

Prima toni duri, quasi sprezzanti e la sensazione che i margini per ricucire con Fini siano molto risicati: "Se vuoi andare, vai". Poi, in serata, alla fine dell'ufficio di presidenza, Silvio Berlusconi cambia strada. Parole e accenti diventano quasi un commosso appello. Il Cavaliere mette da parte invettive e minacce e prova con la mozione degli affetti: "Invito Fini a desistere dai gruppi autonomi e a continuare insieme la nostra avventura... Sono certo che le incomprensioni saranno superate". Sul piatto, il Cavaliere mette la promessa di un congresso straordinario tra un anno e mezzo.
Ma lo stesso Berlusconi non deve essere certo di una chiusura positiva perché, proseguendo il suo discorso di chiusura del vertice Pdl, ridisegna anche scenari più cupi: "Mi aspetto una risposta positiva da Fini, ma se fa i gruppi la scissione è inevitabile". E il premier ricorda due cose che piacciono pochissimo al suo interlocutore: lo spauracchio di elezioni anticipate ("Noi vogliamo evitarle, ma...") e la minaccia che già ieri aveva tirato fuori e che era poi stata smentita dai suoi: "Se fa dei gruppi suoi, non può continuare ad essere il presidente della Camera".
Insomma, una giornata di passione nel Pdl. Difficile ipotizzare come andrà a finire. Come ha detto La Russa, c'è tempo fino a martedì. Adesso, le carte sono quasi tutte sul tavolo. Berlusconi promette un accordo forte per superare le incomprensioni anche se (a parte il congresso e l'affermazione un po' apodittica che il Pdl non è condizionato dalla Lega Nord) non ha spiegato come intende sostanziare la promessa. La palla, dunque, è a Fini che potrebbe andare a vedere e prender per buone le promesse (già accaduto altre volte senza molti risultati) oppure decidere che le assicurazioni del premier non sono sufficienti e mancano di chiarezza. In questo caso, la formazione dei nuovi gruppi sarebbe quasi inevitabile. Il Cavaliere, è chiaro, non la prenderebbe bene. Elezioni anticipate e scissione nel Pdl diventerebbero scenari probabili.
La giornata in altalena. Il premier, in mattinata, minimizza: "Sono piccoli problemi interni ad una forza politica". Poi, nella prima parte della riunione dell'ufficio di presidenza del Pdl (Fini ha fatto sapere di aver apprezzato la convocazione del gruppo dirigente del partito), respinge tutte le critiche di Fini sull'egemonia della Lega e taglia corto: "Ho provato a dissuaderlo, ma Fini vuole fare i gruppi autonomi. Se vuole farlo se ne assume la responsabilità". E ancora: "La verità è che alla base di tutto non c'è un problema politico". Frasi lontanissime da ogni volontà di chiarimento. Al punto che anche Umberto Bossi si dice preoccupato: "Non ho certezze, ma temo che la cosa non si rimetterà a posto. In caso di rottura ci sono le elezioni". E a questo proposito il presidente del Senato Renato Schifani torna a ripetere che, in caso di crisi, bisognerebbe tornare al voto. E lo fa nonostante queste sue parole abbiano già creato imbarazzo con il Colle (a cui spetta la decisione in caso di crisi di governo). "Rispetto il Quirinale ma resto della mia idea - dice Schifani che potrebbe partecipare alla direzione di martedì - La creazione di gruppi autonomi creerebbe fibrillazione ed una divisione del progetto di maggioranza". Più tardi, prima dell'ultimo discorso di Berlusconi, il ministro della Difesa Ignazio La Russa comunica che il premier "ha voluto illustrare all'ufficio di presidenza il colloquio avuto ieri con Fini, ma non era prevista oggi nessuna conclusione o reazione da parte dell'ufficio di presidenza" perché "le opinioni stanno venendo, ci si ferma, come detto c'è tempo fino a lunedì o martedì".
Berlusconi non arretra. Durante l'ufficio di presidenza, Berlusconi è intervenuto più volte rispondendo un po' a tutti. Questo, in sintesi, il suo ragionamento riferito da chi c'era: "Io non mi riconosco in nessuna accusa. I progetti di riforma non sono nati certamente in una riunione conviviale con la Lega. Di riforme si è discusso nell'ufficio di presidenza". Ed ancora: "Non sono affatto succube delle posizioni di Bossi. Io certamente non mi sono defilato, anzi al contrario di altri ho fatto campagna elettorale. Fini non si riconosce più in La Russa e Gasparri? E allora significa che non è più titolare della quota del 30% che spetta ad An. Se vuole occuparsi del partito lo può fare, c'è il posto di La Russa...". Il premier avrebbe ribadito che "i problemi che evoca Fini non esistono e che Fini che non vuole contarsi negli organi democratici così come succede in ogni partito. La minoranza dovrebbe accettare ciò che viene deciso. Se poi vuole fare l'anti Berlusconi, allora buona fortuna. Vuole fare gruppi autonomi? Chiaramente questa è una scissione". Parole che l'ufficio stampa del Pdl prova a smorzare: "Berlusconi ha raccontato in modo asettico l'incontro di ieri e poi ha aperto la discussione all'interno dell'ufficio politico".
I finiani si organizzano. Una ventina di senatori vicini al presidente della Camera si incontreranno domani a pranzo per fare il punto sulla situazione del Pdl anche in vista della direzione di giovedì prossimo del partito e della riunione dei parlamentari ex An alla Camera martedì prossimo con Fini. All'ordine del giorno l'ipotesi di gruppi autonomi dell'area in Parlamento.
Bersani. Le tensioni tra Berlusconi e Fini dipendono dal fatto che il premier, nel famoso "predellino", abbia fatto "un patto con Bossi e non con Fini" dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Per quanto riguarda le ipotesi future, per Bersani "parlare di elezioni anticipate è una pazzi", ma "pensare di andare avanti così è un'illusione, non è possibile perchè il sistema politico non regge".
Il Secolo con Fini. Questa mattina Il Secolo d'Italia si è schierato con il presidente della Camera. Il pensiero del quotidiano è affidato comunque all'editoriale di prima pagina della direttrice Flavia Perina ("Ora si gioca a carte scoperte"). "Non è solo la partita delle riforme, non è solo il rapporto con la Lega, il Sud, lo sviluppo, il diritto al dibattito interno, l'irritazione per certe esibizioni cesariste. Non è più - aggiunge la Perina - la tanto celebrata differenza antropologica tra il tycoon che si è fatto premier e l'ex-ragazzo di Bologna che fa politica dall'adolescenza. Nel gioco a carte scoperte che ieri si è aperto nel Pdl, dopo un anno di schermaglie e mezze verità, c'è un elemento poco valutato dei media e che invece conta moltissimo: la sensazione che senza un atto di 'rupture', di autentica discontinuità nel modus operandi del partito e della maggioranza, i prossimi tre anni possano segnare la fine della storia della destra italiana, sostituita da un generico sloganismo e dall'ottimismo dei desideri in luogo dell'antico ottimismo della volontà". Anche l'Avvenire commenta lo scontro tra Berlusconi e Fini. "Comunque vada a finire - si legge sul quotidiano dei vescovi - è chiaro che la navigazione nell'ultima fase della legislatura, che appariva abbastanza tranquilla dopo l'esito delle elezioni regionali e amministrative, ritorna in acque assai agitate".
(16 aprile 2010)

2 commenti:
e speriamo che sia la volta buona!!
IO DICO CHE FINI NON CEDE E NEMMENO BERLUSCONI. CHI DI LORO DUE DOVESSE CEDERE E' FREGATO.
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