sabato 12 giugno 2010

Gasparri e altre porcate: quei no dei presidenti


DA COSSIGA A CIAMPI: I RINVII ALLE CAMERE E LE LEGGI “BLOCCATE” DAL QUIRINALE

di Paola Zanca

Parlare a vanvera significa dire delle cose a casaccio, senza senso. Significa aprire bocca senza sapere quello che si dice. Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Antonio Di Pietro parla “a vanvera” quando gli chiede di “non firmare” il disegno di legge sulle intercettazioni. Secondo l’articolo 74 della Costituzione, il presidente può rinviare una legge, ed è costretto a firmare solo se le Camere la approvano nuovamente.

Per non parlare a vanvera, è utile ripercorrere gli ultimi trent'anni della storia della nostra Repubblica. Giusto per capire se la richiesta di Di Pietro è davvero da sciroccati.

La strada è in discesa: dal 1985 al '92, Francesco Cossiga dal Quirinale rinvia alle Camere 22 future leggi. Dall’amianto all'obiezione di coscienza, dal personale militare delle capitanerie di porto all'edilizia scolastica, dal decreto sull'Iva fino a quello sui requisiti per l'iscrizione all'albo dei periti e dei ragionieri. Solo nel 1991 ne rinvia cinque, praticamente una ogni due mesi. Altre quattro solo tra gennaio e febbraio del '92. Certo, si dirà, Cossiga non ne faceva passare mezza, non per niente lo chiamavano “il picconatore”.

Ma anche chi è salito al Colle dopo di lui, i poteri dell'articolo 74 li ha usati eccome. Oscar Luigi Scalfaro, presidente della Repubblica dal '92 al '99, lo fa per sei volte. A marzo del 1998, per esempio, rispedisce al mittente la legge sul finanziamento ai partiti. Manca la copertura finanziaria, e il Parlamento la riapprova ad aprile, con le modifiche necessarie.

I rinvii più clamorosi, se non altro perchè hanno per oggetto temi cari al presidente del Consiglio, sono quelli di Carlo Azeglio Ciampi. Al Quirinale dal '99 al 2006, l'ex Capo dello Stato chiede alle Camere di rimettersi al lavoro per otto volte. Non solo sulle norme per l'organizzazione del personale sanitario o sulle disposizioni per superare lo stato di crisi del settore zootecnico, ma soprattutto sulla legge Gasparri, sulla “Ciramina”, sulla legge Pecorella. A novembre del 2002 ferma le norme sull'incompatibilità dei consiglieri generali. Un testo di legge lungo solo quattro righe, ma subito ribattezzato “Ciramina”: perchè come la “madre”, fatta per salvare Cesare Previti, questa serviva a tenere buono il posto in regione di un consigliere campano, condannato solo dopo l'elezione e dunque, secondo il legislatore, “compatibile” con l'incarico. Ciampi la rinvia alle Camere, la legge torna in commissione, e muore lì. Il 15 dicembre 2003 rispedisce indietro la legge Gasparri, sull'assetto del sistema radiotelevisivo: non si può far slittare sine die il passaggio di Rete4 sul satellite e la distribuzione delle risorse pubblicitarie non può determinare “la formazione di posizioni dominanti”, che arrecano “grave pregiudizio” alla libertà di informazione. Come racconta Eugenio Scalfari, Ciampi arriva allo scontro diretto con Berlusconi, ma non cambia idea.

La questione di Rete4 viene poi aggirata con un decreto ad hoc, mentre la Gasparri finisce nel mirino della Commissione europea. Sempre Ciampi, a dicembre del 2004 rimanda alle Camere la riforma dell'ordinamento giudiziario voluta dall'allora ministro Castelli. Contro quella legge hanno scioperato, per ragioni diverse, sia i magistrati che gli avvocati penalisti. Il presidente la boccia, per gli evidenti limiti all'indipendenza della magistratura che avrebbe comportato. Castelli è costretto a fare marcia indietro e ad “accettare in toto le osservazioni del Presidente”. La riforma viene poi sostituita, nemmeno un anno dopo, dalla riforma Mastella. A gennaio del 2006 dice no anche alla legge promossa dall'onorevole Pecorella, avvocato del premier, che voleva togliere la possibilità di fare appello contro le sentenze di assoluzione in primo grado. Palesemente incostituzionale, come confermato nel 2007 da una sentenza della Consulta. Nemmeno Napolitano deve essere convinto che “non firmare” non abbia senso. Lo fa anche lui, a febbraio dell’anno scorso, quando rifiuta di firmare il decreto del governo su Eluana. E il 31 marzo del 2010 rimanda alle Camere il ddl sull'arbitrato: grazie a quel no, un neo-assunto non deve più promettere di non rivolgersi mai ad un giudice. E ancora un mese fa, con i tagli alla cultura del decreto Bondi. Le maestranze della Scala urlano al Presidente: “Non firmare!”. Lui, quella volta, non le chiama parole a vanvera.

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