lunedì 14 dicembre 2009

La nostra avventura vissuta fianco a fianco

Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo alla festa per il ventennale di Repubblica
di EUGENIO SCALFARI


È PASSATO un anno da quando Carlo se ne è andato e sembra pochissimo ma anche molto di più. Pochissimo, perché chi c'è stato insieme tutta una vita continua per abitudine a pensare di doverlo informare di quanto si decide nell'azienda che è stata costruita insieme e insieme a noi è cresciuta; se lui sarà d'accordo, se proporrà una diversa soluzione. Decisioni, in quest'anno che è passato, se ne sono dovute prendere tante e non tutte gradevoli. Avremmo voluto sapere quale sarebbe stata la sua reazione, ci è molto mancata la sua presenza. A volte ci siamo detti: Carlo avrebbe fatto così, ma era un pensiero arbitrario anche perché in molte cose lui era difficilmente prevedibile: in molte scelte aziendali, ma non in quelle politiche, nelle convinzioni e nei principi da rispettare.

In quel campo sorprese non ce ne ha mai date. Semmai era un mezzo passo più a sinistra di chi faceva i giornali del nostro gruppo. Lo dico perché l'ho sperimentato per vent'anni all'Espresso e per altri venti a Repubblica: per guidare l'azienda cercavamo sponde tutte le volte che era necessario, ma i giornali dovevano impegnarsi, dovevano contribuire al cambiamento del Paese, dovevano sostenere l'innovazione, ma non dovevano cedere ai luoghi comuni.

Lui aborriva i luoghi comuni, le dottrine del giusto mezzo. Per ragioni di stile prima ancora che di merito. Aveva un paio di santi e un bel po' di cardinali e vescovi in famiglia, ma ne frequentava poco la memoria. Invece parlava spesso dell'ammiraglio repubblicano che si era messo con i giacobini nella rivoluzione del Novantanove ed era stato impiccato da Nelson. Dal punto di vista della genealogia era un parente un po' lontano, ma lui lo sentiva vicinissimo.

Una volta che eravamo insieme a Ugo La Malfa nella sua tenuta di Garavicchio in Maremma e parlavamo di moderati e di giacobini tra una partita a scacchi e uno scopone scientifico, lui disse che le vere rivoluzioni dell'Europa moderna le avevano fatte gli aristocratici. Facemmo le ore piccole, Ugo ed io non eravamo d'accordo su quella tesi, ma lui ne era convinto. Citò - mi ricordo - Mirabeau che aveva guidato gli Stati generali a proclamarsi Assemblea costituente e citò Elisabetta d'Inghilterra e Guglielmo d'Orange. E anche madame de Pompadour che proteggeva gli Illuministi. Insomma lui aveva le sue idee e una sua concezione del giornalismo e della politica. Poi se per salvare l'azienda aveva bisogno di Ciarrapico, non stava a guardare per il sottile.

Ma ho detto prima che ci sembra anche che se ne sia andato da un pezzo ed è vero. In quest'anno le condizioni della nostra società sono talmente cambiate da farlo apparire un personaggio d'altri tempi. È cambiata la tecnologia, è cambiato il pubblico, la tecnica della scrittura, il montaggio delle notizie. Sono cambiati gli interlocutori ed è cambiata anche la visione che abbiamo del futuro. Carlo prediligeva l'ironia, adesso spesso bisogna impugnare il machete per aprirsi la strada tra gli sterpi e il sottobosco.
Io lo ricordo come un bellissimo compagno d'avventura che ha realizzato pienamente la sua vita e ora, compiuto il ciclo, ha restituito l'energia agli elementi lasciando un mucchio di cenere in memoria di sé.


(14 dicembre 2009)

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