
di Eugenio Scalfari
Nessuna Camera, solo il Senato delle Regioni. Composto da quelle territoriali e quelle anonime in forma di Spa, per energia, trasporti, pubblicità...
Un comune amico mi porta un messaggio di Giulio Tremonti: vorrebbe incontrarmi per espormi un suo progetto sul quale desidera un mio parere. La proposta mi stupisce: non ho alcun rapporto con il ministro dell'Economia, al quale non ho lesinato critiche da parecchi anni. Comunque il messaggio è allettante, mi incuriosisce; accetto. L' incontro si svolge a casa dell'amico, dalle parti della via Cassia. Il ministro è gentile, non fa alcun accenno alle mie critiche, evita di imbarazzarmi e viene al sodo.
"Si tratta", mi dice, "di una novità assoluta non solo per l' Italia ma per il mondo intero". "Si tratta", chiedo io, "del suo piano di riforma fiscale?" "No, è ben altro. Una rivoluzione, un nuovo tipo di Stato e di patto sociale".
Ha gli occhi spiritati, come accade in chi è ossessionato da un'idea che viaggia sulle ali della fantasia prima di planare nella realtà. Credo che colga la mia sorpresa e che ne abbia piacere. "Ma prima", mi dice, "una premessa". E si inoltra in un'analisi storica di filosofia politica che parte dalla democrazia ateniese, dall'oligarchia di Sparta, dalla tirannide di Tebe e poi la 'Repubblica' di Platone, la politica nel pensiero di Aristotele e di Tommaso D'Aquino, i costituzionalisti del Seicento spagnolo e naturalmente Montesquieu e Rousseau, fino alla modernità di Schmidt, Popper, Habermas.
Parla senza interruzioni e lo seguo con qualche difficoltà anche perché mi sfugge del tutto dove voglia arrivare. Un leggero velo di noia deve essersi soffuso sulla mia faccia perché si ferma di botto: "È stanco?". "Ma no, affatto", dico io. "Vede, il progetto che desidero sottoporre è talmente nuovo che questa premessa mi sembrava necessaria. Non volevo che lei pensasse ad una mia fantasticheria che non tenga conto dei precedenti". "Comprendo benissimo, i precedenti". "Il nostro, come lei sa, più che un partito politico è un movimento culturale. Ricorderà che il fascismo nacque come una costola del futurismo". "Una costola futurista, certo". "E anche di D'Annunzio". "Un movimento culturale". "Come noi". "Il Popolo della Libertà". "Il partito è il braccio amministrativo ma il ventaglio è più vasto". "Da Bondi alla Santanché". "Al centro di tutto c'è il federalismo". "Da Cattaneo a Calderoli".
Guardai l'orologio, era già passata un'ora. Lui notò questa mia diversione con quei suoi occhi mobilissimi che sembrano obbedire a pensieri estranei alle parole che pronuncia e ai gesti delle mani. Mi faceva un curioso effetto, affascinante a suo modo.
"Il federalismo", dissi io, "lei lo vede come una grande occasione?". "Il nostro sarà un federalismo diverso da tutti gli altri. Nulla a che vedere con i Länder della Germania, con i cantoni della Svizzera e meno che mai con gli Stati dell'America federale". "Fondato sulle Regioni. Allo stato solo compiti di supplenza". "Naturalmente", rispose, "ma qui sta la novità, qui sta il pensiero rivoluzionario: le Regioni non saranno soltanto territoriali. Ci saranno almeno altre sei e forse sette Regioni che chiameremo anonime". "Anonime", dissi io, "cioè senza nome. Regioni esistenti ma segrete". "No, lei non ha capito". "In effetti il termine anonime mi riesce oscuro". "Anonime, come le società anonime. Capito adesso?".
Confesso che ero molto interdetto ma cercavo di non farlo vedere. Perciò dissi: "Regioni anonime s.p.a., questa sì che è un'invenzione. Società per azioni con capitale pubblico, è questa l'idea?". "Fuochino, fuochino, quasi fuoco", disse lui con la sua vocina da bambino. Il gioco mi prese. "Vediamo", dissi, "Regioni economiche quotate in Borsa". "Quasi fuoco, quasi fuoco. Coraggio". "Regioni quotate in Borsa, con capitale pubblico fornito dalle Regioni territoriali e dal personale dipendente". Mi si avvicinò, mi mise una mano sul braccio guardandomi negli occhi: "Sapevo", disse, "che lei avrebbe compreso. Però manca ancora un tassello, quello essenziale". "Quale? Me lo dica maestro". La parola maestro mi era scappata di bocca e mi ripresi subito: "Mi scusi, signor ministro". "Ma di che cosa? Mi fa un gran piacere. Il tassello è la partecipazione delle Regioni anonime al Senato federale. Per le questioni più delicate sulle quali il Senato federale dovrà decidere ci vorrà un voto di maggioranza qualificata per il quale sarà necessario l'accordo di almeno due delle Regioni anonime. Capisce la novità?".
"Però le grandi questioni non saranno di competenza del Senato ma della Camera". "Nessuna Camera, non ci sarà nessuna Camera". "Che cosa mi dice, nessuna Camera, niente più elezioni politiche?". "Naturalmente. Solo elezioni regionali ed elezioni nel partito". "Come nel partito. Quale partito?". "Ma il nostro naturalmente". "Ma, ma, ma, questo nessuno lo sapeva". "Per questo ho voluto incontrarla. Lei adesso lo sa. Uno scoop formidabile". "Perché proprio a me?". "Dobbiamo rompere gli schemi. Feltri è bravissimo, ma lei ha più anni, più esperienza, sta dall'altra parte di un fossato che dobbiamo colmare. E poi lei si ricorda della Camera dei Fasci e delle Corporazioni...". "Stavo appunto pensando...". "Bravo, mente veloce, Fasci e Corporazioni, soprattutto Corporazioni".
È matto, pensai. E poi chiesi: "Non mi ha ancora detto la natura delle Regioni anonime". "Io penso alla Regione dell'energia, quella dei trasporti, le telecomunicazioni, le banche, le manifatture. Forse anche la Regione della pubblicità. I giornali direi di no, debbono restare in concorrenza. Per il cinema non abbiamo ancora deciso; per queste cose vorrei il suo consiglio". "Il Cavaliere è d'accordo?". "Ma certo, l'idea è sua, io sono solo il suo braccio operativo". "E Mediaset?". "Sarebbe presente in due Regioni: quella delle telecomunicazioni e quella della pubblicità". "Insieme alla Rai?". "La Rai nella pubblicità non ci sarà, solo il canone".
Ero molto perplesso, direi stordito. A quel punto mi sono svegliato, ma ci ho messo un po' prima di capire che avevo sognato. Con questi futuristi non si sa mai...
(14 gennaio 2010)
"Si tratta", mi dice, "di una novità assoluta non solo per l' Italia ma per il mondo intero". "Si tratta", chiedo io, "del suo piano di riforma fiscale?" "No, è ben altro. Una rivoluzione, un nuovo tipo di Stato e di patto sociale".
Ha gli occhi spiritati, come accade in chi è ossessionato da un'idea che viaggia sulle ali della fantasia prima di planare nella realtà. Credo che colga la mia sorpresa e che ne abbia piacere. "Ma prima", mi dice, "una premessa". E si inoltra in un'analisi storica di filosofia politica che parte dalla democrazia ateniese, dall'oligarchia di Sparta, dalla tirannide di Tebe e poi la 'Repubblica' di Platone, la politica nel pensiero di Aristotele e di Tommaso D'Aquino, i costituzionalisti del Seicento spagnolo e naturalmente Montesquieu e Rousseau, fino alla modernità di Schmidt, Popper, Habermas.
Parla senza interruzioni e lo seguo con qualche difficoltà anche perché mi sfugge del tutto dove voglia arrivare. Un leggero velo di noia deve essersi soffuso sulla mia faccia perché si ferma di botto: "È stanco?". "Ma no, affatto", dico io. "Vede, il progetto che desidero sottoporre è talmente nuovo che questa premessa mi sembrava necessaria. Non volevo che lei pensasse ad una mia fantasticheria che non tenga conto dei precedenti". "Comprendo benissimo, i precedenti". "Il nostro, come lei sa, più che un partito politico è un movimento culturale. Ricorderà che il fascismo nacque come una costola del futurismo". "Una costola futurista, certo". "E anche di D'Annunzio". "Un movimento culturale". "Come noi". "Il Popolo della Libertà". "Il partito è il braccio amministrativo ma il ventaglio è più vasto". "Da Bondi alla Santanché". "Al centro di tutto c'è il federalismo". "Da Cattaneo a Calderoli".
Guardai l'orologio, era già passata un'ora. Lui notò questa mia diversione con quei suoi occhi mobilissimi che sembrano obbedire a pensieri estranei alle parole che pronuncia e ai gesti delle mani. Mi faceva un curioso effetto, affascinante a suo modo.
"Il federalismo", dissi io, "lei lo vede come una grande occasione?". "Il nostro sarà un federalismo diverso da tutti gli altri. Nulla a che vedere con i Länder della Germania, con i cantoni della Svizzera e meno che mai con gli Stati dell'America federale". "Fondato sulle Regioni. Allo stato solo compiti di supplenza". "Naturalmente", rispose, "ma qui sta la novità, qui sta il pensiero rivoluzionario: le Regioni non saranno soltanto territoriali. Ci saranno almeno altre sei e forse sette Regioni che chiameremo anonime". "Anonime", dissi io, "cioè senza nome. Regioni esistenti ma segrete". "No, lei non ha capito". "In effetti il termine anonime mi riesce oscuro". "Anonime, come le società anonime. Capito adesso?".
Confesso che ero molto interdetto ma cercavo di non farlo vedere. Perciò dissi: "Regioni anonime s.p.a., questa sì che è un'invenzione. Società per azioni con capitale pubblico, è questa l'idea?". "Fuochino, fuochino, quasi fuoco", disse lui con la sua vocina da bambino. Il gioco mi prese. "Vediamo", dissi, "Regioni economiche quotate in Borsa". "Quasi fuoco, quasi fuoco. Coraggio". "Regioni quotate in Borsa, con capitale pubblico fornito dalle Regioni territoriali e dal personale dipendente". Mi si avvicinò, mi mise una mano sul braccio guardandomi negli occhi: "Sapevo", disse, "che lei avrebbe compreso. Però manca ancora un tassello, quello essenziale". "Quale? Me lo dica maestro". La parola maestro mi era scappata di bocca e mi ripresi subito: "Mi scusi, signor ministro". "Ma di che cosa? Mi fa un gran piacere. Il tassello è la partecipazione delle Regioni anonime al Senato federale. Per le questioni più delicate sulle quali il Senato federale dovrà decidere ci vorrà un voto di maggioranza qualificata per il quale sarà necessario l'accordo di almeno due delle Regioni anonime. Capisce la novità?".
"Però le grandi questioni non saranno di competenza del Senato ma della Camera". "Nessuna Camera, non ci sarà nessuna Camera". "Che cosa mi dice, nessuna Camera, niente più elezioni politiche?". "Naturalmente. Solo elezioni regionali ed elezioni nel partito". "Come nel partito. Quale partito?". "Ma il nostro naturalmente". "Ma, ma, ma, questo nessuno lo sapeva". "Per questo ho voluto incontrarla. Lei adesso lo sa. Uno scoop formidabile". "Perché proprio a me?". "Dobbiamo rompere gli schemi. Feltri è bravissimo, ma lei ha più anni, più esperienza, sta dall'altra parte di un fossato che dobbiamo colmare. E poi lei si ricorda della Camera dei Fasci e delle Corporazioni...". "Stavo appunto pensando...". "Bravo, mente veloce, Fasci e Corporazioni, soprattutto Corporazioni".
È matto, pensai. E poi chiesi: "Non mi ha ancora detto la natura delle Regioni anonime". "Io penso alla Regione dell'energia, quella dei trasporti, le telecomunicazioni, le banche, le manifatture. Forse anche la Regione della pubblicità. I giornali direi di no, debbono restare in concorrenza. Per il cinema non abbiamo ancora deciso; per queste cose vorrei il suo consiglio". "Il Cavaliere è d'accordo?". "Ma certo, l'idea è sua, io sono solo il suo braccio operativo". "E Mediaset?". "Sarebbe presente in due Regioni: quella delle telecomunicazioni e quella della pubblicità". "Insieme alla Rai?". "La Rai nella pubblicità non ci sarà, solo il canone".
Ero molto perplesso, direi stordito. A quel punto mi sono svegliato, ma ci ho messo un po' prima di capire che avevo sognato. Con questi futuristi non si sa mai...
(14 gennaio 2010)

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