sabato 12 giugno 2010

Il Pd si mette la mimetica: “Alla Camera sarà il Vietnam”


di Sara Nicoli

Un “Vietnam”. Dove “ci sarà da combattere”. Il Pd si mette l’elmetto e parte alla guerra della Camera per cambiare il ddl intercettazioni. Ma senza arrivare all’azione plateale che, invece, annuncia Di Pietro: “Come abbiamo fatto al Senato, faremo alla Camera; sarà occupazione”.

Il fronte “del fuoco” dell’opposizione non è dunque compatto, ma quel che sembra certo è che per la maggioranza arrivare ad una approvazione rapida della legge che è uscita dal Senato così come vuole Berlusconi (entro la fine di luglio) potrebbe non essere una passeggiata. Anzi, sarà un vero “Vietnam”, promette Enrico Letta, perché “faremo di tutto per cambiare il provvedimento”.

“La sinistra – gli ha replicato seccato Alfano – ha solo uno scopo, ignorare il diritto alla privacy dei cittadini”. “Io Letta nei panni del vietcong non ce lo vedo – sogghignava ieri Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera – bisogna avere il senso del ridicolo per evocare il Vietnam”.

“Non mi pare una bella espressione – sottolineava invece il ministro Maroni – abbiamo tutti dei bruttissimi ricordi…”. Ecco, quello che vorrebbe fare il Pd sarebbe di far diventare la battaglia sul ddl intercettazioni un ricordo pessimo per il Pdl. E l’ostruzionismo, in qualche modo, è già cominciato. Con le buone, nel pieno rispetto dei “rapporti istituzionali”.

Mentre Romano Prodi si dichiarava “preoccupatissimo, perché la democrazia sta entrando in sofferenza, respira male”, Dario Franceschini prendeva carta e penna e scriveva a Fini (e anche a Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia) avvertendo che il Pd, alla Camera, non accetterà “nessuna forzatura” sui tempi: “Secondo il regolamento il provvedimento deve essere discusso per almeno due mesi e che il contingentamento dei tempi possa avvenire solo dopo un mese di discussione”.

Dunque, prima di settembre niente aula. A meno che Fini, con una decisione “monocratica” non decida di cambiare il calendario trimestrale senza l’avvallo della conferenza dei capigruppo. Che farà?

Al presidente della Camera il ddl non piace. Per lui, come per Montezemolo, quello che è uscito dal Senato è un “brutto testo”. Ma non può rompere l’accordo fatto con Berlusconi al Senato, pur avendo fatto lanciare, attraverso Italo Bocchino, un segnale al Quirinale, quasi a chiedere di “pronunciarsi” per consentire ai finiani di rompere e chiedere un miglioramento.

Il presidente non prende posizione, come d’altra parte ha sentito il dovere di ribadire ieri anche Schifani (“Non tirare per la giacca il capo dello Stato”). Non vuole correre il rischio di vedersi affibbiare dal centrodestra l’appellativo di “ghost writer” della legge per aver preteso cambiamenti in corso d’opera.

L’intervento del Colle, insomma, riguarderà solo la firma e nel Pdl sanno che questa potrebbe non arrivare. D’altra parte, Fini vuole anche ottenere una maggiore forza contrattuale con il Cavaliere (c’è in ballo il tentativo di ridimensionare l’asse Lega Tremonti) e quindi il patto terrà. “Fini non tradirà – si dice nel Pdl – ben sapendo che non ci saranno ritocchi”.

Nonostante il “Vietnam” che minaccia il Pd e l’occupazione di Di Pietro, la richiesta di fiducia alla Camera potrebbe arrivare all’ingresso stesso del ddl in commissione Giustizia. In questo modo anche la via della pressione “regolamentare” messa in atto da Franceschini diventerebbe una pallottola spuntata: Fini sarebbe “costretto” a portare il ddl in aula e a farlo votare rapidamente.

“Ritengo scandaloso che si voglia ricorrere nuovamente alla fiducia – sostiene il senatore Pd Luigi Zanda – credo che Berlusconi debba stare attento; rischia grosso a violentare la sua maggioranza in questo modo”.

Il Pdl ha 100 deputati in più dell’opposizione. E quando ci sarà da votare la fiducia, c’è da giurare che non mancherà nessuno.

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