venerdì 26 marzo 2010

Scalfaro: Italia in acque basse, servono no fermi



Caterina Perniconi

La Costituzione la difendono in pochi a giudicare dall’aula semivuota dell’Università La Sapienza che accoglie la presentazione del libro dell’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. “Quel tintinnar di vendette, una giustizia difficile tra protagonismo dei magistrati e ritorsioni della politica” è una raccolta dei discorsi pronunciati da Scalfaro - curati da Guido Dell’Aquila - nei sette anni trascorsi al Quirinale. L’ultimo, il 1999, è lontano undici anni. Ma per Scalfaro “i temi di allora sono quelli di oggi, anche se adesso le condizioni sono molto più patologiche, perché navighiamo in acque bassissime e maleodoranti”.

Scalfaro, senatore a vita di diritto, era presente quando la Costituzione è stata scritta, e la definisce assolutamente “sacra, che non vuol dire intoccabile, ma che si può migliorare e non stravolgere”. Mai come adesso, infatti, secondo Scalfaro, è “calpestato il principio sacro della legge uguale per tutti. Siamo in un momento in cui si chiede una norma per sé stessi e si protesta se qualcuno non è d’accordo”. Ma il senatore non si ferma e accusa, non proprio velatamente, anche chi il disaccordo non l’ha manifestato: “Quando succedono queste cose, servono dei “no” fermi. Un uomo politico che non sappia dire di no, va buttato via”.

Seduto accanto a lui, Gustavo Zagrebelsky, presidente della Corte Costituzionale, legato affettivamente a Scalfaro da molti anni: “Il ricordo più importante che ho di lui - racconta Zagrebelsky - è del 3 novembre 1993, quando il presidente della Repubblica irruppe con un comunicato ufficiale nella trasmissione dove ero ospite”. Era la prima volta che pronunciava il suo motto, il famoso “non ci sto”, ma anche un’altra frase che suona quanto mai attuale: “Non c’è da temere di fronte alle pressioni esterne - disse Scalfaro rivolto ai magistrati - l’unico che può temerle è chi è ricattabile”.

Zagrebelsky ci ha tenuto a difendere l’operato della magistratura - “meglio un giudice che crede in qualcosa di uno che non crede in nulla e quindi estremamente corruttibile” - e ha ricordato come durante il suo settennato Scalfaro non permise mai di rovesciare la Costituzione: “Nel ‘94, dopo l’avviso di garanzia a Berlusconi, bisognava decidere se sciogliere le Camere, come chiedeva il presidente del Consiglio, o nominare un nuovo governo, come prevedeva la Costituzione. La posta in gioco era elevatissima, ma Scalfaro pensò che se c’era una Carta, andava rispettata. Ciò che dovrebbero pensare tutti i costituzionalisti”.

Scalfaro è ancora convinto che il presidenzialismo sia un errore, e che il ruolo del capo dello Stato sia importantissimo, come garante delle regole e presidente del Consiglio superiore della magistratura.

Perché parlare dei magistrati “come fa il presidente del Consiglio, come un plotone di esecuzione - dice Scalfaro - definirli talebani significa fare dichiarazioni di guerra. Con questo clima non si farà una vera riforma della giustizia ma solo un’azione punitiva”. Per Scalfaro, infatti, alcune cose sbagliate ci sono: secondo lui è importante regolare l’uscita dalla magistratura per passare alla politica, l’uso delle intercettazioni, “importantissime per le indagini ma pericolose sui giornali” e tornare a dar valore ad un avviso di garanzia senza strumentalizzarlo: “Dopo un avviso si dimisero sette ministri nel mio settennato. Oggi la prima cosa che dicono è : ma io non mi dimetto. C’è molto affetto per le sedie”.

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