mercoledì 6 gennaio 2010

San Vittore - Milano - L'eterna diatriba della chiusura del carcere

di Luigi Morsello
LETTERA APERTA AL DIRETTORE DE IL CITTADINO DI LODI

Caro Direttore,
mercoledì 30 dicembre 2009 lei ha pubblicato, nella pagina dedicata alle Lettere & Opinioni, una lettera avente ad oggetto: "Carcere. Si affrontino subito le emergenze", firmata da Enzo Lipparini, Associazione Enzo Tortora - Radicali - Milano, con la quale l’autore paventa una iniziativa intesa alla chiusura del carcere di San Vittore, del quale mi sono occupato più di una volta, regnante il direttore ‘storico’ Luigi Pagano e sotto l’attuale (a mio giudizio efficace) direzione.
L’unanime consenso alla chiusura del carcere di San Vittore è stata innescata dalla omelia del cardinale Tettamanzi, che ha denunciato l’insostenibilità della situazione di quell’istituto penitenziario.
Ma già a gennaio 2009 il primo presidente della Corte d’Appello milanese Giuseppe Grechi usò una espressione molto forte: “«A San Vittore si esercita la tortura» (La Repubblica – Milano – 29 gennaio 2009), frase forte, di forte effetto e impatto sulla opinione pubblica, ma del tutto inefficace sul piano delle iniziative concrete; addirittura utopistica laddove viene motivata dall’articolo giornalistico con la necessità di dare una scossa alla realizzazione della cittadella giudiziaria.
Il timore del radicale milanese, storicizzato e contestualizzato nell’attuale situazione di collasso-disastro imminente delle carceri italiane, le cui cause sono molteplici e non indagabili in questa sede, appare infondato, non perché quel carcere sia un fiore all’occhiello dell’amministrazione penitenziaria (il fiore all’occhiello sarebbe il carcere di Bollate, una stridente stonata realtà in un panorama di estremo squallore, che ne elide l’eccellenza, che è tale solo in un panorama confortevole, diversamente è un pugno nello stomaco di tutti gli altri che stanno male e m
alissimo), ma perché, per dirla con Piero Chiara, “Il piatto piange” o con i capocomici di un tempo, “Bambole, non c’è una lira”.
Va ricordato che molti anni fa, nel programma ventennale di edilizia penitenziaria, fu inserito il carcere, costruito per sopprimere il carcere di San Vittore, ma il progetto si rivelò subito fallace perché il c.d. “bacino di utenza” (una espressione terrificante, che dimostra come la lingua italiana può essere piegata ad un uso storpiato) era nel frattempo più che raddoppiato e il carcere di San Vittore restò lì, monumento dell’architettura penitenziaria e realtà sempre operativa.
Allora si decise, sempre per chiudere San Vittore, di costruire un altro carcere, a Bollate, ove, vincendo molte resistenze anche degli ambientalisti ma soprattutto della popolazione locale che non lo gradiva, scioccamente, nel proprio territorio, con una spesa iperbolica di 100 milioni di euro, con una capienza ottimale di circa mille posti letto. Tutti sanno che, costruito per rimpiazzare San Vittore, ciò non è accaduto affatto, anzi è diventato la II^ casa di reclusione di Milano, la I^ è il carcere di Opera.
San Vittore sta sempre lì, eterno e immutabile.
Purtroppo le previsioni, sbagliate o invecchiate precocemente, di carceri al posto di San Vittore, hanno fatto trascurare, nei fatti e magari anche incolpevolmente almeno a livello locale, la necessità di una integrale ristrutturazione, che ne consentisse l’utilizzo solo per gli imputati e fino alla sentenza di I^ grado. Credo che oggi San Vittore abbia almeno un "raggio" (il sistema architettonico dell’800 prevedeva una rotonda centrale e tanti raggi che da essa si dipartivano), ma forse due, che ne diminuiscono la capienza.
Per la mia attuale e finale esperienza direttiva ho maturato la convinzione che San Vittore non deve essere chiuso, ma recuperato con ristrutturazioni e restauri (non escluso l’orrendo muro di cinta, rifacimento a ruota libera dell’originale) per essere adibito ai solo imputati e, come ho detto, fino al giudizio di I^ grado.
Dietro le pulsioni alla chiusura vi sono indubbie pressioni speculative della superficie edilizia che sarebbe recuperata per l'edilizia residenziale nel cuore di Milano, ma San Vittore è un monumento architettonico e come tale deve essere preservato.
Tutte le altre critiche dei radicali di Milano sono fondate: lontananza degli uffici giudiziari (che ovviamente restano in centro), disagi per il personale in servizio non accasermato e i familiari dei detenuti in attesa di giudizio.
Premesso che per la soppressione occorrerebbe costruire un terzo carcere, con una finanza pubblica costretta a raschiare il fondo del barile, il rischio non è nemmeno teorico.


1 commento:

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Strano, fra i più letti ma senza un solo commento.