
Ora tacciano gli avversari di Berlusconi che hanno alimentato l’odio contro di lui e hanno armato la mano di quell’uomo a Piazza Duomo. Riflettano gli oppositori interni alla maggioranza e anche le alte cariche dello Stato».Sono queste le osservazioni che vengono fatte a caldo dagli uomini più vicini a Berlusconi, dopo quello che loro stessi definiscono «l’attentato di Piazza Duomo». Senza dubbio, come spiega Fabrizio Cicchitto, il gesto di Massimo Tartaglia «ha tre nomi: Di Pietro, Scalfari e Santoro perchè hanno detto e scritto cose irresponsabili. Di Pietro in particolare ha invitato alla violenza. C’è dell’altro però - aggiunge il capogruppo del Pdl - e mi riferisco al fatto che di fronte alle accuse folli di essere un mafioso e il mandante delle bombe del ‘93, il premier non è stato difeso: c’è stata una simmetria istituzionale... e non faccio nomi».
Più esplicito invece Mario Valducci, presidente della Commissione Trasporti della Camera, che era presente al momento dell’aggressione di Milano: «Nessuna istituzione alta ha detto basta, a cominciare dal capo dello Stato, è stato superato il segno. Eppure anche il presidente del Consiglio, bombardato dalle calunnie più infamanti, rappresenta le istituzioni che devono essere tutelate dalle aggressioni sui giornali e dai programmi di Santoro. Quando invece si tocca il Quirinale tutti gridano allo scandalo». Ora più che mai, afferma Valducci, è necessario organizzare per febbraio il «Sì B. Day» come «reazione di un popolo ha in Berlusconi la sua bandiera e che non vuole vedere infangata questa bandiera».
Sì, nel Pdl adesso si pensa di scendere in piazza «per difendere la democrazia»: mercoledì è prevista la riunione dell’ufficio di presidenza per discutere delle candidature alle regionali, ma l’appuntamento diventerà l’occasione per organizzare la mobilitazione popolare. «Una grande manifestazione», annuncia il vicecapogruppo del Pdl Gaetano Quagliariello, che avrebbe voluto sentire altre parole dai vari organi di garanzia. «Invece esportiamo nel mondo l’immagine di un Paese in cui comanda come un monarca il “capo della mafia”, un’Associazione dei magistrati che ogni giorno fa una dichiarazione contro il premier. E un Csm che definisce il processo breve incostituzionale prima ancora di essere approvata».
Adesso sarà difficile fermare il «Cavaliere martire» nel suo programma di grandi riforme sulla giustizia e della Costituzione. Ora chi è contro di lui nella maggioranza è in difficoltà, ha le armi scariche e dovrà dimostrare di voler fare «fronte comune» contro i «violenti». Tra i berlusconiani non è un caso che venga usata l’espressione «fronte comune»: è quella usata ieri da Fini per scongiurare il ritorno degli anni della violenza. Ed è anche un modo per mettere alla berlina il fronte antiberlusconiano invocato da Casini. «Per mesi - dice Quagliariello - abbiamo segnalato inascoltati a quale deriva si stesse andando incontro: nessuno ha voluto prendere le distanze da tutto questo, e addirittura si sono immaginate «union sacrée in nome dell’antiberlusconismo».
E dire che da parte di Fini c’era stata una valutazione positiva del discorso fatto ieri da Berlusconi. Il premier non aveva messo molti accenti polemici, non aveva minacciato elezioni anticipate, aveva deluso i falchi che si aspettavano un nuovo predellino. Quando è arrivata la notizia dell’aggressione, qualche falco finiano ha detto che è stato fatto un «regalo» a Berlusconi, che userà quel gesto per mettere a tacere tutti e ottenere quello che vuole. E lui, il premier già dal letto dell’ospedale ha fatto sapere che nessuno lo fermerà. Sul predellino alla fine ci è salito davvero, barcollando con il volto insanguinato, come a dire «sono un grande combattente».

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