martedì 15 giugno 2010

Berlusconi irritato: "E' un voltafaccia"


UGO MAGRI

Il Pdl insiste, e che altro potrebbe fare? Arrendersi senza combattere? Se non altro, deve salvare la faccia. Non si possono rinviare all’autunno le intercettazioni dopo tutto il diavolo a quattro. Ecco perché Cicchitto e Gasparri tornano alla carica con Fini, «la legge va approvata senza ulteriori rinvii, già se n’è discusso abbastanza»... Ed è normale che al presidente della Camera venga rinfacciato l’accordo di sette giorni fa, quando l’Ufficio di presidenza del partito decise (tutti d’accordo) di procedere col testo che ai finiani adesso va stretto. Berlusconi è rintanato nella villa di Arcore, reduce dalla doppia trasferta domenicale in Bulgaria e in Libia (a Milano è sbarcato alle quattro del mattino).

Lo raccontano irritato, alcuni sostengono fuori di sé contro il «voltafaccia» del cofondatore, e giurano che questa è la prova, con Fini stipulare intese è impossibile perché lui se le rimangia sotto la pressione del Quirinale e della sinistra. Dove Bersani annuncia che, in caso di forzatura, il Pdl «non sa a cosa va incontro». E Di Pietro già indica il sito web internazionale su cui verranno pubblicate le intercettazioni fuorilegge. Dunque Costa, capogruppo berlusconiano nella commissione giustizia della Camera, si batterà come un leone per mettere le intercettazioni all’ordine del giorno. E Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, userà tutte le armi concesse dai Regolamenti per portare subito la legge in Aula, e approvarla così com’è magari grazie a un voto di fiducia. Ma sono assalti senza speranza: sul calendario dei lavori l’ultima parola spetta al Presidente che, protesta Osvaldo Napoli, fa un uso molto politico e poco istituzionale dei suoi poteri.

Già si conosce la risposta di Fini: per le intercettazioni non c’è fretta, prima si discuta la manovra dei sacrifici, quella sì che è davvero urgente. Quindici giorni se ne andranno dunque sulle misure economiche. E a fine luglio Berlusconi, con il suo stato maggiore, si troverà di fronte al dilemma: affrontare lo scontro in aula con una quota di deputati che pensano già alle vacanze, o rinviare davvero tutto a settembre, dando l’impressione di cedere a Fini? Sfidare il presidente della Camera fino al punto di mettere la fiducia, o affrontare il «Vietnam» delle votazioni articolo per articolo? Un bel pasticcio. Che qualche libero pensatore dell’entourage berlusconiano non fatica ad ammettere. Individuando pure il peccato d’origine, vale a dire l’incapacità del Cavaliere di definire una linea chiara e coerente nei confronti di Fini (ma pure di Tremonti, ma pure di Casini).

Se si vuole la pace, pace. Se dev’essere guerra, guerra. Non questa condizione di perenne malsano equivoco, in cui la testa suggerisce al premier l’urgenza di una tregua e la pancia gli vieta di firmarla. Per settimane Letta e Verdini, incaricati della trattativa con Fini, hanno atteso il via libera dal leader, mai arrivata però. E da giorni sul tavolo di Berlusconi ci sono alcuni fogli divisi per argomenti: le intercettazioni, la giustizia, le riforme, il partito... Sono le basi della possibile intesa dentro il partito. Di sicuro Gianfranco ha dato il suo benestare, manca quello di Silvio. Il quale ci pensa su, tergiversa, perché come ogni accordo pure quello con Fini comporta delle rinunce, e Berlusconi rifiuta di pagare il prezzo. Nello stesso tempo, esita a sferrare l’offensiva finale. Qualcuno dei più assatanati tra i suoi scommette che il Cavaliere perderà la pazienza. E se Fini rinvierà l’approvazione della legge, lui convocherà gli organi del partito per accusarlo di alto tradimento. L’umore, ieri sera, era battagliero. Domani nessuno può dirlo.

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