

Bossi sostiene che con lui le banche diventeranno generose
Non succederà mai, ma intanto ottiene consensi e potere
di Gianni Barbacetto
Quando lo facevano la Dc e il Psi (senza dirlo), era lottizzazione, era “Roma ladrona”. Ora che lo fa la Lega (rivendicandolo), è cosa buona e giusta. Spartizione e occupazione delle poltrone nelle istituzioni, negli enti, nelle società, alla Rai... E ora anche negli istituti di credito: “Chi è intelligente ha capito che abbiamo vinto tutto e fatalmente ci toccherà anche una fetta di banche”. Così ha ribadito ieri Umberto Bossi, dimostrando che le dichiarazioni del giorno prima (“È chiaro che le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice prendetevi le banche e noi lo faremo”) non erano state un incidente, non gli erano sfuggite di bocca. Se l’ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù, la seconda Repubblica dell’ipocrisia fa volentieri a meno, esalta il vizio e si vanta di ciò che la prima ipocritamente cercava almeno di nascondere.
L’OMBRELLO. A chi ieri gli ha fatto osservare che allora la Lega fa come gli altri partiti, partecipa allo stesso sistema di potere, il leader del Carroccio ha risposto: “Fino a ora è andata avanti così, non vedo perché dobbiamo cambiare le regole proprio quando vince la Lega. Tò...”. E segue gesto dell’ombrello. “Lo ha detto la gente che adesso tocca a noi”. Bossi non riesce nemmeno a immaginare che l’occupazione politica di posti, che andrebbero invece assegnati almeno con il criterio della competenza, può danneggiarle, le banche. Eppure lo ha toccato con mano, quando il suo partito si è imbarcato, per ben due volte, nell’avventura della “banca padana”. La prima è stata quella fai-da-te, la Credieuronord, naufragata in un paio d’anni dopo aver bruciato quasi l’intero capitale sociale e aver gettato nella disperazione i tanti militanti leghisti che, credendo alle promesse dei loro capi, vi avevano investito i loro risparmi. La seconda è stata quella affidata a Gianpiero Fiorani, con il suo assalto ad Antonveneta, finito con l’arrivo della polizia giudiziaria e la contestazione di un lungo elenco di reati.
IL TENTATIVO DI GIULIO.
Non c’è il due senza il tre. E ora la Lega è convinta di aver imboccato finalmente la strada giusta: l’occupazione delle poltrone che spettano agli enti locali (leghisti) nelle Fondazioni che controllano grandi banche del nord come Unicredit e Intesa-Sanpaolo. Gli uomini del Carroccio hanno di colpo trovato la via per arrivare al cuore del sistema, senza più svenarsi in imprese fallimentari come improbabili banchette padane o avventurose scalate dei furbetti di turno. Se a Giulio Tremonti, guru silenzioso delle manovre leghiste nella finanza, fosse riuscita la sua “riforma”, oggi gli enti locali, cioè i partiti, avrebbero a disposizione addirittura il 75 per cento dei posti sulla plancia di comando delle Fondazioni. Invece la Lega dovrà accontentarsi di quel che è rimasto, che comunque non è poco e s’avvicina al 60 per cento.
Come lo utilizzerà? Per obbligare le banche a “stare vicine al territorio”, cioè a “dare i soldi agli imprenditori del nord”. C’era una volta la banca il cui fine era “creare valore per gli azionisti”. Ora trionfa, almeno nelle intenzioni di Bossi, la banca che finanzia i piccoli, che allarga i cordoni della borsa. Anche a rischio di vedere impennarsi i tassi d’insolvenza, già alti anche nel nord battuto dalla crisi.
Diventerà realtà la banca che piace a Bossi, attenta “al territorio” e soprattutto prodiga e generosa fino ad avere le mani bucate? Non è detto. L’esperienza insegna che, da una parte, banche e Fondazioni hanno qualche strumento e qualche filtro per resistere alle imposizioni più grossolane della politica, come ha cercato di spiegare ieri a Bossi Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo. Anche se questa speranza vacilla non appena si sentono dichiarazioni come quelle del ministro Claudio Scajola (“Teniamo la politica il più lontano possibile dal sistema finanziario, facciamo solo il bene dell’Italia e degli italiani”) o di Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit (“Bossi vuole fare un’opa? Il mercato è contendibile”). D’altra parte, è dimostrato che i leghisti insediati in qualche poltrona di peso (vedi l’ex senatore Dario Fruscio all’Eni) non sono capaci neppure di fare grandi danni.
PARTITO DEI PICCOLI. Ma intanto i proclami di Bossi hanno un effetto certo: quello propagandistico di accreditare la Lega come unico partito davvero attento i “piccoli”, a chi fa impresa, a chi rischia con il suo lavoro e oggi si trova davanti banche arcigne e chiuse. Il messaggio è: noi del Carroccio trasformeremo le banche in fatine benefiche.
O, vista da un’altra angolazione, in una nuova greppia del nord (come le erogazioni di fondi volute dalla Lega, dalla restituzione delle quote latte in giù, secondo la lettura che ne da l’economista Tito Boeri). Ma è quasi del tutto propaganda, un robusto spot, più che una promessa da mantenere.
LE FONDAZIONI. Nella concretezza, però, un effetto Bossi lo potrà ottenere, con l’occupazione militare delle Fondazioni: i suoi uomini avranno voce in capitolo nelle loro decisioni di spesa. E sono tanti soldi. Dunque accresceranno potere e consenso. Per carità, non inventano nulla: lo facevano (anzi lo fanno) anche i democristiani. E lo fa anche la sinistra: basta guardare quel che succede a Siena. Il Monte dei Paschi non è solo la più antica banca del mondo, è anche la più grande azienda della città, con una maggioranza blindata nelle mani della Fondazione Montepaschi, controllata dal Comune di Siena (che nomina otto dei suoi 16 “deputati generali”) e dalla Provincia (che ne nomina cinque). E la Fondazione, oltre a controllare la banca, è la grande benefattrice di Siena: non c’è iniziativa culturale, ricreativa, di volontariato – dalle mostre più prestigiose all’ultima scuola locale di tango – che non sia generosamente finanziata dalla Fondazione. Certo, il “rosso” Montepaschi può permettersi però di ricordare il suo gran rifiuto: benché controllato dai Ds, nel 2005 respinse gli ordini di scuderia di Massimo D’Alema e Piero Fassino e restò fuori dalla scalata di Giovanni Consorte a Bnl. È pensabile che qualcuno della Lega dica di no a Bossi? Si dovrebbe chiederlo a Giancarlo Giorgetti, l’uomo della finanza nel Carroccio, forte di un solido rapporto con Giulio Tremonti e di un’antica consuetudine con Massimo Ponzellini, presidente della Banca popolare di Milano. Ma è chiaro che si tratta di una domanda retorica.

Nessun commento:
Posta un commento