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Lui cede e promette: sì, vado
di Gianni Barbacetto
Niccolò Ghedini, parlamentare Pdl e avvocato di Silvio Berlusconi, entra ufficialmente tra i protagonisti del Watergate italiano. La vicenda è quella della telefonata del luglio 2005 tra Piero Fassino e Giovanni Consorte (“Allora, siamo padroni di una banca?”): un’intercettazione trafugata quando era ancora segreta e finita il 31 dicembre 2005 sul Giornale di Paolo Berlusconi.
Fu l’inizio di un’offensiva mediatica che innescò la rimonta del centrodestra in una tornata elettorale che, secondo tutti i sondaggi, Silvio Berlusconi avrebbe dovuto perdere. Ora il pubblico ministero milanese titolare dell’indagine, Massimo Meroni, aveva chiesto l’accompagnamento coatto in procura di Ghedini, chiamato a rispondere come testimone sulla vicenda di quell’intercettazione trafugata e dei ricatti messi in atto dai suoi protagonisti. Meroni ha revocato ieri la richiesta, solo dopo aver incassato la disponibilità dell’avvocato a presentarsi spontaneamente. Sono mesi, infatti, che il magistrato cerca di convocarlo, ma l’avvocato si è sempre rifiutato di venire in procura. In questi casi, un testimone “normale” viene accompagnato davanti al magistrato dai carabinieri. Ghedini, però, è un parlamentare: così Meroni aveva dovuto inoltrare la richiesta di accompagnamento forzato alla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera. Il suo presidente, Pierluigi Castagnetti (Pd), l’aveva convocata per oggi. Ma Ghedini è insorto: “La richiesta di accompagnamento coattivo inviata dal dottor Meroni è totalmente infondata ed erronea. Il magistrato mi aveva infatti citato come teste, dopo alcuni rinvii ritenuti ovviamente legittimi, per il giorno 8 febbraio 2010. Tempestivamente comunicavo che per quel giorno non mi era possibile presenziare, poiché impegnato per esami clinici presso l’ospedale San Raffaele. Facevo altresì presente che non ritenevo possibile una mia citazione quale testimone, poiché ero difensore in quel procedimento, vincolato dal segreto, così come attestato anche dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Milano”. Ieri Ghedini ha comunque assicurato che “è ovvio che vi è la massima disponibilità ad andare in procura a verbalizzare l’impossibilità di rendere testimonianza”. La procura di Milano ha deciso di non forzare, sospendendo la richiesta. Resta però aperto il braccio di ferro con Ghedini. Innescato dalle dichiarazioni di un amico ed ex socio di Paolo Berlusconi, Fabrizio Favata, arrestato il 25 maggio scorso. Favata sostiene di aver consegnato l’intercettazione segreta ai fratelli Berlusconi proprio la vigilia di Natale del 2005. A procurare il file proibito sarebbe stato Roberto Raffaelli, il titolare dell’azienda Rcs che forniva alla procura di Milano le macchine e i programmi per realizzare le intercettazioni telefoniche. Raffaelli avrebbe poi pagato a Favata 300mila euro, per convincerlo a non raccontare in giro la storia dell’intercettazione: per questo Favata è stato arrestato, con l’accusa di estorsione.
Ma Favata racconta anche i suoi contatti con Ghedini. Per mesi e mesi ha assediato l’avvocato, chiedendogli soldi in cambio del suo silenzio. E secondo la ricostruzione del gip di Milano che ha disposto l’arresto, Raffaelli “ha deciso di sostenere da solo il prezzo del ricatto”, dopo che Ghedini aveva rifiutato le pretese di Favata. Per questo la procura ritiene essenziale che l’avvocato venga a raccontare la sua versione dei fatti. È vero che ha subìto le richieste di Favata? Perché non lo ha mai denunciato?
Pur di non rispondere al pm come testimone, con l’obbligo di dire la verità, Ghedini ha fatto melina: da febbraio evita di presentarsi davanti a Meroni. Non c’è soltanto l’impedimento medico certificato dal San Raffaele; ci sono anche due provvidenziali nomine come legale di persona offesa, che gli sarebbero state firmate nel luglio 2006 da Paolo Berlusconi e nell’ottobre 2006 da Silvio. Anche per indagini difensive “in merito a tale Favata”. Con un anticipo di ben quattro anni sugli avvenimenti maturati in questi mesi: una preveggenza degna più di un mago che di un principe del Foro.

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