
Il Ku Klux Klan con la coppola che va a caccia degli immigrati e uno Stato che tollera lavoro nero, caporalato e sfruttamento
Rosarno Burning? Come nelle piantagioni di cotone dell'Alabama e del Mississippi ai bei tempi del Ku Klux Klan, anche la piana degli aranci di Rosarno risuona degli spari dei bravi e onesti cittadini bianchi, decisi a far capire a questi negri qual è il loro ruolo: lavorare 12 ore per una miseria, sempre che se lo meritino altrimenti una bella legnata e via dalle scatole, nascondersi in tuguri ammassati come bestie, e portare sempre rispetto a chi gli dà lavoro. E se ti prendono a fucilate, zitto e mosca. Non ti azzardare a protestare perché altrimenti sono guai grossi.
Quello che è successo a Rosarno supera ogni peggiore fantasia. Ben peggio di quanto si verificò l'anno scorso in Campania quando a Castelvolturno spararono nel mucchio o per divertimento criminale o per mandare un preciso avvertimento. Allora, quasi nessuno si schierò coi malavitosi. A Rosarno, invece, abbiamo assistito a scene di caccia all'uomo da profondo Sud americano. Il Ku Klux Klan con la coppola è dilagato, indisturbato. Quelli dalla pelle nera sono diventati selvaggina da cacciare a piacimento: come i leprotti evocati del sindaco leghista di Treviso Giancarlo Gentilini, animali che si possono tranquillamente impallinare. In fondo, se lo ha detto un amatissimo sindaco di una civilissima città del Nord, i calabresi devono essere da meno?
L'odio versato a piene mani in questi anni dalla destra forzaleghista contro gli immigrati sta dando i suoi frutti. Gli immigrati sono diventati agli occhi di tanti dei 'non-uomini'. Lo hanno detto e ripetuto testualmente anche i cittadini di Rosarno: "Quelli sono bestie". E le bestie pericolose si abbattono. Come ci vuol poco a scendere lungo la scala della disumanità. Ma che 'uomini' sono quelli che sfruttano in maniera bestiale la fame degli immigrati, quelli che chiedono 50 euro per una stanza da dividere in dieci, quelli che ammazzano di botte uno che chiede di essere pagato? I reportage di Fabrizio Gatti su 'L'espresso' tre anni fa avevano denunciato tutto questo, ma l'inerzia del centrosinistra, indignato quanto imbelle, e poi del centrodestra, menefreghista se non connivente, ha lasciato le cose come stavano.
Lo schiavismo alla pommarola continua a proliferare nelle campagne e nei cantieri di tutto il Sud. Un tempo, c'erano militanti di sinistra e sindacalisti coraggiosi, le cui tombe punteggiano tutta la Sicilia, a cercare di sottrarre la povera gente alle violenze dei 'caporali' e dei loro mandanti; oggi c'è il deserto. Per tante ragioni. Perché gli immigrati non votano, perché sono ancora meno mobilitabili contro l'ingiustizia dei cafoni di Carlo Levi, perché la criminalità organizzata si è estesa e rafforzata (anche se in Sicilia ha 'piegato il capo in attesa che passi la piena' seguendo il celebre detto mafioso), perché di uomini e partiti combattivi se n'è persa traccia. Eppoi perché i nostri valori di riferimento sono cambiati: l'egemonia culturale della destra - mentre c'è ancora chi rimesta la vecchia minestra dell'egemonia culturale della sinistra - ha spazzato via i principi fondanti della democrazia repubblicana: l'uguaglianza degli uomini, il riconoscimento di diritti naturali, la fraternità e la solidarietà.
Soprattutto, pietà l'è morta. Guai ai vinti. I vinti, oggi, sono gli ultimi della scala sociale, i poveri e gli immigrati. Per loro c'è carità pelosa (indigna ancora la social card tremontiana) o emarginazione totale. Comunque, non devono farsi né vedere né sentire. Se invece si arrabbiano arriva un ministro dell'Interno a dire che abbiamo tollerato troppo.
Ma cosa abbiamo tollerato, onorevole Maroni? Il caporalato, il lavoro nero, lo sfruttamento feroce, il controllo criminale del territorio, forse? Sì, tutto ciò è stato tollerato troppo a lungo: questo avrebbe dovuto dire, in un paese civile, un ministro della Repubblica.
L'illegalità diffusa e le condizioni inumane in cui è costretta questa nuova 'schiuma della terra' devono invece essere occultate, minimizzate, sopite. Tenute lontane dagli occhi dell'opinione pubblica. Non a caso, con solerzia illuminante, a tre giorni dagli incidenti già venivano demolite le baracche in cui avevano trovato una sistemazione (indecente) le centinaia di lavoratori immigrati. Così si è evitato il rischio che qualche televisione non omologata portasse nelle case immagini dissonanti rispetto alla propaganda governativa.
Il politicamente corretto della destra, la 'neoligua' orwelliana in cui siamo sempre più avvolti, recita che immigrato equivale a reato, diritto ad editto, e fraternità ad animosità.
(14 gennaio 2010)
Quello che è successo a Rosarno supera ogni peggiore fantasia. Ben peggio di quanto si verificò l'anno scorso in Campania quando a Castelvolturno spararono nel mucchio o per divertimento criminale o per mandare un preciso avvertimento. Allora, quasi nessuno si schierò coi malavitosi. A Rosarno, invece, abbiamo assistito a scene di caccia all'uomo da profondo Sud americano. Il Ku Klux Klan con la coppola è dilagato, indisturbato. Quelli dalla pelle nera sono diventati selvaggina da cacciare a piacimento: come i leprotti evocati del sindaco leghista di Treviso Giancarlo Gentilini, animali che si possono tranquillamente impallinare. In fondo, se lo ha detto un amatissimo sindaco di una civilissima città del Nord, i calabresi devono essere da meno?
L'odio versato a piene mani in questi anni dalla destra forzaleghista contro gli immigrati sta dando i suoi frutti. Gli immigrati sono diventati agli occhi di tanti dei 'non-uomini'. Lo hanno detto e ripetuto testualmente anche i cittadini di Rosarno: "Quelli sono bestie". E le bestie pericolose si abbattono. Come ci vuol poco a scendere lungo la scala della disumanità. Ma che 'uomini' sono quelli che sfruttano in maniera bestiale la fame degli immigrati, quelli che chiedono 50 euro per una stanza da dividere in dieci, quelli che ammazzano di botte uno che chiede di essere pagato? I reportage di Fabrizio Gatti su 'L'espresso' tre anni fa avevano denunciato tutto questo, ma l'inerzia del centrosinistra, indignato quanto imbelle, e poi del centrodestra, menefreghista se non connivente, ha lasciato le cose come stavano.
Lo schiavismo alla pommarola continua a proliferare nelle campagne e nei cantieri di tutto il Sud. Un tempo, c'erano militanti di sinistra e sindacalisti coraggiosi, le cui tombe punteggiano tutta la Sicilia, a cercare di sottrarre la povera gente alle violenze dei 'caporali' e dei loro mandanti; oggi c'è il deserto. Per tante ragioni. Perché gli immigrati non votano, perché sono ancora meno mobilitabili contro l'ingiustizia dei cafoni di Carlo Levi, perché la criminalità organizzata si è estesa e rafforzata (anche se in Sicilia ha 'piegato il capo in attesa che passi la piena' seguendo il celebre detto mafioso), perché di uomini e partiti combattivi se n'è persa traccia. Eppoi perché i nostri valori di riferimento sono cambiati: l'egemonia culturale della destra - mentre c'è ancora chi rimesta la vecchia minestra dell'egemonia culturale della sinistra - ha spazzato via i principi fondanti della democrazia repubblicana: l'uguaglianza degli uomini, il riconoscimento di diritti naturali, la fraternità e la solidarietà.
Soprattutto, pietà l'è morta. Guai ai vinti. I vinti, oggi, sono gli ultimi della scala sociale, i poveri e gli immigrati. Per loro c'è carità pelosa (indigna ancora la social card tremontiana) o emarginazione totale. Comunque, non devono farsi né vedere né sentire. Se invece si arrabbiano arriva un ministro dell'Interno a dire che abbiamo tollerato troppo.
Ma cosa abbiamo tollerato, onorevole Maroni? Il caporalato, il lavoro nero, lo sfruttamento feroce, il controllo criminale del territorio, forse? Sì, tutto ciò è stato tollerato troppo a lungo: questo avrebbe dovuto dire, in un paese civile, un ministro della Repubblica.
L'illegalità diffusa e le condizioni inumane in cui è costretta questa nuova 'schiuma della terra' devono invece essere occultate, minimizzate, sopite. Tenute lontane dagli occhi dell'opinione pubblica. Non a caso, con solerzia illuminante, a tre giorni dagli incidenti già venivano demolite le baracche in cui avevano trovato una sistemazione (indecente) le centinaia di lavoratori immigrati. Così si è evitato il rischio che qualche televisione non omologata portasse nelle case immagini dissonanti rispetto alla propaganda governativa.
Il politicamente corretto della destra, la 'neoligua' orwelliana in cui siamo sempre più avvolti, recita che immigrato equivale a reato, diritto ad editto, e fraternità ad animosità.
(14 gennaio 2010)


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