

Caro direttore,
venerdì il Corriere della Sera mi ha riservato per la prima volta nella mia ormai lunga vita politica, in cui ho fatto cose importanti (come ad esempio vincere tre referendum), una citazione in prima pagina. Lo ha fatto Claudio Magris nel suo editoriale, indicandomi come esempio paradigmatico di «politica dell'insulto». La mia colpa sarebbe aver detto— in una provocatoria intervista a Luca Telese per Il Fatto Quotidiano(intervistatore e giornale sono il contesto in cui comprendere il testo di una intervista, mi scuso per il riferimento alla linguistica strutturale)— che nei confronti di Fini si sarebbe dovuto ricorrere al «trattamento Boffo».
Ho spiegato in una intervista a Il Giornale di soli due giorni successiva alla prima il senso della provocazione: ricordare a chiunque faccia la predica ad altri che deve essere più che specchiato. Perché, a mio avviso, non è saggio ergersi a censori dei costumi altrui con intransigenza non giustificata, mentre è più prudente attenersi all'evangelico precetto secondo il quale «chi è senza peccato scagli la prima pietra». Non era certo mio intendimento invocare l'uso di documenti falsi nei confronti del presidente della Camera. Sarebbe una scelta autolesionista per chi la dovesse compiere, oltre che politicamente inaccettabile. Credo di non essere così stupido da auspicare un errore marchiano. E, per la verità, nel caso di Dino Boffo il direttore de Il Giornale Vittorio Feltri ha porto le sue scuse e riconosciuto l'errore. Cosa che non hanno fatto coloro i quali hanno accettato le dimissioni di Boffo dalla direzione di Avvenire. Motivo che lascia un alone di dubbio sull'intera vicenda.
Non è per giustificare me stesso che, però, ho scritto questa mia. Ma solo per ricordare a Magris che la «politica dell’insulto» non è di questa era e non è appannaggio esclusivo di una parte politica. Sugli esempi che vengono da sinistra mi limito a quelli che ieri ha portato nella sua lettera Daniela Santanchè. Per quanto riguarda il passato, voglio ricordare a Magris — che è stato senatore progressista dal 1994 al 1996 — che proprio il mondo comunista a cui egli è vicino ha per primo inaugurato l’uso dell'insulto come strumento di comunicazione politica popolare. Ricordo soltanto uno straordinario episodio del 1963. Quell'anno, alle elezioni,
Giorgio Stracquadanio, parlamentare Pdl
Ringrazio l’onorevole Stracquadanio per la sua attenzione e sono lieto di avergli offerto l’occasione di illustrare le sue benemerenze ai lettori del Corriere; preciso che non sono mai stato né comunista né vicino al Partito comunista, cosa d’altronde ovvia per un elettore del vecchio Partito repubblicano italiano. (c. m.)

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