

| CARLO FEDERICO GROSSO | |
Ancor prima che la nuova disciplina delle intercettazioni abbia raggiunto l'esito auspicato da governo e maggioranza con la sua approvazione definitiva, il Guardasigilli Alfano ha lanciato una nuova minaccia. A settembre, ha dichiarato l'altro ieri, sarà presentato un progetto di riforma costituzionale della giustizia che coinvolgerà il suo assetto istituzionale: separazione delle carriere, doppio Csm, nuovo meccanismo disciplinare, nuova disciplina dell'ufficio del pubblico ministero. Si tratta di idee che erano già ripetutamente circolate nei mesi scorsi, per cui non stupisce che siano state ancora una volta ribadite, anche se è la prima volta che il ministro s'impegna apertamente nell'indicare contenuti e tempi del progetto. Il progetto, nel suo complesso, mi piace poco. Un profilo, comunque, mi preoccupa particolarmente. C'è il rischio che la riforma che si prospetta determini un indebolimento molto forte, e per questa ragione inaccettabile, dell'ordine giudiziario, incidendo, in particolare, sull'indipendenza degli uffici del pubblico ministero. Di questo profilo il Guardasigilli non ha parlato espressamente. Ne ha parlato tuttavia il giorno prima il presidente del Consiglio, evocando non a caso il sistema francese, che distingue il giudice dai pubblici ministeri e sottopone questi ultimi ad un rilevante condizionamento del ministero della Giustizia. Per rendersi conto della consistenza del pericolo, è d'altronde sufficiente considerare taluni dei profili che caratterizzano la riforma che s'ipotizza. Si pensa, ad esempio, di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, creando due distinti Csm, quello dei giudici presieduto dal Presidente della Repubblica e quello dei pubblici ministeri presieduto dal procuratore generale della Cassazione; s'ipotizza d'incrementare la percentuale della componente non togata dei due Csm a scapito di quella togata, aumentando in questo modo il livello del potenziale condizionamento politico di tale istituzione; si prefigura di modificare i rapporti fra pubblici ministeri e polizia giudiziaria nella fase della conduzione iniziale delle indagini, sottraendo alle procure della Repubblica ogni potere d'iniziativa o pungolo. Che altro significa, tutto questo, se non, appunto, condizionare, ridurre, spezzettare, indebolire, soprattutto l'ufficio del pubblico ministero? Emblematica mi sembra d'altronde, in particolare, l'idea di creare due Csm, uno soltanto dei quali ancora presieduto dal Presidente della Repubblica. Come è noto, la presidenza del Capo dello Stato è simbolo di autorevolezza e di caratura costituzionale dell'organo di autogoverno della magistratura. Mutare la presidenza, ed assegnarla ad una, sia pure elevata, autorità dell'ordine giudiziario, significherebbe degradare comunque il Consiglio. Da organo di rilevanza costituzionale esso sarebbe inevitabilmente trasformato in normale istituzione dello Stato, in quanto tale normalmente aggredibile. Si pensi, allora, a che cosa significhi, specificamente, stabilire che il Csm dei giudici mantiene intatta l'aureola di organo di rilevanza costituzionale, quello dei pubblici ministeri viene invece privato della medesima autorevolezza. Sarebbe la premessa perché i pubblici ministeri, trasformati in normale istituzione, siano «normalmente» assimilati a tutte le altre amministrazioni pubbliche: non siano più «potere dello Stato», ma si trasformino in ordinaria pubblica burocrazia, in questa prospettiva «ordinariamente» soggetti al controllo del ministero di riferimento. Che cos'altro può significare, d'altronde, la circostanza che si prefiguri, fra l'altro, una nuova normativa costituzionale in forza della quale i giudici (non più tutti i magistrati) resteranno un «ordine autonomo ed indipendente da ogni potere», mentre i pubblici ministeri, semplicemente, «eserciteranno l'azione penale secondo le modalità stabilite dalla legge»? Se la legge, successivamente all'eventuale entrata in vigore del nuovo testo costituzionale, dovesse stabilire che l'esercizio dell'azione penale, quantomeno in certi casi, è subordinato all'assenso del ministro, nessuno, sul terreno della legalità formale, potrebbe più obbiettare alcunché. Per il momento ci troviamo, fortunatamente, ancora sul piano delle parole, degli intenti, delle ipotesi. Nessun progetto articolato è stato reso noto, nessun organo dello Stato ha, fino ad ora, approvato alcunché. Nei giorni scorsi abbiamo, tuttavia, assistito con sgomento a che cosa è accaduto in materia d'intercettazioni. A bloccare un disegno di legge eversivo perché brutalizza nel contempo giustizia e informazione, e perché infrange due cardini del sistema costituzionale, non sono servite critiche, proteste, appelli e mobilitazioni. Governo e maggioranza hanno proseguito imperterriti per la loro strada. Ecco perché in materia di riforma costituzionale della giustizia, nonostante ci si trovi per ora soltanto di fronte alle parole di un ministro, il nuovo pericolo dev'essere comunque immediatamente avvertito e messo a fuoco, e la mobilitazione cominciare. Non si vorrebbe infatti che, dopo un'eventuale definitiva approvazione, a luglio, della legge sulle intercettazioni, una nuova forzatura dello Stato di diritto voluta dalla maggioranza scardini definitivamente i capisaldi della divisione dei poteri e del sistema dei controlli. Magari, questa volta, con la complicità compiacente di qualche settore dell’opposizione. | |

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