testimonianza di un detenuto tunisino, Tarek, ricoverato insieme con Stefano nel centro clinico del carcere di Regina Coeli. Questi, in una lettera inviata al senatore dell’Italia dei valori Stefano Pedica (e consegnata al legale della famiglia e ai magistrati), racconta di aver parlato con Cucchi la notte del 16 ottobre: “Mi ha chiesto una sigaretta – scrive l’uomo – io l’ho presa da un amico e lui ha fumato. Poi gli ho domandato: chi ti ha picchiato? Lui mi ha risposto: mi hanno ammazzato di botte i carabinieri. Tutta la notte ho preso botte. Io ho fatto la domanda al ragazzo: perché? Lui molto educato mi ha detto: per un pezzo di fumo”.
“Ho visitato personalmente Tarek questa mattina – ha raccontato ieri Pedica – con me c’era anche la polizia penitenziaria. Ha confermato tutto quello che ha scritto nella lettera e che ha detto tempo fa al pubblico ministero. Mi chiedo: perché bisogna ritenere attendibile la testimonianza dell’altro detenuto e non la sua?”.
Rispetto a questi ultimi sviluppi, i carabinieri continuano a ribadire la loro versione originale che corrisponde, finora, a quanto ipotizzato dalla magistratura. Gli indagati al momento sono sei.
Quanto accaduto la notte dell’arresto di Stefano, nel parco romano degli Acquedotti, e i giorni a seguire, rimane oscuro. I carabinieri fermarono il ragazzo (che secondo la famiglia era a spasso col suo cane) e lo trovarono in possesso di una ventina di grammi di droga. Qualche settimana fa la stessa famiglia ha consegnato ai magistrati un chilo di hashish e oltre 130 grammi di cocaina scoperti in un appartamento di Morena, dove il giovane andava a dormire. I carabinieri sapevano che Stefano spacciava e aveva altra droga a disposizione? E quale fu il suo atteggiamento di fronte ai militari che gli misero le manette? “Non ho idea – risponde Ilaria, la sorella di Stefano – noi siamo rimasti alla perquisizione fatta quella notte esclusivamente nella sua cameretta, dalla quale non emerse nulla. Eravamo all’oscuro di tutto, anche del fatto che Stefano si era riavvicinato alla droga. Ma la cosa che mi ha colpito, leggendo la lettera del nuovo testimone, è che mio fratello aveva paura di farsi ricoverare”.
Dal canto loro i carabinieri rivendicano il profilo istituzionale assunto nella vicenda, attenendosi a quanto ha stabilito l’autorità giudiziaria, alla quale - sostengono - hanno fornito, “con trasparenza”, tutti gli elementi necessari per valutare il comportamento dei militari che hanno preso parte all’arresto e alla custodia di Stefano Cucchi.

Nessun commento: