

di Bruno Tinti
Tre settimane fa Giustizia e libertà mi ha invitato a Lucera per parlare di legalità e di Costituzione. Io vado sempre quando mi invitano, anche se la prospettiva è di parlare a 10 persone (è capitato). Ma è andata bene, la sala teneva 100 posti e c’era molta gente in piedi. Forse qualcuno ha appreso qualcosa che ignorava; tra questi certamente io. Perché, prima dell’incontro, siamo andati a prendere un caffè. I 3 rappresentanti locali di Giustizia e libertà, Antonio, consigliere comunale eletto in una lista indipendente, e io. E abbiamo chiacchierato. Mi hanno spiegato che lì, a Lucera e in tutto il profondo Sud, i voti si comprano. “Ma va? - ho detto - lo so già: promesse di variazioni del piano regolatore, di appalti etc.”. “Ma no - mi hanno detto - è molto più miserabile. Qui un voto costa 50 euro. In piazza, nelle vie del centro, c’è sempre una massa di giovani: disoccupati, privi di interesse, depressi. Il candidato li avvicina uno per uno (bisogna andare presto, come quando si va a pesca, perché se no ti precedono) e offre 50 euro a chi lo vota; la prova è una fotografia della scheda fatta con il cellulare”. “Ma non si può portare il cellulare in cabina!”. Si sono messi a ridere. “Poi - mi hanno detto - ci sono altri mezzi. Per ogni elezione c’è un numero spropositato di rappresentanti di lista, 100 euro l’uno. Io ti nomino e ti pago però tu voti per me. E poi ci sono gli scrutatori. Sono nominati dalla Commissione elettorale con il sistema proporzionale, ogni candidato ha diritto a un certo numero di nomine. 500, 600 euro, mica male per un disoccupato. Io ti faccio nominare ma tu mi voti. Alla fine - mi hanno detto - a Lucera, per farsi eleggere servono da

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