
QUELLA di Carlo Caracciolo per i giornali è stata una vera passione. Sessanta dei suoi ottantatré anni di vita egli li ha spesi occupandosi di carta stampata. Ogni qual volta ne parlava lo si vedeva animarsi, cedere al gusto dell'aneddoto, azzardare pronostici. Che un sentimento profondo legasse all'editoria giornalistica questo aristocratico noto per la sua ironia se ne accorse il quotidiano Le Monde, al quale Carlo diede un'intervista quando decise di entrare nella compagine azionaria del foglio della sinistra francese, Libération, in crisi di diffusione (ne parlerò più avanti).
"L'uomo che non ama veder morire i giornali", così lo si presentava in quell'articolo del gennaio 2007. Un titolo che era un ritratto. Ancora più somigliante se si aggiunge che l'entusiasmo di Carlo cresceva d'intensità allorché un giornale lo vedeva nascere. La sua attenzione di lettore di gazzette era vorace. Senza atteggiarsi ad "esperto del ramo" - categoria di cui non gradiva il sussiego - sfogliando ogni di mattina la "mazzetta" dei giornali, elencava di ciascuno le attrattive e i difetti.
Giornali come creature viventi, da esaminare con quella inclinazione al gioco che del personaggio era propria. Non che i suoi interessi si esaurissero nello scrutare il tempo fra le colonne a stampa. Eppure, il ricordo lasciato dall'uomo combacia con la storia dei giornali, soprattutto dei "suoi". Ciascuno di loro è un capitolo di vita.
L'ESPRESSO. All'origine ci fu Adriano Olivetti, primo proprietario della testata. Da lui Carlo la ereditò, inaugurando così la sua carriera di "editore fortunato", anche se, agli esordi, i conti dell'azienda non erano rosei: si calcolava una perdita di cento milioni di lire l'anno. Per L'Espresso, Carlo, che allora abitava a Milano, si interessava della pubblicità. Di Olivetti lo aveva colpito - così ha raccontato - "l'aspetto da profeta ebraico. Grandi occhi azzurri. Un'aureola di capelli fulvi sul cranio roseo. Sembrava timido, ma emanava un fascino speciale. Da uomo di genio". Con Eugenio Scalfari Caracciolo strinse i rapporti quando uscì il settimanale, alla fine del 1955. Di lui giovane ricordava "la simpatia, l'intelligenza, la prontezza" e "la sensibilità per i temi economici". Del direttore Arrigo Benedetti, classe 1910, segnalava "l'apparenza di signore all'antica", che non escludeva l'esplodere di "furie improvvise".
Al vertice del giornale, Benedetti e Scalfari avrebbero rappresentato l'unione di due opposti. Il primo "si sentiva un toscano in trasferta a Roma". Di Eugenio, che gli era caro, Arrigo criticava per scherzo "le inclinazioni mondane. Lo chiamava il "social-orgiastico" perché gli capitava di suonare qualche fox-trot nei piano-bar che frequentava la sera".
Benedetti non amava i numeri. Non gradiva i sondaggi. Quando Caracciolo e Scalfari pensarono di aumentare il prezzo di vendita del settimanale - "una decisione provvidenziale", la giudicava Carlo - occorse convincerne il direttore con cautela. Per il consolidamento dell'Espresso, che fu segnato fra l'altro dall'adozione del formato "quaderno" (1974), Caracciolo rievocava la direzione di Gianni Corbi e quella, assai più duratura, di Zanetti, che tennero dietro alla decisione di Scalfari di entrare in politica.
Di Zanetti, ricordava "il dono di far tesoro delle competenze e di valorizzare il fervore di chi lo circondava". Del concerto di personalità che ha dato risalto al settimanale, in redazione e fuori, Carlo conosceva ogni nota, dall'epoca del pioniere Benedetti fino ai giorni recenti di Daniela Hamaui.
Quanto alle frequentazioni private, egli rievocava soprattutto le remote "serate nel salotto milanese di Camilla Cederna in via Brera": fra gli invitati c'erano "giovani che recitavano e cantavano".
LA REPUBBLICA. Nella preistoria del quotidiano c'è un'istituzione chiamata "il giardinetto". "Scalfari ed io", raccontava Carlo, "giravamo l'Italia in cerca di acquirenti di pubblicità. Avrebbero composto ciò che battezzammo "il giardinetto", un vivaio di potenziali risorse in vista del nostro debutto nella stampa quotidiana". Con questo modesto corredo essi affrontarono la trattativa con i vertici della Mondadori.
Le prime mosse le fece Scalfari. "Espose al suo amico Mario Formenton, genero di Arnoldo Mondadori e amministratore delegato della società, il nostro progetto di quotidiano". Formenton era un uomo semplice e schietto. Ma c'era un'altra persona da convincere: Giorgio Mondadori, che della società era Presidente. Fu proprio nella sua villa, a Sommacampagna presso Verona, che venne sancito l'accordo. Era la primavera del 1975. Si era unito al gruppo Sergio Polillo, uomo di vertice della Mondadori. "Minuto, cauto, oracolare", così lo descriveva Carlo. "Interloquisce di rado. Ma, a un certo punto sentenzia: "Si può fare". Io sferro un calcio a Scalfari seduto accanto a me. La sfinge s'è pronunziata. Siamo in porto".
Repubblica comparve in edicola il 14 gennaio 1976. Un debutto impegnativo. Solo alla fine del '77 "avvistammo il traguardo delle 100 mila copie". Alle fortune del nuovo quotidiano contribuivano sia la crisi della stampa di sinistra che le difficoltà int ervenute nel Corriere in relazione allo scandalo della Pidue.
La Repubblica si arricchisce di firme, da Ottone a Valli, da Cavallari a Pansa. L'accordo con la Mondadori sembra reggere. Per breve tempo Carlo Caracciolo diventa presidente della Mondadori. E' un ruolo disagiato, soprattutto per la sede. "Mi mancava qualcosa. Per esempio, ho sempre considerato un rito sacro il riposo pomeridiano. Ma lì, in quegli uffici di Segrate, dominati dall'open space, il rito falliva, benché mi facessi portare da una segretaria cuscino e plaid".
Per Repubblica e dintorni, albeggiavano tempi poco adatti al riposo. Non è il caso, qui, di raccontare i garbugli giudiziari che si svilupparono dopo che il nuovo socio Berlusconi si ebbe assicurata una maggioranza nella grande Mondadori, con l'intento di estrometterne la componente capeggiata dal trio Scalfari, Caracciolo e De Benedetti. Basti solo ricordare la "guerra di Segrate", che ancora oggi infuria, come un evento che ha invaso vent'anni, gli ultimi, della vita di Caracciolo, riservandogli amarezze ma anche impagabili scatti di humour.
La descrizione della cena nella dimora milanese del Cavaliere, durante la quale egli rivelò a Carlo di aver appena compiuto il suo colpo di mano, è uno sketch comico degno di "Scherzi a parte". E così la sua foga nel raccontare storielle non sempre irresistibili. "Ma forse", minimizzava Carlo, "è un po' colpa mia. Le barzellette mi annoiano. Le dimentico subito".
La stessa ironia disarmante lo guidava nei rapporti familiari. Anche in quelli, a volte complicati da motivi aziendali, che lo legavano al cognato Gianni Agnelli. Quando nel '96, dopo il ritiro di Scalfari dalla direzione del quotidiano, ne venne affidata la guida ad Ezio Mauro, fin'allora direttore della Stampa, il patron della Fiat vide nella decisione un "tiro mancino". Quasi non ci credeva. "Mauro, che è un piemontese di Dronero", mi disse, "dirige con la massima soddisfazione un importante quotidiano che si stampa a Torino". E io gli risposi: "Ezio non è certo diventato romano, ma che sia soddisfatto direi di sì. Molto".
I GIORNALI LOCALI. In un suo viaggio in America, Caracciolo notò la vitalità dei fogli di provincia, confermandosi nell'ipotesi che anche in Italia questo campo si rivelasse florido. Con l'acquisto dell'Alto Adige e del Piccolo, l'idea prese a concretarsi.
Risale al '77 l'acquisizione, da parte sua, del Tirreno. La lista s'infittìsce con La Provincia pavese, La Nuova Sardegna. E così via. Entra in funzione un organismo inteso a coordinare, da Roma, le redazioni periferiche. In base al criterio di preporre a ciascun giornale un professionista del posto, il livornese Mario Lenzi viene nominato direttore del Tirreno. Sarà in seguito lo stesso Lenzi il primo ad assumere la responsabilità della società, la Finegil, la quale raggruppa oggi diciotto testate. Esse - si compiaceva Carlo - "mi pare formino una rete riconoscibile a livello nazionale".
LIBÉRATION. Nel gennaio 2007 Caracciolo entra nel capitale del quotidiano francese, sottoscrivendo azioni per 5 milioni di euro. Ne diventa così il secondo socio, con il 33 per cento delle azioni, mentre Edouard de Rotschild resta il primo con il 38, 7.
Si tratta di salvare una testata, in fretta. E' un gioco rischioso. "Dovevo sbrigarmi", riferiva l'"editore fortunato", "altrimenti entravano altri soci". E aggiungeva: "Feci in tempo a parlarne con il mio amico Carlo Perrone, proprietario del Secolo XIX, che ha la doppia nazionalità, francese e italiana. "Prendi una piccola quota di Libération", gli suggerii. "Sei mezzo francese, ti conviene. Fai un bel gesto e ci divertiamo insieme". Accettò".
Dando il benvenuto a Carlo Caracciolo, la redazione di Libération si compiacque per aver associato alle proprie sorti "questo grande professionista". Lui ricambiava. Fino all'ultimo si tenne aggiornato, come un parente ansioso, sullo stato di salute del quotidiano parigino. "Lo considero un giornale fratello", spiegava. "Vorrei farne una piccola Repubblica".
E' stata l'ultima sua scommessa.
(14 dicembre 2009)


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